Protestano le minoranze laiche in Iraq. ‟La nuova Costituzione ci porterà indietro di decenni”, dicono i curdi e i pochi sunniti che ancora osano sfidare la violenza terrorista per partecipare al processo politico. Ma sembra ci sia poco da fare. Gli sciiti sono la maggioranza della popolazione, spronati dal Grande Ayatollah Ali Al Sistani hanno partecipato in massa alle elezioni politiche del 30 gennaio. E adesso saranno loro a determinare le leggi fondamentali del nuovo Iraq. Lo prova l’annuncio ieri del presidente della commissione costituente, lo sciita Humam Hammoudi. ‟La prima bozza della Costituzione è praticamente pronta. La presenteremo al governo entro un paio di giorni. Prima del 15 agosto sarà ufficialmente approvata”.
Pronta, anche se si levano proteste contro l’imposizione della Sharia (la legge islamica) al fondamento della nuova Carta. Due anni fa il governatore americano Paul Bremer aveva preferito la formula vaga della Sharia quale ‟uno dei parametri di riferimento” per l’amministrazione transitoria. Oggi diventa ‟principio fondamentale dello Stato”. E le conseguenze saranno immediate, specialmente per le donne. Dopo che la Carta sarà votata al referendum di metà ottobre, le donne in Iraq avranno metà dei diritti degli uomini per tutte le questioni pertinenti le eredità e le leggi di successione, le loro testimonianze ai tribunali varranno meno, non saranno garantite in caso di divorzio. ‟Un terribile errore per il futuro del Paese”, secondo il segretario alla Difesa Usa, Donald Rumsfeld. E un nuovo passo verso l’islamizzazione dell’Iraq.
Già oggi a Bassora, nel cuore sciita, ‟guardie della moralità” impongono alle ragazze di coprirsi la testa e indossare gonne lunghe. Gruppi femminili hanno organizzato una manifestazione di protesta a Bagdad. Circa 200 partecipanti. Su uno degli striscioni si leggeva: ‟Vogliamo essere uguali agli altri”. In più, i commissari sciiti della costituente stanno cercando di imporre la loro visione centralista dello Stato contro il federalismo voluto dai curdi. Tra i nodi da risolvere anche i confini delle province autonome curde.
A rendere più complesso il processo politico è la violenza quotidiana. Dopo l’agguato nel quale sono morti un parlamentare sunnita della Costituente, e il suo consigliere, tutti i 14 sunniti che fanno parte della costituente hanno ‟sospeso la loro partecipazione”. Un colpo grave per la nuova democrazia. Anche perché, dopo che i sunniti avevano boicottato le elezioni di gennaio, negli ultimi mesi si era cercato di far partecipare gli esponenti della comunità alla costruzione del nuovo Iraq. Ieri altri 15 iracheni hanno perso la vita in attentati. Secondo il ministero dell’Interno, a Bagdad quasi 8.200 iracheni sono morti negli ultimi 10 mesi. La capitale si è fermata ieri con il resto del Paese: tre minuti di silenzio in ricordo dei 26 bambini uccisi da un kamikaze lo scorso 13 luglio mentre prendevano caramelle dai soldati Usa.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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