Il 19 luglio di 13 anni fa moriva, con i ragazzi della sua scorta, Paolo Borsellino. "Una di quelle creature rare che ogni tanto il cielo manda su questa terra. A una terra che non se la merita". Sono parole del giudice Antonino Caponnetto, padre del pool di Falcone e Borsellino (citate da Saverio Lodato nel suo libro Venticinque anni di mafia. Parole che ripropongono il problema di quel che si dovrebbe finalmente fare per "meritarsi" davvero uomini come Borsellino.
Sul punto, anche la mafia può insegnarci qualcosa. Bestemmia? In assoluto, certo che sì. Ma in alcuni casi, paradossalmente, può anche non essere troppo blasfemo. L'anno scorso - ad esempio - la mafia ha "celebrato" a suo modo l'anniversario della strage di via D'Amelio. L'ha celebrato dando fuoco a una decina di ettari di terre coltivate a grano, ormai prossimi alla mietitura, nella zona di Portella delle Ginestre. "Normale" gesto di protervia delinquenziale mafiosa? Di più, molto di più, se si considera che si tratta di terre confiscate ai mafiosi sulle quali lavorano Cooperative di giovani coraggiosi. In un territorio dove l'egemonia mafiosa impedisce ogni regolare sviluppo dell'economia, violentando il futuro di intiere generazioni, queste Cooperative esprimono una grande voglia di riscatto, sono la tangibile speranza di un forte rinnovamento sociale e culturale.
È per ricacciare indietro questo riscatto e questa speranza che l'anno scorso la mafia, nel bel mezzo delle manifestazioni in ricordo di Paolo Borsellino, ha voluto farsi sentire, bruciando quei campi. Ecco dunque che anche la belva mafiosa può insegnarci qualcosa. Può aiutarci a capire che cosa essa teme. Certo non teme i proclami. Meno ancora teme la vecchia scaltrezza di chi abbaia contro l'intreccio di interessi e rapporti fra mafia, politica e affari, ma poi - di fatto - se ne sta accucciato in un angolo, tirando fuori (se proprio non può farne a meno) la punta del naso; magari per accusare di "giustizialismo" chi fa il suo dovere senza timidezze. La mafia teme piuttosto l'impegno serio e concreto, su tutti i versanti. Teme le azioni positive. Come quelle delle Cooperative, appunto.
Perché l'olio, il vino e la pasta prodotti coltivando le terre confiscate ai mafiosi sono la dimostrazione che la legalità non è retorica, ma materializzazione di una possibile, robusta convenienza. Sono sintesi di dignità e indipendenza conquistate col lavoro. Sono recupero (parziale ma simbolicamente significativo) delle ricchezze rapinate dalla mafia alla collettività mediante il sistematico drenaggio delle risorse e la "vampirizzazione" del tessuto economico legale, a forza di estorsioni, usure, truffe, appalti truccati, tangenti, riciclaggio...
Dunque, un modo serio per fare memoria di Paolo Borsellino (per "meritarci" tutti i morti di mafia che hanno dato la vita per il nostro Paese, in segno d'amore, come testimonianza della loro fede laica o religiosa) è anche sostenere queste Cooperative. Prima di tutto acquistando regolarmente - non soltanto quando capita… - gli ottimi loro prodotti. Poi sostenendo le iniziative di "Libera", l'associazione guidata da Luigi Ciotti e Rita Borsellino - sorella del magistrato ucciso - che ha saputo costruire un'imponente rete di collegamento sull'intero territorio nazionale, un ponte tra Sud e Nord formato da circa 1500 gruppi, uniti dal comune interesse sui temi della legalità e della giustizia. Fiore all'occhiello di "Libera" è proprio la legge n. 109 del 1996 sul reimpiego a fini socialmente utili (un "riciclaggio" buono...) dei beni confiscati ai mafiosi, una legge di iniziativa popolare per la quale furono raccolte in tutt'Italia centinaia di migliaia di firme. Cominciò così la storia delle Cooperative con nuove, importanti opportunità di un lavoro onesto in terra di mafia. Storia che "Libera" continua a scrivere ogni giorno, premendo in tutte le direzioni perché siano superate le tante vischiosità che ancora oggi impediscono alla legge di avere piena attuazione. Vischiosità riscontrabili anche a livello istituzionale, come prova la soppressione di una figura (il Commissario straordinario di Governo per i beni confiscati alle organizzazioni criminali) che evidentemente aveva il torto di funzionare troppo bene. Ora che le sue competenze sono passate al Demanio, cioè un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall'origine mafiosa dei beni si perde, le difficoltà sono aumentate. E sullo sfondo c'è la prospettiva che prima o poi - per far cassa anche in questo modo - i beni mafiosi confiscati possano essere venduti all'asta (inutile chiedersi chi finirebbe per ricomprarli...).
Lo specifico mafioso - si sa - consiste essenzialmente in organizzazione e connivenze. Ma accanto alle connivenze una parte importante hanno anche le ambiguità, le sottovalutazioni e le superficialità. Sono altrettanti regali fatti alla mafia, l'esatto contrario di chi voglia "meritarsi" Borsellino e le altre vittime della mafia. Un dovere preciso per chi abbia responsabilità pubbliche è di dare un senso, un effettivo sviluppo alla preghiera che il Presidente Scalfaro pronunziò, qualche giorno dopo la strage di 13 anni fa, nella chiesa di S. Luisa di Marillac che era stata di Paolo Borsellino: "Signore ti chiediamo, noi uomini che rappresentiamo i poteri dello Stato, di non disperdere la ricchezza che esce da questo enorme sacrificio. Nulla venga disperso, affinché noi, responsabili di fronte alla gente buona, onesta, pulita, che ama il lavoro, che chiede la pace, noi non siamo e non dobbiamo mai essere motivo di vergogna e di scandalo". Ovviamente, queste parole non valgono per i farisei, per gli opportunisti, per gli amici dell'ultima ora. Ci sono anche questi, ma non è difficile individuarli.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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