È un segnale di speranza e d'intelligenza, un segnale di civiltà, quello che viene da Bari, dalla riunione delle Regioni promossa da Nichi Vendola sulla questione dei Cpt e della legge Bossi-Fini. Un segnale che contrasta fortemente con la deriva isterica e forcaiola che, sull'onda della paura alimentata dagli attentati di Londra, spinge verso nuove chiusure xenofobe, verso incivili scontri di civiltà che vedono nello straniero, specie se povero e in cerca di un'opportunità di vita e di lavoro, un pericolo crescente. Una deriva apertamente cavalcata dalla destra di governo, che vede nelle leggi speciali, nel perpetuarsi anche formale di una logica emergenziale, la sola via per riconquistare sicurezza. In realtà, questa prospettiva non farebbe altro che prolungare all'infinito la paura e l'emergenza, infilandoci tutti in una spirale regressiva e repressiva. In una parola, facendo comunque il gioco dei terroristi.
L'ordine del giorno finale dell'incontro delle Regioni invece, certo frutto di necessari compromessi, punta dritto a una logica opposta, a una maggiore e ragionevole apertura delle frontiere, a una capacità di convivenza e di autocontrollo che è la vera forza delle società democratiche. Società che possono dirsi veramente sicure solo se fondano la propria sicurezza sulla condivisione di principi e di obiettivi, solo in quanto società partecipate e in grado di suscitare, per tutti e in tutti, speranze e legami. La risoluzione di Bari, così, taglia corto, sui Cpt, definiti da Vendola nella sua introduzione ‟non umanizzabili”, puntando decisamente al loro ‟superamento”. Più in generale, però, critica radicalmente la legge Bossi-Fini che, se i Cpt non li ha originati (cosa che, ahinoi, capitò alla legge voluta dal centrosinistra) li ha resi un'aberrazione ormai non sanabile se non, appunto, abolendoli.
La critica alla Bossi-Fini coglie, in realtà, la vera radice dei Cpt, che sono luoghi in cui si realizza concretamente l'idea di una legislazione che, per alcune categorie di persone, sospende il diritto, codificandone in negativo la differenza, cioè la ridotta libertà e agibilità e, anzi, definendone a priori, in quanto stranieri senza permesso di soggiorno e non in quanto autori accertati di reati o di crimini, la pericolosità. In effetti, dai tempi della Turco-Napolitano e dagli stessi tempi, assai più oscuri, della Bossi-Fini, l'idea di pericolosità, nel frattempo, si è ulteriormente trasformata, evolvendo (si fa per dire) dall'idea di una pericolosità sociale semplice (ci rubano il lavoro, ci scippano, ci stuprano e via calderolizzando e pereggiando) a un'idea di pericolosità assoluta, antropologica, modellata sul terrorismo, sull'aggressione globale alla «nostra civiltà». Le stesse forze che oggi governano il paese dando quotidiana prova di inettitudine, di incapacità di adoperare le leggi e gli strumenti operativi che già esistono e che già consentirebbero azioni efficaci (a volte fin troppo), invocano oggi, dopo gli attentati di Londra (come già dopo episodi efferati di cronaca, efferatamente enfatizzati), altre leggi repressive e altri strumenti draconiani, altre violazioni allo stato di diritto. È in un contesto simile che la proposta che viene da Bari a opera della maggioranza delle Regioni italiane - superare i Cpt, riformare radicalmente la Bossi-Fini, modificare i meccanismi di regolarizzazione rendendoli più efficaci e tempestivi, potenziare la capacità di accoglienza, andare oltre la logica delle quote - dispiega tutto il proprio valore. In quanto tale, oltre che un atto forte e concreto di confronto con il governo in carica e oltre che un cruciale contributo all'elaborazione del programma dell'Unione e del suo prossimo auspicabile governo, è qualcosa di più. È un segno, con tutti i suoi limiti, la politica può restare qualcosa di elevato, anche se molti spingono a precipitarla in certi abissi foschi.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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