È morta ieri a Milano, dopo una lunga malattia, la scrittrice Gina Lagorio. I suoi funerali saranno celebrati domani, alle 14.45, da don Luigi Ciotti nella Basilica di Santa Maria della Passione a Milano. ‟Sono molto malata, come sa, e con il fiato corto”. Una quindicina di giorni fa: il telefono squilla, è Gina Lagorio con la sua voce di sempre, solo un po’ più sottile. Voleva farmi conoscere, almeno per telefono, un suo caro amico, Pietro Frassica, italianista che lavora negli Stati Uniti e che si occupa, tra l’altro, di Pirandello. Era un estremo atto di generosità sui cui particolari è inutile soffermarsi, ma lo era. E di questo le sono molto grato. La sua vita di donna e di scrittrice, del resto, è percorsa dal desiderio e dal piacere del dono. In fondo lo è anche l’ultimo suo libro, che tre settimane fa ha consegnato alla casa editrice Garzanti. Si intitola Capita e racconta gli anni della malattia: gli ultimi due. Un libro generoso, perché Gina vi narra soprattutto gli affetti e le amicizie. Un dono. Anche in Raccontiamoci com’è andata, un ‟librino” che uscì un paio d’anni fa, c’è il senso profondo della riconoscenza e della generosità: ‟Un viaggio di sentimenti e di memoria”, lo definisce Furio Colombo nella prefazione, ‟testimonianza di due grandi sentimenti, quello verso il marito Emilio Lagorio (...) e quello dell’antifascismo e della Resistenza”. Un dono anche questo, al lettore e alla memoria del marito (con cui ebbe due figlie, Simonetta e Silvia), protagonista memorabile della Resistenza savonese. Gina Lagorio voleva lasciare, con la sua ‟questione privata”, un ricordo a futura memoria (per i giovani, per chi non ha vissuto quell’epoca) su che cosa fu davvero il fascismo, convinta che la testimonianza dei ‟ciechi tempi” è una ‟fiaccola” che deve passare di generazione in generazione. Un libro che rivela ancora una volta quell’etica della necessità che ha accompagnato tutta la sua opera. Gina Lagorio nacque a Bra, in Piemonte, nel ‘22. Le Langhe erano la terra dei nonni paterni e lì l’adolescente Gina passò tutte le sue villeggiature. La famiglia si era già trasferita a Savona, dove il padre faceva il produttore e il commerciante di vini. Si laureò a Torino in anglistica. Raccontò che all’uscita del suo primo libro, Il polline, nel ‘66, molti parlarono dell’influsso di Pavese. In realtà se la geografia era pavesiana, il cuore di Gina batteva più per Fenoglio, al quale dedicò una pionieristica monografia. Ma i suoi ‟angeli custodi” erano due poeti liguri (ai quali ha dedicato importanti studi): Sbarbaro e Barile, che - avrebbe detto più tardi - le fecero conoscere il senso della scrittura come necessità e ‟assiduo insieme estetico ed etico”. La vita solitaria in provincia la aiutò a custodire questo sentimento. Ne vennero fuori due romanzi: Un ciclone chiamato Titti (1969), in cui raccontò senza luoghi comuni gli sconvolgimenti procurati in famiglia dalla nascita del primo figlio, e Approssimato per difetto (1971), scritto in prima persona con la voce di un uomo condannato dalla malattia. Era la voce di suo marito Emilio che sarebbe morto nel ‘64. Ma era soprattutto il resoconto, ‟lineare e labirintico” lo definì Pampaloni, di una verità: la consapevolezza tardiva di aver vissuto una normalità familiare fra troppe cose non dette, un amore ‟approssimato per difetto” che non ha saputo diventare esperienza totale, nonostante il disperato ed estremo tentativo di recuperare il tempo perduto. Ne La spiaggia del lupo (1977), la protagonista Angela, donna matura e forte che ha vissuto un amore con un uomo più giovane che le è stato infedele, riesce a saldare il suo conto esistenziale scisso tra la memoria di un’infanzia trascorsa in Liguria e il caotico mondo della metropoli (Milano), finendo per accettare la propria solitudine grazie alla tenace fiducia nella poesia (ancora Sbarbaro, ancora Barile). Gina Lagorio è indubbiamente scrittrice autobiografica. Tutto parte da una vita vissuta pienamente, a volte con dolore a volte con allegria, per farsi riflessione intensa sulla difficoltà di mettersi in relazione con il mondo e per riannodare i fili tra memoria e presente. Elio Gioanola ha individuato nei suoi personaggi una carenza di ‟sintonia” con la realtà, come fossero sempre distaccati dalle cose e guardassero la vita da spettatori di uno spettacolo cui sono estranei. Da qui la pirandelliana ‟dislocazione polifonica” delle voci che parlano. A Milano, dopo gli anni dell’insegnamento nelle scuole superiori di Savona, Gina Lagorio lavora in casa editrice sin dai primi anni ‘70, comincia una lunga relazione con Livio Garzanti, che poi sposerà. Non stiamo a elencare i numerosi titoli delle sue opere: basti ricordare Fuori scena, ambientato a Cherasco (il luogo dell’‟aria chiara” che comparirà anche nel bellissimo ‟romanzo storico” Tra le mura stellate), testimonianza di fedeltà (ancora un dono) per il paese dei suoi genitori. E Tosca dei gatti, un ritorno alla sua Liguria, come Golfo del Paradiso (1987). E ancora, oltre ai racconti, al teatro e ai testi per l’infanzia: Il bastardo, Inventario, L’arcadia americana. Che confermano la curiosità intellettuale della scrittrice, e della donna attenta al destino delle donne. Curiosità che nel 1987 la portò in Parlamento come indipendente nelle liste del Pci. Dove raccolse idealmente il testimone di Emilio Lagorio. La stessa ‟fiaccola” che rimarrà per sempre accesa attraverso la sua voce, attraverso la sua generosità. La biografia Gina Lagorio è nata a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1922. Dopo la laurea in Letteratura Inglese a Torino, inizia a lavorare come insegnante e a collaborare con giornali e riviste. Sposa Emilio Lagorio, protagonista della Resistenza, che muore nel 1964. Il successo letterario arriva nel 1969 con Un ciclone chiamato Titti. Nel 1974 si trasferisce a Milano, dove si risposa con l’editore Livio Garzanti.Nel 1987 è eletta in Parlamento tra gli indipendenti di Sinistra. Tra i suoi libri, ricordiamo Tosca dei gatti, Il bastardo, ovvero gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia, ‟La spiaggia del lupo”, ‟Tra le mura stellate”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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