Due o tre pensierini estivi sulle parole (e sulla vita).
In una vecchia vignetta di Altan uno dice: ‟Il problema è la qualità della vita”. ‟Sì - dice l’altro - ma quelle buone costano”. Era l’epoca in cui si sviluppava una coscienza ecologica, nel senso più ampio: c’è vita e vita. Da due settimane, dopo le bombe terroriste di Londra, qui da noi è tutto un ripetere l’ormai celebre frase di Blair: ‟Non cambieranno il nostro stile di vita”. ‟Stile di vita” è la nuova parola magica. E se già detta da Blair aveva troppi omissis, per accorgersi della sua insensatezza basta pensarla sulle labbra di un Gasparri. A parte il fondato sospetto che per ‟stile di vita” si intendano ‟privilegi” (o più banalmente ‟abitudini”), è la vacuità delle parole a colpire, lontane da ogni consapevolezza. Lo stile di vita è una cosa seria, qualcosa che si raggiunge a caro prezzo, una convinzione frutto anche di lotte e tormenti interiori. Sarei senz’altro felice di vedere un dibattito di massa, una sorta di immane autocoscienza collettiva, sul nostro comune, occidentale, ‟stile di vita”. Invece mi aspetto tra breve di sentire quelle tre paroline biascicate dal macellaio mentre taglia la fettina, come fu già il caso dell’altro tormentone, ‟mezzi-di-distruzione-di massa”. Parole vuote, anzi gonfie di vento (direbbe Sant’Agostino).
Secondo pensierino. Ho notato che su molti nuovi romanzi italiani, da qualche tempo, nella nota biografica degli autori c’è il vezzo di elencare i lavori che hanno fatto, quello che ‟sono stati”. Per esempio, che Tizio è stato camionista e imbianchino, e Caio maestro di scuola e guida alpina, ‟prima” di diventare l’autore del libro che abbiamo sotto gli occhi. Ricordo quel tipo di biografie nei libri degli autori americani che ho più amato (come Raymond Carver: operaio, taxista, insegnante di scrittura creativa, ecc.), ma si trattava di note stese al colmo della maturità e notorietà. Quello che disturba nelle note dei giovani autori è l’idea, quasi subliminale, di una consacrazione del ruolo di scrittore, come fosse il punto d’arrivo di una carriera che è dovuta passare ‟anche” per altri lavori. E poiché solo pochissimi scrittori vivono del loro mestiere, ci piacerebbe di più sapere non quello che hanno fatto, ma cosa fanno oggi per vivere.
Forse dovrei dare l’esempio, ma mi vergogno un po’, e rimando alla prossima rubrica, l’ultima prima delle vacanze. Dove forse confesserò che, contrariamente a quanto ha scritto il mio ultimo editore, le schede del premio Strega le avevo vendute io agli altri editori, per pagarmi le vacanze a Portofino.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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