È guerra nella guerra. Non solo palestinesi contro israeliani. Ma, dall’altra sera, anche palestinesi contro palestinesi. Polizia del governo di Mahmoud Abbas in battaglia aperta con gli estremisti islamici di Jihad e Hamas. Si annuncia subito, in modo immediato, entrando nel centro di Gaza, con mille bandiere di tre colori: quelle verdi per Hamas, le nere della Jihad e quelle gialle delle brigate Al Aqsa, il braccio armato del Fatah, a cui storicamente appartiene lo stesso Abbas. Si sfidano dai tetti delle case, dai lampioni, dalle torri delle cisterne d’acqua, dai pali della luce. Decisamente domina il verde. ‟Ormai è ovvio per tutti, anche per Abbas. Noi rappresentiamo la maggioranza. E la polizia dell’Autorità palestinese non può più ignorarci” dice con un largo sorriso uno dei capi militari dell’organizzazione qui nel campo profughi di Jabalia, uno dei più popolati di tutta la ‟striscia della disperazione”. Accetta di incontrarci, a patto che non si riveli la sua identità: ‟Gli israeliani hanno ripreso la strategia degli omicidi mirati. Verrei eliminato immediatamente. Solo nelle ultime 24 ore hanno ucciso 7 militanti tra Hamas e Jihad. Tre con i missili tirati dagli elicotteri nel villaggio di Salfit, in Cisgiordania. E altri quattro qui a Gaza”, ci tiene a puntualizzare. ‟Il mio nome? Diciamo Abu Muhammad, ho 38 anni, 9 figli, e basta così”.Ma per il resto non si tira indietro. ‟Nella sola Jabalia ci sono circa 4.000 uomini armati pronti a lottare nei ranghi di Hamas. La polizia palestinese non ha mai provato a disarmarci. Sarebbe un massacro” spiega. Lui è tra i comandanti dei circa 700 uomini che ogni notte nell’ultima settimana scendono a pattugliare le strade. ‟Facciamo le sentinelle contro la possibilità dei blitz israeliani” dice. Soprattutto scortano i gruppetti di estremisti che si avvicinano il più possibile ai campi prospicienti la rete di recinzione che divide da Israele e sparano i missili Qassam verso le fattorie, i kibbutz e le città dall’altra parte.Quasi 40 tra razzi e colpi di bazooka in 24 ore: una violazione aperta del cessate il fuoco stipulato a febbraio. E uno schiaffo per Abbas, che, dopo aver cercato inutilmente di convincere alla calma i leader islamici a Damasco, da due giorni si trova a Gaza con lo stesso intento. Il suo ministro degli Interni, Nasser Yussef, ancora ieri ha accusato gli estremisti di ‟pregiudicare” il ritiro israeliano previsto per il 17 agosto. Ma loro replicano: ‟Il nemico scappa proprio grazie ai nostri missili, dunque continueremo”. L’altra notte Abu Muhammad ha assistito all’incidente che ha scatenato la battaglia con la polizia palestinese. ‟Cinque nostri militanti stavano tornando a Jabalia in auto dopo aver sparato missili. I poliziotti hanno cercato di arrestarli. Loro non si sono fermati, avviene spesso. Ma questa volta almeno tre agenti hanno sparato, ferendo a morte un nostro compagno e più leggermente altri due”. Da allora i morti sarebbero almeno 3, i feriti una trentina.Interi quartieri, incluso quello centralissimo di Zeitun, hanno visto bruciare il commissariato locale e diverse auto della forza pubblica. In serata era tornata la calma.Non è la prima volta che i palestinesi si sparano tra loro. Già alla fine del 1994 e nell’estate dell’anno seguente Hamas e Aautorità palestinese si scontrarono per conquistare l’egemonia sulla popolazione. In una sola giornata dell’agosto ‘95 i morti furono una ventina. Allora vinse Arafat. Questa volta Abbas appare in seria difficoltà. Eppure si vuole evitare a ogni costo la guerra civile. ‟Non chiediamo di arrestare tutti i poliziotti che hanno partecipato agli scontri. Abbiamo, però, individuato i tre che hanno aperto il fuoco contro la nostra vettura. Presto li prenderemo e li puniremo sparando loro alle ginocchia. Un’esistenza da handicappati sarà una punizione sufficiente” dicono nei ranghi di Hamas.Tornando verso Erez, il punto di passaggio per Israele, gli agenti palestinesi applaudono ogni volta che si ode lo scoppio di un missile. Gli appelli alla calma del loro governo sembrano lontani. Alle sei di sera però si sentono anche i motori dei carri armati israeliani in arrivo. Non è escluso un blitz in profondità. Dan Halutz, il capo di Stato maggiore, ribadisce che per ora ‟è il tempo di concentrarsi a battere i terroristi, al ritiro da Gaza penseremo dopo”. Un modo per dire che l’inizio dello smantellamento delle colonie ebraiche è rinviato? I portavoce di Sharon sembrano inamovibili: ‟Neppure per sogno. Il ritiro resta immutato”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>