Due dei tre attentatori sono ancora in vita. Solo uno, quello che si è fatto saltare nella lobby dell'Hotel Ghazala Gardens, ha portato a termine la sua azione kamikaze. E potrebbe essere che mirassero proprio a colpire gli italiani. Lo rivela in un'intervista al ‟Corriere” Hayman Ibrahim, un capitano della polizia egiziana nelle unità per la difesa del turismo. ‟L'attentatore nella stazione degli autobus di Naama Bay ha deposto il pacco esplosivo ed è fuggito. Ma è stato visto da diversi testimoni. Siamo sulle sue tracce. Quello che guidava l'autobomba nel mercato del quartiere vecchio invece sembra più difficile da rintracciare. Le prime indagini lasciano credere che non fosse quello il suo obiettivo. Solo all'ultimo momento ha visto un posto di blocco volante della polizia. Doveva cercare di raggiungere un luogo più affollato da turisti occidentali. Ma probabilmente si è fatto prendere dal panico, ha attivato il timer del detonatore ed è fuggito”, racconta.
Sono i primi passi di un'indagine che si annuncia difficile. Mentre difficile sarà anche verificare la notizia, raccontata in maniera identica dopo l’attentato di Taba, nel 2004, che la notte degli attentati di Sharm i parcheggi dei taxi si siano svuotati. Nessuna auto disponibile per le migliaia di turisti in giro da una discoteca all’altra. Ma le vittime sono state soprattutto egiziane: perché non avvertire anche loro? Intanto le autorità hanno già fermato un'ottantina di persone, tra cui alcuni beduini sulle montagne che circondano la piana di Sharm El Sheikh. La polizia egiziana è riuscita a ricostruire l'identikit di uno degli attentatori di Sharm el Sheikh sulla base delle testimonianze raccolte fra la gente. Dal Cairo gli inquirenti fanno sapere di essere alla caccia di 9 pakistani entrati illegalmente in Egitto il 5 luglio. C'è inoltre il sospetto che gli attentati di venerdì notte possano essere solo l'inizio di una nuova ondata terroristica.
Lo prova l'arresto ieri al Cairo del 33enne Sami Gamal Hegazi, dipendente di un ospedale della capitale. Stava recandosi con una bomba verso la zona turistica delle piramidi, quando l'ordigno è accidentalmente esploso. Ricoverato all'ospedale, al momento l'uomo è troppo grave per essere interrogato. «Certo i terroristi sono ben organizzati. Probabilmente una cellula che in qualche modo si rifà all'ideologia di Al Qaeda. Gente che vuole colpire il governo egiziano, affossare l'economia e uccidere il maggior numero di turisti stranieri. Gli italiani ormai da tanto tempo vengono al Ghazala Gardens, chi lo attacca mira a loro. Le bombe probabilmente sono state costruite al Cairo, portate a Sharm El Sheikh in componenti separate, magari in più viaggi per sfuggire ai controlli della polizia. I tre attentatori sono forse stranieri. Ma hanno almeno un basista qui in città. Forse anche un egiziano dipendente di questo albergo. È lui che stiamo cercando più di tutti. Pensiamo si possa essere allontanato per un giorno o due. Ma deve tornare per non destare sospetti», aggiunge il capitano. La prima mossa sarà dunque quella di verificare i movimenti dei circa 16.000 egiziani che lavorano con i turisti. Ognuno di loro è stato schedato, non può muoversi dal Sinai senza la specifica autorizzazione della polizia. Tanti sono gli elementi che fanno pensare si mirasse anche agli italiani. ‟Lo sanno tutti qui in città che da molti anni il Ghazala Gardens rappresenta il quartier generale di noi della Columbus, legati al Ventaglio (tour operator italiano, ndr)”, dice Rosalba Andresini, 36 anni di Campione d'Italia, che dal 1996 è capo-area per l’agenzia turistica qui a Sharm el Sheikh. La incontriamo mentre sta organizzando la partenza dei suoi clienti. Entro oggi dovrebbero essere tutti tornati in Italia. ‟È stato un miracolo. Oltre 250 tra i nostri clienti stavano in questo albergo. E abbiamo avuto solo una decina di feriti”, aggiunge la Andresini. In serata due nuove rivendicazioni via web. Le firme, ancora tutta da verificare: ‟Brigate Martiri del Sinai” e ”Mujaheddin dell’Egitto”.

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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