Prima un solco profondo sventra le colline a pochi metri dalle case arabe. Poi dalla ferita nella terra cresce il muro: 8 metri di cemento grigio eretti verso il cielo. Alto, inesorabile, invalicabile. ‟Per renderci la vita impossibile e rubare la nostra Gerusalemme” , dicono i palestinesi. ‟Per difenderci dal terrorismo” , replicano gli israeliani. La conseguenza della decisione presa ieri mattina dal gabinetto israeliano di terminare entro il primo settembre la costruzione del muro attorno ai quartieri orientali della capitale era evidente e concreta già nel pomeriggio con la crescita della presenza di ruspe alla periferia del campo profughi di Shuafat. Alle quattro almeno sei ruspe pesanti, scortate da alcune jeep della polizia e un elicottero di pattuglia, stavano ancora scavando le fondamenta del muro. Gruppi di ragazzini guardavano da lontano. Una decina di muratori arabi, tutti illegali perché residenti a Hebron ( sud della Cisgiordania), stavano tornando a piedi dopo un lungo giorno di lavoro nella vicina colonia ebraica di Pisgat Ze’ev. Dormono assieme a centinaia di altri nelle baracche costruite nel campo profughi. Se li cattura la polizia vengono maltrattati per una notte nelle celle israeliane, pagano una multa che spesso corrisponde a un mese di lavoro e poi vengono ricacciati a Hebron. ‟Ora, con il muro, sarà sempre più difficile guadagnare i nostri 200 shekel quotidiani in Israele. E diventeremo disoccupati. Nuova forza lavoro pronta a unirsi ai ranghi di Hamas - dice rabbioso uno di loro, Taishir Jabbur, qui con il figlio quattordicenne - perché da noi tanti soldi non li prendiamo neppure in due settimane” . Ma il dado è tratto. Il governo di Ariel Sharon non torna indietro. Neppure i laburisti sembrano contrari alla decisione di terminare al più presto la cintura di sicurezza attorno a Gerusalemme. Un anno fa la Corte Internazionale dell’Aja aveva dichiarato illegali i quasi 700 chilometri di muro progettati da Israele dal 2002 per bloccare le azioni del terrorismo islamico provenienti dalla Cisgiordania. Nei circoli di governo non si nasconde che la decisione più controversa riguardo a Gerusalemme (persino l’amministrazione Bush ultimamente non ha nascosto perplessità) è stata presa ora per sfruttare lo sdegno internazionale per gli attentati di Londra. Ed è accompagnata dalla determinazione del premier di iniziare lo smantellamento delle colonie a Gaza a partire dal 17 agosto. Le conseguenze saranno comunque pesanti. Oltre 55.000 palestinesi, che finora erano stati riconosciuti come residenti di Gerusalemme, vengono tagliati fuori dal muro. Abitano per lo più in 4 località: Shuafat, Kafr Aqab, Anata e Qalandia. Per loro verranno costruiti 12 passaggi nel muro, pattugliati giorno e notte dalla polizia. Ma inevitabilmente le loro esistenze diventeranno molto più difficili. Israele sta già cercando una soluzione per i circa 3.600 studenti arabi che finora ogni mattina si recavano nelle scuole di Gerusalemme Est. Migliaia di commercianti, impiegati, tassisti e lavoratori di ogni genere le cui attività dipendevano dall’accesso alla città saranno pesantemente penalizzati. Si tratta probabilmente della mossa israeliana più importante verso la separazione delle zone di Gerusalemme occupate nella guerra del 1967 dal resto della Cisgiordania araba. Al momento 460.000 ebrei risiedono nella città, di cui circa 200.000 nelle parti annesse dopo il ‘67 ( incluso il grande insediamento di Ma’ale Adumim da poco dichiarato municipalità indipendente). Gli arabi con permesso di residenza passeranno invece da 230.000 a 175.000. Altri 200.000 residenti nelle zone escluse dalla municipalità israeliana saranno spinti ancor più in periferia.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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