Mio padre mi raccontò che nell’istituzione religiosa che frequentava da bambino, Pinocchio di Collodi era un libro proibito e fortemente avversato. Il motivo era semplice: in quel romanzo non c’è Dio, che non è mai nominato. Il fiabesco e il magico - elementi che, anche senza rileggere Propp e la storia del folklore fiabesco planetario, sono tratti comuni dell’alba archetipica dell’umanità - sono secondari. Il fatto che in Pinocchio, come nelle favole di Andersen, dei Grimm e in quelle di Harry Potter, ci siano, e ben pennellati, il Bene e il Male, e anche le infinite sfumature che li concatenano, non è un’attenuante ma un’aggravante. Come si può parlare del bene senza ricorrere a Dio? L’inversione gerarchica delle metafore, in questa reductio ad Unum, è tale che il termine ultimo, ciò che invera e dà senso ultimo a ogni cosa qui e ora - come si insegna a scuola l’universo medioevale - è la ‟città di Dio”, di cui quella dell’uomo è solo effimera parvenza. Non so che fine faccia l’antica recta ratio, fondamento del ‟diritto di natura” e dell’idea morale. Ma che quella concezione teocratica venga oggi sottesa a certi precetti della Chiesa di cui giornalisti laici e guerrafondai si fanno cassa di risonanza manipolando la teologia - questo sì relativismo culturale! - è l’ultimo, o il penultimo, segno disperante del tempo in Occidente: del suo furore iconoclasta, del degenerare della sua enfatizzata, presunta identità religiosa. Così, mentre un concilio ecumenico di teologi islamici convocato dal re di Giordania ha messo al bando le ‟fatwa fai-da-te” di chi si arroga il diritto di predicare (violenza) in nome dell’Islam (‟Corriere della Sera” del 10 luglio), in Italia proliferano i proclami abusivi e violenti di chi si esprime in nome del cattolicesimo. Nella tragedia diffusa, ha ragione Michele Serra a dire che Ratzinger contro Harry Potter è un titolo buffo, che riporta a film parrocchiali del tipo Maciste contro i Ciclopi. Eppure accade, e ci si ricorda che tra i libri probiti dall’Opus Dei, tra tanti classici che si studiano a scuola, c’erano le favole di La Fontaine (che pure trasmettono una morale che non nomina ‟Dio”). Quello che qui si rivendica non è solo il sacrosanto diritto anarchico di leggere ciò che si vuole (senza fondamenti, senza gerarchie né dogmi). Si rivendica anche, religiosamente, di non nominare Dio invano. Di tenerlo fuori dalle nostre paure e antipatie, dalla nostra piccola o grande moralità. Le nobili parole di Ratzinger che rovesciano il detto illuminista, vivere moralmente ‟come se Dio ci fosse”, potrebbe Lui incarnarle per primo. Leggere Harry Potter, ad esempio, come se Dio ci fosse.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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