”In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, 93 anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della Biblioteca Nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel ‘mito’, in effetti, i suoi studi sconfinano; o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Umberto Galimberti, lo storico Franco Cardini e il filologo Luciano Canfora, hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se nessuno si è mai adoperato per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione che nutro per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali” Così iniziava, poco più di un anno fa su queste stesse pagine, il resoconto di una conversazione con Giovanni Semerano.
Giovanni Semerano si è spento dolcemente ieri mattina alle otto, come mi ha comunicato il figlio Vittorio. Aveva compiuto 94 anni in febbraio, ma non aveva cessato di aggiornare la sua fedele assistente, Maria Felicia Iarossi, a lui assidua negli ultimi quattri anni, delle continue scoperte e ricerche etimologiche. Una mattina, già non stava bene, le raccomandò qualcosa sul suffisso -accia: ‟quando lo incontrerai ricordati che deriva da alu (borgata, villaggio), e significa ‘del luogo’”...
Per capire l’importanza di Semerano (che molti insigni accademici detestavano apertamente) occorre dire che per lui, come per gli umanisti del ’400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, saperi infondati e rendite accademiche. In uno dei suoi libri più famosi, L’infinito: un equivoco millenario, Semerano aveva destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee, decostruendone alcune parole chiave. Come appunto àpeiron, che dall’antichità ad Heidegger e oltre è stato tradotto «infinito», e invece significa «polvere» (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto, come recita un detto classico). Il capovolgimento della celebre frase di Anassimandro – ‟l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito» - in: «l’uomo è polvere e polvere tornerà”, è, come il lettore può immaginare, assai perturbante. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico apar e l’accadico eperu (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango (‟la tua discendenza sarà come ’afar, la polvere della terra”, si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta era l’abbagliante evidenza di una koinè (religiosa e filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità delle religioni del mondo.
Giovanni Semerano mi ricevette quella domenica mattina con benevolenza, adulandomi per gli articoli su questo giornale. Al centro del tavolo, le sue letture preferite: i tre grossi volumi dell’accademia di Heidelberg dedicati alle etimologie accadiche, Akkadisches Handwosterbuch. Accanto, in uno scaffale, alcune delle sue opere, come Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica (1984, ristampato nel 2002); Le origini della cultura europea. Vol. II. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indeuropee. Tomo I: Dizionario della lingua greca; tomo II: Dizionario della lingua latina e di voci moderne (1994). Oltre, naturalmente, agli studi saggisticamente più accessibili pubblicati in questi ultimi anni: quello sull’infinito (2001), e Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua (2003). Stava allora preparando il libro uscito qualche mese fa (come gli altri, per i tipi di Bruno Mondadori, dove godeva della stima di Francesco Cataluccio): La favola dell’Indoeuropeo. Avrebbe scompaginato, disse, molte certezze, mostrando che l’indoeuropeo è un’invenzione priva di supporti storici, un’astrazione, una categoria storiografica per dare comunque un’origine e un fondamento alle lingue. Conversare con Semerano fu, è stato, una ‟festa dell’intelligenza”, come Cacciari definì le sue ricerche. Di qualsiasi cosa parlasse, ciò che diceva prendeva forma e vita. Aveva il dono di trasformare le parole in immagini vivide e brillanti.
Semerano fu amico e frequentatore, oltre che di Giacomo Devoto, di Antonio Pugliese, Aldo Neppi Modona, Ambros J. Pfiffig, che si stupì della chiarezza cristallina delle sue schede etimologiche. Non fece quasi mai viaggi: ‟Ho viaggiato solo sui libri, sulle parole, senza bisogno di ‘andare a vedere’”. Maria Felicia Larossi ricorda che recentemente, dopo un’intervista, continuava a tornargli in mente una domanda che aveva a che fare con Dio. La risposta che ricordava di avere dato al giornalista non lo soddisfaceva più, e se avesse potuto ora avrebbe risposto così: ‟Dio è grande quanto l’universo e la sua grandezza è l’Amore”. Molti gli chiedevano come facesse a sapere tante cose. Rispondeva: ‟Ho consumato più olio nella lucerna che vino nel bicchiere”. Gli piaceva ripetere: ‟Le parole che hanno meno di duemila anni non mi interessano!”. Per questo, quando un anno fa volli chiedergli cosa pensasse della situazione attuale del linguaggio, mi sembrava di tradire l’evidenza delle sue risposte affidate al suo lavoro, strenua resistenza culturale: ‟La lingua di oggi - mi disse - è un mare di sabbia. La nostra lingua è una sabbia mobile. Solo questo, questi studi, resteranno”.
Amava più di tutto della lirica greca questi versi di Alcmane: Più non mi sanno portare i piedi o fanciulle dal canto / dolce e soave. O fossi, o fossi un alcione / che sopra il fiore dell’onde con le alcionesse trasvola / libero, primaverile, alato purpureo del mare. Forse è così che ora Giovanni Semerano ha spiccato il volo.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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