E adesso che ne sarà della Banca Popolare Italiana, come Gianpiero Fiorani ha incautamente ribattezzato la Popolare di Lodi in omaggio ai suoi sogni di gloria? Nessuno, in questo momento, scommette un centesimo sulla probabilità che i giudici pongano fine in tempo utile al sequestro cautelare delle azioni dell’Antonveneta riconsegnando la banca padovana ai lodigiani. Anzi, da quando il «Sole 24 Ore» ha pubblicato appaiate le foto di Fiorani e di Bruno Sonzogni, il fantasma della Bipop-Carire ha cominciato ad aleggiare nel palazzone della sede centrale, progettata da Renzo Piano poco lontano dall’Adda. Non tanto per le storie dei due banchieri evocate dal quotidiano della Confindustria quanto per il destino che toccò alla banca della vicina Brescia, una volta scoppiato lo scandalo delle gestioni patrimoniali protette. Già «star» della Borsa ai tempi della «New economy», la Bipop venne pilotata dalla banca centrale all’acquirente prescelto dal governatore Antonio Fazio, e poi smembrata e, in parte, rivenduta. Accadrà lo stesso anche per la Popolare Italiana, adesso guidata da Giorgio Olmo? La fabbrica delle voci, a Roma, a Lodi e a Milano, è in piena attività. Voci talvolta false, spesso forzate, sempre interessate. Conviene allora stare ai fatti. E il primo fatto è che le banche d’affari, advisor della Popolare Italiana e dell’Abn Amro, hanno cominciato a trattare la maggioranza di Antonveneta congelata a Lodi e dintorni. Gli olandesi offrono 26,5 euro per azione, lo stesso prezzo della loro Opa andata deserta. Il consiglio di amministrazione della Popolare, provvisoriamente orfano del suo demiurgo Fiorani, deve decidere se attendere l’autorizzazione alle proprie offerte d’acquisto e scambio su Antonveneta o se va bene così, magari con l’aggiunta di un po’di sportelli della preda mancata come premio di consolazione. Un altro fatto è l’anticipazione della semestrale 2005 della Popolare Italiana. Due sono i dati che colpiscono: la crescita della raccolta nella misura del 24%, segno che a Lodi non c’è quella fuga dagli sportelli che, a qualche mese dalle prime notizie allarmanti, mise in ginocchio la Bipop; la proiezione del Tier 1 della Popolare a quota 16, ben oltre le soglie della massima sicurezza, nel caso venga ceduta alla pari la partecipazione in Antonveneta: dopo l’aumento di capitale da 1,5 miliardi e monetizzata Antonveneta, la Popolare Italiana tornata Lodi starebbe meglio di prima, e dunque non avrebbe bisogno di «cavalieri bianchi». Sempre che sindaci e revisori, già convocati in Consob per essere avvertiti di quanto sta emergendo nelle indagini giudiziarie, confermino i conti degli amministratori. In questo contesto, se emergessero nuovi pretendenti, gli epigoni di Fiorani farebbero festa. In un mercato ideale l’apertura di un’asta per l’Antonveneta sarebbe la soluzione più trasparente, anche se potrebbe innescare tensioni tra i grandi gruppi bancari italiani che, con l’eccezione di Unicredito e quella potenziale del Sanpaolo Imi, sono concentrati nell’orto di casa. L’asta, in verità, è la soluzione che Fazio evitò con la massima cura nel caso di Bipop. Allora il Governatore non avallò il progetto di un aumento di capitale e la nomina di Carlo Salvatori a gerente di una nuova Bipop e scoraggiò quanti - dalla Popolare di Milano a Unicredito - si erano fatti avanti anche solo per sondare il terreno. La Popolare di Milano aveva addirittura raggiunto un preaccordo con il primo socio privato di Bipop, Mauro Ardesi, per incamerare la garanzia in azioni della banca bresciana a sanatoria del suo debito, ma Ardesi scomparve per una decina di giorni. Nel frattempo maturò la proposta di Capitalia. La Popolare di Milano imbarcò una perdita sul credito Ardesi e non se ne parlò più. Ci fu chi mise in dubbio che Bipop avesse bisogno di un salvatore e chiese un rendiconto economico del «salvataggio», ma Capitalia rispose sempre che un rendiconto numerico era impossibile. Tre anni fa il potere del Governatore era assoluto. Ma oggi? Se sull’Antonveneta non si scatena l’asta, è perché Fazio la impedisce o perché a questi prezzi tutti lasciano volentieri la patata bollente in mano ad Abn Amro? Ieri a Rimini, in margine al meeting di Comunione e liberazione, Corrado Passera ha smentito qualsiasi coinvolgimento di Banca Intesa nella partita Antonveneta, meno che mai su richieste d’intervento da parte di Via Nazionale. Con ciò facendo cadere pure l’ipotesi di frizioni con Capitalia affacciata da «Libero», quotidiano di proprietà degli Angelucci, i «re» delle cliniche clienti e soci eccellenti della banca romana. Le indiscrezioni su Intesa avevano il loro fondamento nella constatazione che gli sportelli dell’ex Banca Cattolica del Veneto non bastano più a presidiare il Nord Est quando Unicredito può contare sulla capillare rete della Cariverona e il Sanpaolo Imi su quella di Cardine. Un’Antonveneta potrebbe far comodo e Intesa ha le spalle abbastanza larghe: secondo il settimanale «Milano Finanza», è il gruppo bancario con il più elevato free capital in Italia, quasi 11 miliardi di euro, mentre Capitalia sta a 525 milioni. Ma Passera è troppo attento al ritorno sul capitale investito per pagare Antonveneta tre volte i mezzi propri. In questo uguale al suo collega capitolino Matteo Arpe che nell’inverno del 2004 smentiva la possibilità che Capitalia facesse un’offerta per Antonveneta a causa delle sue troppo elevate quotazioni. E lo stesso si può dire di Carlo Fratta Pasini, leader della Popolare di Verona, anch’essa immaginata tra le possibili alternative agli olandesi. D’altra parte, se ci fosse qualcuno pronto a sborsare 27 euro per azione, il primo a vendere sarebbe Rijkman Groenink che dagli investimenti italiani ha avuto, finora, ben poche soddisfazioni. Al momento, la partita si gioca tra Lodi e Amsterdam. E, se proprio si vuol guardare al futuro, la domanda che ci si dovrà porre è: che cosa farà un’Abn Amro con Antonveneta in Capitalia? Gli olandesi non hanno sottoscritto il rinnovo anticipato del patto di sindacato della banca romana. Aspettano la scadenza naturale nell’ottobre 2006. Ma già ora si può chiedere, nel caso acquisissero l’istituto di Padova, come potranno conservare una partecipazione rilevante in una banca concorrente senza esporsi all’accusa di essere in conflitto d’interessi.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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