Ma proprio ora? Proprio mentre si diffonde - sottile e insinuante - l’allarme nei confronti della popolazione straniera, indicata da alcuni come ‟l’acqua” dove nuoterebbe (indisturbato, se non protetto) il ‟terrorista islamista”? Proprio mentre si richiedono ‟misure severe” e addirittura ‟leggi straordinarie” e qualche esponente punkabbestia della maggioranza invoca lo ‟stato di guerra”: esattamente in queste stesse ore, vogliamo mettere in discussione i Centri di permanenza temporanea per ‟stranieri espellendi”? Sì, proprio ora: esattamente questo è, a mio avviso, il momento più opportuno. E proprio perché abbiamo la razionale consapevolezza che non c'è relazione alcuna tra l'infame attentato di Londra e la popolazione straniera irregolare. A confermarlo, è innanzitutto un dato di intelligence e un'acquisizione investigativa: secondo tutti gli analisti, i possibili esecutori e complici (e tanto più i mandanti) degli attentati terroristici, realizzati o minacciati nelle capitali europee, corrispondono a una figura sociale completamente diversa da quella dell'immigrato irregolare. Si tratta, piuttosto, di stranieri entrati legalmente in Europa, dotati di risorse e di reddito e con un buon livello di integrazione, almeno formale. Nessuno di loro, c'è da scommetterci, finirà in un Cpt. Qui, sono altri coloro che vengono ‟trattenuti”. Inizialmente, secondo la legge, quanti dovevano essere identificati per poi venire espulsi: gli entrati illegalmente e chi fosse trovato privo di un valido titolo di soggiorno. Questa la norma. Le cose, poi, sono andate in maniera completamente diversa: oggi, all'interno dei Cpt, oltre agli "espellendi", vengono trattenuti (non più per 30 giorni, come previsto dalla legge detta ‟Turco-Napolitano”, ma per 60, come modificato dalla ‟Bossi-Fini”) rifugliati, richiedenti asilo, ex detenuti... La struttura del Cpt ne risulta completamente stravolta: ma resta inalterata, in ogni caso, la sua natura ai limiti della costituzionalità. E, infatti, l’articolo 13 della nostra Costituzione prevede - tassativamente - vincoli rigorosi per qualsiasi provvedimento che incida sulla libertà personale. Sotto questo profilo, i Cpt costituiscono un esempio particolarmente cupo di poena sine crimine: ovvero la cosidetta ‟detenzione amministrativa” per chi è in attesa di esecuzione di un provvedimento di espulsione. Dunque, reclusi e sottoposti a misure privative della libertà senza aver commesso alcun fatto penalmente rilevante: e perchè responsabili solo ed esclusivamente di un illecito amministrativo. Per quanto riguarda, poi, le condizioni materiali, i Cpt costituiscono un luogo dove si consuma un intollerabile scialo di sofferenza e di mortificazione della dignità umana. Certo, é un errore definirli ‟lager” perché - così facendo - si ricorre a una categoria che, proprio in ragione della sua unicità, va sottratta a un uso corrivo: il rischio è di banalizzarla, quella categoria e quell'immagine potente, e di logorarne, pertanto, la straordinaria carica etico-pedagogica. E d’altra parte - non so se fortunatamente o sfortunatamente - abbiamo molti altri termini per dire l’ingiustizia: e i Cpt, certo, ne sono una rappresentazione particolarmente crudele. Che, oltretutto, non risponde alla sua ‟ragione sociale”: nei primi nove mesi del 2004, gli stranieri rimpatriati costituivano il 48% di quelli trattenuti. Siamo in presenza, dunque, di uno strumento profondamente inefficace, che stravolge principi fondamentali del nostro ordinamento - relativi a quel bene indisponibile che è la libertà personale - e che risulta sottratto al controllo della pubblica opinione e degli stessi rappresentanti eletti. Per tutti questi motivi, la posizione assunta da quattordici presidenti di regione, ed esposta ieri nel Forum tenutosi a Bari, è decisamente condivisibile. Nulla di ‟devastante”, ovviamente, e nessuna minaccia all’ordine pubblico nelle parole di quei presidenti (di alcuni dei quali è ben nota la particolare moderazione): chiedono al governo ‟il superamento dei Cpt” e l’istituzione di una sede di confronto ‟per definire risposte alternative che tutelino i diritti e promuovano la sicurezza sociale”. Più oltre si dice che la clandestinità va combattuta ‟favorendo l'apertura di canali di ingresso legali, varando programmi seri di cooperazione allo sviluppo, riconoscendo il diritto d'asilo, promuovendo la cultura dei pari diritti e dei pari doveri”. Se si fa questo e - aggiungo io - se si prevede quel fondamentale strumento di integrazione che è il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, si potrà (più e non meno efficacemente) affrontare la questione rappresentata da quella piccola minoranza di stranieri, che si sottragono reiteratamente ai controlli e all'identificazione. Per questi, in ogni caso, vanno adottati provvedimenti che non violino le garanzie e non eccedano i limiti previsti dal nostro ordinamento. In altra sede ho ipotizzato alcune di queste possibili e diverse soluzioni; l’Arci, domenica scorsa, sull’Unità, ne ha ipotizzato altre, a mio avviso altrettanto ragionevoli. Consideriamole con attenzione, in tempi brevi, e traduciamole in proposte normative. Non deve trattenerci la considerazione che i Cpt siano stati previsti da una ‟nostra legge”, quella Turco-Napolitano che resta uno dei provvedimenti più importanti approvati nell'ultimo quindicennio: innanzitutto perché la norma relativa ai centri era la conseguenza pressoché ineludibile dell'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; e, poi, perché - a sette anni dalla istituzione dei Cpt - è tempo di trarre un bilancio. E il bilancio è decisamente disastroso. E senza appello.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>