Nel cielo si allarga una bomba arancione, come una nube di locuste, a Ovest lampeggia, e sulle strade di Siligo, Sardegna occidentale, si abbatte il Bentu Maimone, il vento della leggenda, cavalcato da un dio egizio. Pettina le praterie, scompiglia i cespugli di mirto, innervosisce uomini e greggi, costruisce turbini di polvere gialla e pensieri. Vento: in greco ‟ànemos”, anima, soffio vitale, animale. L´anima del vento fischia nel camino spento, invade una casa impregnata di fumo di legna, canta le sue storie. In quella casa, dietro un tavolo ingombro di oggetti, un uomo solo e inquieto rovista tra i libri, cerca parole nuove.
È Gavino Ledda, trent´anni dopo Padre Padrone, il libro che raccontò al mondo la vita vera e terribile di un bambino-pastore che il padre strappa dalla scuola e torna in montagna col gregge. Piccolo, pullover militare, stivali da bracconiere e tanti capelli ancora nerissimi, Ledda – a 66 anni - ti spiazza con un sorriso da teenager, di ragazzino che ha qualcosa da farsi perdonare. ‟Mia nonna – sorride – ha cominciato a ingrigirsi a 95 anni… sa, siamo un´altra razza, fenicia”. E racconta degli ‟aedi pre-omerici” che meno di un secolo fa abitavano ancora la sua terra, come Gavino Còntene, uno che, pur sapendolo fare, non volle mai scrivere ciò che cantava in versi, a memoria.
‟Tutti abbiamo un aedo che ci abita dentro… ma il positivismo scientifico lo ha imbrigliato… ora dobbiamo reimparare ad ascoltare questo istinto”. Per questo, Ledda ha costruito a spese sue un piccolo anfiteatro dietro casa, per tenervi lezioni, farne un luogo-simbolo di una cultura sarda che non si fa imbrigliare, corsara, moderna ma aggrappata alle radici. Soprattutto, un luogo di resistenza della lingua, ‟perché un popolo che perde la sua lingua è un popolo che non sa più come si chiama”. ‟Artificare. Mi piace questa parola. Artificare fa parte della nostra anima: per farlo dobbiamo andare oltre Aristotele, capire che la lingua non è convenzione. È il segreto che contiene l´anima delle cose”.
Non sono in molti in Sardegna a vivere Gavino Ledda come una risorsa. Le istituzioni lo ignorano, preferiscono costruire zone industriali miliardarie che non decollano e talvolta nemmeno aprono. Anche il Paese profondo sembra averlo dimenticato. Gli imputa di avere tradito la sua terra, di averne svelato le vergogne, la parte buia, imbarazzante, la sua anima-animale. Ma è un´anima che Ledda – uscito 40 anni fa dall´analfabetismo nuragico – riconquista come fondamento nobile della liricità millenaria che lo abita e lo aiuta a vivere. La lingua appunto.
Toglie dalla biblioteca il vocabolario etimologico della lingua sarda. Autore, Max Leopold Wagner. Editore straniero, Heidelberg 1960. ‟Vede? Abbiamo avuto questo straordinario regalo da un altro popolo. Wagner ci ha lavorato per cinquant´anni, nessun italiano avrebbe fatto una cosa simile”. Lo sfoglia come la Bibbia, ghigna: ‟Pensa, i sardi lo hanno vissuto come un ficcanaso… non gli hanno dato nemmeno una cattedra, ed era un Mozart della linguistica. Cosa gli costerebbe alla regione sarda farlo conoscere un po´: forse un po´ di capre…”. Parla di un tedesco, ma è come se parlasse di se stesso, straniero in patria.
‟Sono 25 anni che studio a un progetto sulla lingua. Sono partito servendomi della favola, la "fàula", la "bugia" che diventa racconto e realtà… È una cosa che mi assorbe completamente. Sento che le parole devono tornare alla flessibilità che avevano prima di essere irreggimentate nelle grammatiche… sono mille anni che aspettano di essere flesse… e io questo faccio, fletto parti del discorso, mi faccio un "nuraghe" di suoni tutto mio, che tenga conto anche dei suoni animali. La mia prossima opera sarà in questa lingua”.
Animali, parliamo di loro. Per esempio del ciuco che lo salvò, che lo portò a casa quando aveva febbre a quaranta ed era solo col gregge. ‟Mi caricai in groppa da solo e persi conoscenza, poi mi ritrovai nel mio letto. Sapessi quanti pastori sono stati salvati dall´asino! È un artista anche lui. È buono, intelligente, voglio dedicargli un libro”. E poi il cane, che ‟ha insegnato all´uomo a essere pastore, gli ha detto: a che serve che cacci, gli animali li puoi tenere con te… Tutti gli animali che ho conosciuto mi hanno arricchito… io stesso sono un animale, fiuto la gente, capisco subito a istinto con chi mi relaziono”.
‟Questa cosa della lingua ce l´avevo dentro da quando leggevo Omero. Sentivo d´istinto che era un fluire continuo. Una musica capace di abbattere qualsiasi barriera. Poi a scuola mi spiegarono che esistevano le parti del discorso, che dovevo fare a pezzi la lingua… Con l´italiano lasciai perdere, ma col sardo mi ribellai… Io parlo, penso e sogno in sardo: Padre padrone lo tradussi mentalmente dal sardo, per me quel libro è solo una traduzione… Tutte le parole del dolore, della gioia, dell´amore, dell´astuzia, della pazienza, sono state concepite in sardo… e credo che quel libro sarà scritto davvero solo quando sarà uscito nella sua vera lingua, con traduzione a fronte”.
Trent´anni fa. Tutto cominciò allora, quando Feltrinelli ricevette quel manoscritto incredibile, omerico e anti-omerico allo stesso tempo. Era uscito di getto, tra il 1970 e il ´74, senza pensare a un editore. ‟Mi ero appena laureato a Roma, avevo compiuto un percorso che nessun pastore aveva fatto. La cosa aveva fatto notizia, ma io non ci pensavo, volevo solo raccontare la mia storia. Feltrinelli intuì il grande libro, Cesare Milanese cominciò a lavorare sul testo, ma io non volevo modifiche, litigai e scomparvi per un anno, mi diedi alla latitanza a Cagliari. Quando mi ritrovarono erano disposti a tutto. Dissero: faccia lei. Mai io avevo riflettuto, e accettai di tagliare alcune ripetizioni”.
Fuori il vento cresce, sui pascoli c´è aria spettrale da day after, come un´Irlanda sovrastata da un cielo algerino e riempita di luce desertica. Dentro casa, Ledda gira attorno al tavolo da cucina come attorno alla sua isola, e difatti il tavolo è un´apoteosi di "sarditudine": vasche di sughero, erba cipollina, pignatte, limoni, cipolle, libri, vino, olio, miele, spartiti musicali, sardine sotto sale, scatolame e carta stampata. Sotto, un gatto nero enorme dagli occhi dilatati, un gatto in fuga dai lampi e dagli spifferi di questo Ghibli che ha invaso il Tirreno.
E padre-padrone c´è ancora? Dov´è il vecchio, Abramo, il patriarca di nome e di fatto? ‟Ha quasi 98 anni, ma sta bene, si cucina la carne da solo, passeggia, legge, ma s´è chiuso in un pessimismo ironico e istrionico che è la sua forma di difesa e di esorcismo. Ha avuto tutto dalla vita. Amore, lavoro, salute, e ora non si rassegna all´idea che il suo corpo non è più quello di una volta, che la centralina è fulminata… allora dice: dio mi ha dato tutto e tutto rivuole. Oggi parla ai giovani di controllo delle nascite, ma ha fatto sette figli, e se la mamma non gli avesse spiegato alcune cose, lui ne avrebbe fatti quattordici…”.
Tramonta, la tempesta punta sul Gennargentu, accende colori inverosimili: cielo giallo, poi rosso, campi di grano blu, pecore arancioni. ‟Mio padre ed io andiamo d´accordo, l´incompatibilità fra noi è stata una caricatura dei giornali. Io sono come lui, il nostro rapporto con la pastorizia è rimasto lo stesso. Ora lui s´è messo in testa che deve morire, ma ha ancora un´energia tremenda… Ha un carattere forte papà… ha cominciato a lavorare a sei anni, ha imparato a non chiedere niente a nessuno… Certi pastori sono principi, re… sono padroni assoluti del loro spazio e della loro vita”.
Accendiamo il fuoco, il leccio profuma, illumina e affumica grandi maschere sull´architrave sopra il braciere, le deforma, le rende somiglianti ai calchi mortuari di Agamennone e Menelao nelle necropoli di Micene. Si parla di altri spazi pastorali, il Senegal, la Turchia, la Siria o la Persia, dove l´antico è ancora visibile. ‟È più difficile essere uomo che scrittore, se sbagli da uomo il recupero è più difficile, puoi accampare molte meno scuse… È il "come" che conta, e io voglio vivere in un "come" nuovo, in spazi disabitati o addirittura mai abitati, trovare come Chatwin le mie Vie dei canti, il rapporto tra contadini, pastori e aedi descritto da Esiodo ne Le opere e i giorni…”.
Ma intanto, Padre padrone tornerà a uscire? ‟Non lo so, devo pensarci. Una riscrittura è quasi pronta. In questi trent´anni ho fatto un viaggio dentro me stesso, e mi sono accorto di una cosa importante. Il libro, nella sua prima stesura, era stato capito soprattutto come epopea di un patriarca, non come storia di un "tempo minore", cioè il racconto di un bambino. È fatale che accada: Astianatte scompare davanti a Ettore. Ma ora quel ragazzino è cresciuto”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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