L'Italia è esposta a rischi gravissimi. Lo hanno dichiarato e lo ripetono le massime autorità dello Stato. Ovviamente, non hanno torto. Dal punto di vista delle organizzazioni terroristiche che stanno insanguinando il mondo occidentale sarebbe insensato non includere l'Italia fra i paesi da colpire. L'insicurezza e la paura sono dunque il nostro destino. È una sindrome che rischia di diventare cronica quanto ormai lo è la ‟guerra giusta” preventiva. E lo sarà finché non saranno cadute le ragioni, fin troppo note, che nel cuore e nella mente di decine di migliaia di islamici oggi giustificano il ricorso al terrorismo.
Ma il terrorismo non è la sola causa della nostra crescente insicurezza. Un altro pericolo si sta profilando: sono le misure che i paesi europei, anche qui ripetendo servilmente l'esempio statunitense, stanno varando - si dice - contro la minaccia del terrorismo. Anche l'Italia ha prodotto in questi giorni il suo Patriot Act. È una serie di provvedimenti che mentre ignorano miopemente le ragioni vere del terrorismo, aggrediscono le nostre libertà fondamentali. Ledono proprio i più alti valori che una tradizione secolare ha radicato in Occidente e dei quali anche gli italiani dovrebbero essere fieri: la tutela dei diritti civili e politici, le libertà fondamentali, l'integrità fisica e mentale di ogni persona, italiana o straniera che sia, la non discriminazione.
Il pacchetto delle misure che il governo Berlusconi ha varato in questi giorni aggiunge invece insicurezza all'insicurezza, disagio al disagio, aggravando e non riducendo i nostri rischi sociali. Oggi tutti noi siamo esposti al rischio di essere vittime innocenti di interventi repressivi: gli organi di polizia potranno interferire con le nostre comunicazioni private sulla base di semplici sospetti e senza la garanzia di un provvedimento giudiziario, in violazione degli articoli 13 e 15 della Costituzione. Verranno costituiti immensi archivi elettronici dove le nostre comunicazioni telefoniche e digitali - in una parola: la nostra vita affettiva e intellettuale - verranno imprigionate e fatte oggetto per lunghi anni di sorveglianza permanente. Gli stranieri extracomunitari subiranno nuove, più pesanti discriminazioni, come se le responsabilità del terrorismo potessero ricadere su ‟non-persone” deboli e povere, che bussano alle porte del nostro paese in cerca di una vita migliore che non avranno.
Ma il provvedimento più grave è il prolungamento del fermo di polizia: da oggi ciascuno di noi anche sulla base di semplici sospetti, potrà essere fermato e rinchiuso in una camera di sicurezza di un commissariato o di una stazione dei carabinieri per un tempo raddoppiato: non più 12 ore ma 24. Tutti sanno o dovrebbero sapere che ci sono documenti internazionali - una serie di rapporti dei commissari del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura - che giudicano le camere di sicurezza italiane come i luoghi meno sicuri per i diritti delle persone. Documenti irrefutabili provano che pestaggi e maltrattamenti fisici e mentali sono frequenti contro chi si trovi in camera di sicurezza, senza la protezione degli organi giudiziari, senza contatti con i parenti e con il difensore. I maltrattamenti sono riservati soprattutto agli stranieri, ai tossicodipendenti, agli omosessuali. Non a caso sono state più volte avanzate proposte di soppressione delle camere di sicurezza e di una loro trasformazione in una (brevissima) detenzione preventiva, con le garanzie che la Costituzione italiana prevede per tutti i detenuti.
Insomma, siamo in presenza di un completo stravolgimento della nozione di sicurezza, che dovrebbe essere invece concepita anch'essa come un diritto fondamentale di tutti, cittadini e stranieri. Nelle mani di questo governo e grazie in particolare all'arcigna ottusità del suo ministro della giustizia, mentre una parte della ‟sinistra” che vuole governare dichiara di ‟apprezzare” questi provvedimenti liberticidi, il valore della sicurezza sociale si sta trasformando in uno strumento di potere arbitrario. Nel cono d'ombra di uno stato di polizia che avanza, le nostre insicurezze rischiano di divenire incubo e paura.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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