Arrivano, a fatica, nonostante i blocchi della polizia. Nonostante il caldo e la polvere. Nonostante la prospettiva di marciare per due giorni e dormire col sacco a pelo sotto le stelle, o al meglio in tende di fortuna montate al lato della strada. Ma arrivano e urlano a gran voce che Ariel Sharon è ‟un traditore” e il suo un ‟governo di kapò” pronto a evacuare gli ebrei dalle loro case, ‟tradire” la terra di Israele e ‟svenderla” al terrorismo arabo.
Sono i coloni e le destre che si ribellano al progetto di ritiro da Gaza, fissato il 17 agosto. Ieri pomeriggio avevano deciso di riunirsi qui a Netivot, la cittadina di sefarditi religiosi, 30 chilometri da Kissufim, il posto di blocco che immette nella zona delle colonie ebraiche di Gush Katif, al cuore della striscia di Gaza. Alle 4 del pomeriggio erano solo poche centinaia. Per lo più quindicenni figli delle colonie della Cisgiordania, venuti qui inquadrati nelle loro organizzazioni giovanili, tutti rigorosamente con le magliette arancioni con gli slogan di appello ai soldati perché rifiutino di obbedire agli ordini. Si riuniscono nei pressi della tomba del Baba Sali. Emigrato dal Marocco, morto quasi centenario nel 1984, Baba Sali è considerato un santo molto popolare dalle folle religiose. Più a Nord, alle porte di Gerusalemme, lungo le periferie meridionali di Tel Aviv, persino sulle strade di accesso alla Cisgiordania, oltre 20.000 tra soldati e poliziotti avevano ricevuto l’ordine di fermarli a ogni costo. I capi di Mozet Yesha, la più potente organizzazione della destra nazionalista tra i circa 250.000 coloni israeliani, avevano promesso una marcia di oltre 100.000 persone, che entro mercoledì sera cercherà di arrivare agli insediamenti di Gaza ‟minacciati” dall’evacuazione. Uno sforzo notevole, con oltre 1.000 bus affittati per mobilitare le folle con i loro sacchi in spalla, le bottiglie d’acqua, i libri di preghiera e tanti passeggini per altrettanti figli del sogno della Grande Israele. Ma già in mattinata le forze di sicurezza si concentrano nel bloccare i bus. ‟Sharon ci ha imbrogliato. Eravamo stati autorizzati a organizzare la marcia. E improvvisamente non mantiene i patti. Questa non è democrazia. Impedire una marcia di protesta non violenta è da dittatura” sbotta dal podio in legno Moshe Ben Zimra, uno dei leader. Eppure, lentamente, con il passare delle ore, la gente si organizza, prende le auto private, sceglie percorsi alternativi, tanti arrivano a piedi attraverso i campi coltivati. In serata 15.000 persone raggiungono Netivot. ‟Siamo qui perché Gaza è parte integrante della terra di Israele. I palestinesi in ogni caso non ci vogliono. Per loro l’unico ebreo buono è quello morto o rigettato in mare. Siamo pronti a ogni sacrificio pur di lottare contro il ritiro” esclamano felici tra la folla Yaniv e Pnina Efrati, poco più che venticinquenni, un figlio di un anno. Al loro fianco arriva anche Moshe Arens, ex leader storico del Likud, ministro della Difesa ai tempi del governo Shamir. Falco per eccellenza che non capisce proprio cosa ‟frulli in testa a Sharon”. Arens oggi incarna la protesta nel partito del premier. ‟Pensavo di conoscerlo bene. E invece mi sono sbagliato. Fu lui a volere il rafforzamento della presenza ebraica in Giudea, Samaria e Gaza quando era ministro dell’Edilizia. Oggi tradisce l’impegno di una vita. Il grave è che non penso neppure lo faccia sotto pressione americana. Noi dobbiamo fermarlo”. In serata continua il negoziato con le autorità. Già da due giorni a Kissufim scoppiano tafferugli con gli estremisti. Anche se il tentativo degli organizzatori della marcia è quello di mantenersi in ogni modo entro i limiti della legalità. Ma la questione è aperta per tante giovani reclute provenienti dalle Yeshivot Hesder, le accademie religiose che hanno ottenuto il permesso di organizzare programmi di studio e preghiera per i loro allievi in servizio di leva. L’altro giorno una dozzina di loro si è rifiutata di obbedire agli ordini per fermare la marcia e due sono fuggiti nelle colonie, diventando di fatto disertori (finora gli obiettori di coscienza legati alla destra sono 78). Ma per i sostenitori del ritiro c’è anche un eroe positivo. E’il giovane capitano Asaf Yemini nella colonia di Gedid. L’altra notte ha guidato i suoi 120 uomini contro i manifestanti che cercavano di sfondare a Kissufim ed è stato violentemente apostrofato dalla gente della sua colonia: amici, parenti, vicini di casa. Tra i civili controllati al suo posto di blocco, anche gli anziani genitori che stavano rientrando a casa. ‟Rispetto le sue scelte - ha dichiarato il padre -. Ha preso le sue decisioni ed è giusto che le persegua sino in fondo”

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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