È un bel caso di ‟finanza creativa”. La Banca Mondiale annuncia che la Cina ridurrà di tre milioni di tonnellate le sue emissioni di anidride carbonica (il principale gas ‟di serra”) grazie a una certa diga in costruzione nella provincia di Gansu, e che ha firmato un contratto per acquistare dalla Cina queste emissioni ‟risparmiate” nel quadro del ‟meccanismo di sviluppo pulito” istituito dal Protocollo di Kyoto sul clima. L'annuncio, in un comunicato stampa della Banca Mondiale (14 luglio), è scritto in un pesante slang da negoziatori internazionali: la traduzione è necessaria. ‟Meccanismo di sviluppo pulito”, o Cdm nell'acronimo in inglese, è uno dei ‟meccanismi flessibili” previsti dal Protocollo di Kyoto, il trattato che obbliga i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas di serra responsabili del cambiamento del clima. Il Protocollo è entrato in vigore nel gennaio scorso, nove anni dopo essere stato firmato nella città giapponese da cui prende nome; stabilisce obiettivi di riduzione paese per paese - in media si tratta di ridurre del 5% rispetto al livello delle emissioni di CO2 calcolate nel 1990 entro il 2012. È poco, ma è pur sempre l'unico obbligo che si siano dati finora i paesi industrializzati (non tutti: gli Stati uniti, che fanno da soli un quarto delle emissioni mondiali, rifiutano di ratificare di Kyoto). Per rispettare i propri obblighi i singoli paesi possono ricorrere a scappatoie come la compravendita di ‟diritti d'emissione” (tra paesi industrializzati). Oppure al meccanismo di sviluppo pulito, che significa finanziare opere che producono poca anidride carbonica in qualche paese in via di sviluppo e acquistare così il ‟credito” della CO2 risparmiata. Questo comporta un complicato calcolo su quanta anidride carbonica viene risparmiata (cioè non emessa) grazie a questo o quel progetto, e per questo c'è un apposito comitato della Convenzione mondiale sul clima, che valuta anche quali investimenti sono da considerare ‟sviluppo pulito”: finora gli esempi vanno da una centrale che produce energia riutilizzando i rifiuti urbani di una città brasiliana, alle piantagioni intensive (che non hanno ancora avuto la patente di ‟sviluppo pulito”). Fino alla diga cinese.
Secondo la Banca Mondiale (che ha un ruolo di primo piano nella valutazione dei Cdm), la diga di Xiaogushan metterà in rete energia idroelettrica, cioè generata attraverso una fonte rinnovabile, e dunque ‟evita il bisogno di investire in un'equivalente quantità di energia prodotta col carbone per soddisfare il futuro fabbisogno della rete elettrica di Gansu, nella Cina nordoccidentale”. Il ragionamento è: se non fosse prodotta dalla diga, quell'elettricità sarebbe generata col carbone, che emette una certa quantità di anidride carbonica e altri gas; la Cina quindi può vendersi questa CO2 non emessa come ‟carbon credit” (valutato in circa 13 milioni di dollari). La centrale idroelettrica di Xiaogushan è un impianto da 98 megawatt sul fiume Heihe; sarà completata nel 2006 e produrrà circa 360 gigawatt/ora di energia per la città di Zhangye, provincia di Gansu.
Il ‟meccanismo di sviluppo pulito” però parla di progetti che non sarebbero realizzati senza l'incentivo di un finanziamento. E non è il caso di quell diga, fa notare l'International Rivers Network, rete di attivisti che si batte contro le grandi dighe. Infatti, la diga di Xiaogushan è già stata finanziata nel 2003 dalla Banca Asiatica di Sviluppo, che l'aveva giudicata il modo più economico di espandere la produzione elettrica in quella provincia cinese; allora nessuno aveva detto che il finanziamento del Cdm era necessario per mandare avanti il progetto. La diga in effetti sarà completata nel 2006 con o senza il ‟carbon credit”. Il contratto d'acquisto siglato dalla Banca mondiale si traduce così in un reddito aggiuntivo per l'impresa che gestirà la diga, ma non ridurrà le emissioni di CO2 cinese di un solo grammo. In altre parole: io sto costruendo una centrale idroelettrica; se riesco a farla passare per un progetto di sviluppo pulito raggranello un finanziamento extra. È la finanza creativa del clima.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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