Essere bambini a Bagdad: una scommessa con la vita. Costretti a sfidare ogni minuto la violenza per giocare nelle strade sconvolte dal terrorismo, per prendere a calci un pallone tra montagne di immondizie e il pericolo costante di un’autobomba, o di venire rapiti per un riscatto di poche centinaia di dollari. Non è strano che tra le vittime degli attentati ci siano spesso ragazzini. Ieri però è stata una strage. Oltre una ventina di bambini tra i 7 e 13 anni, secondo alcune fonti ospedaliere potrebbero essere 24, sono rimasti dilaniati dall’esplosine di un veicolo kamikaze lanciato contro un gippone americano nel centrale quartiere di Al Jadida. A guardare la prima ricostruzione, il terrorista non ha avuto alcuna pietà, anzi potrebbe avere mirato volutamente al gruppo di bambini proprio per aumentare l’orrore. E’la logica della destabilizzazione trionfante sin dall’estate del 2003, quando cominciò l’onda degli attentati: più sofferenza tra la popolazione civile significa maggiore delegittimazione del nuovo status quo, più problemi per gli americani e un dramma per il governo transitorio di Ibrahim al Jaafari. Ieri verso le 10 di mattina le pattuglie americane si erano recate nella zona perché vi era stata segnalata un’autobomba pronta a colpire. ‟Attenzione, sgombrate le strade, restate in casa ‟ continuavano a ripetere in arabo con gli altoparlanti. Ma, quando uno dei gipponi si è fermato, decine di bambini sono usciti dai cortili per chiedere caramelle e cioccolata. Un’abitudine diffusasi negli oltre due anni dall’entrata delle truppe americane in Iraq. Spesso i soldati della coalizione, inclusi gli italiani a Nassiriya, tengono in tasca e nei veicoli piccole riserve di dolci da donare ai bambini, un piccolo gesto per mostrare alla popolazione la volontà di essere di aiuto. Il kamikaze è sbucato a tutta velocità da un vicolo laterale e si è lanciato contro l’assembramento. ‟ L’esplosione è stata devastante. Il palazzo più vicino è stato abbattuto dallo spostamento d’aria e dall’incendio che ne è seguito. Per chi stava in strada non c’è stata alcuna possibilità di scampo. I morti sono almeno 27, quasi tutti bambini e un soldato americano. I feriti superano la cinquantina ‟ raccontano i testimoni e i medici dell’ospedale della zona. ‟Repulsione e indignazione per questo attacco deliberato e insensato contro i bambini, che rappresentano la speranza nel futuro della nazione irachena” ha espresso a New York il segretario generale dell’Onu. ‟Chi lancia questi attacchi non ha fede in niente: l’Islam è una religione che insegna la pace” ha detto a Washington il portavoce della Casa Bianca Scott Mc Clellan. E non è questa la prima delle stragi di bambini. Il 30 settembre 2004 persero la vita in 37 per un attentato molto simile. Si erano radunati per chiedere caramelle alle autoblindo americane andate a proteggere la cerimonia inaugurale di un nuovo sistema fognario nel quartiere di Yarmuk, quando i kamikaze si lanciarono contro di loro. E sei mesi prima almeno 17 bambini erano morti bruciati nel loro bus scolastico mentre transitavano nelle vicinanze di una stazione di polizia colpita da un kamikaze nella città- porto di Bassora. Cresce nel frattempo la tensione tra sciiti e sunniti. Ieri i responsabili della polizia hanno confermato che 10 sospetti guerriglieri sunniti sono soffocati nel caldo dopo essere rimasti chiusi per molte ore sotto il sole in un furgone-cellulare in panne. E ancora nella regione della capitale un’altra decina di sunniti sono stati rapiti e torturati a morte, apparentemente dagli estremisti sciiti delle brigate Al Badr. Nonostante ciò, al Jaafari ha ripetuto ieri che il numero di attentati sembra in diminuzione e ribadito l’intenzione di affidare il controllo di alcune province alle nuove forze di sicurezza irachene.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>