Chi è davvero Emilio Gnutti? Il Pirata dell’Antonveneta come hanno scritto i giornali, sospeso dal giudice per due mesi dai consigli di amministrazione, o il dottor Gnutti che a ottobre tornerà, rispettato, al suo seggio in Olimpia a controllare i conti di Telecom Italia? Alla pasticceria Zilioli, luogo cult della Razza Padana appena fuori le mura venete di Brescia, gli amici del giro dell’Hopa non si sbilanciano. I più impertinenti, al massimo, ricordano quella volta che, cinque anni fa, al Chicco rubarono la Bentley. Erano tutti lì, per l’aperitivo serale, e lui: «Forza, andiamo a Serle a farci polenta e uccelli». Ma un distinto avventore, pure lui in cappotto di cashmere blu, ascoltò, seguì, mangiò al tavolo vicino, andò al guardaroba, si infilò il cappotto del Chicco, che aveva lasciato le chiavi in tasca, e filò via con la Bentley. Gnutti, raccontano, non fece una piega e ne ordinò una più bella. Gli unici che prendono apertamente le distanze dal finanziere sono i dirigenti di Rifondazione comunista. In un dibattito sulle scalate di Borsa al Festival di Liberazione, dopo gli applausi a Bruno Tabacci, deputato Udc ma primo e più acerbo critico della Banca d’Italia, hanno sentenziato: «Gnutti è l’esempio dei padroni che lasciano l’industria per la finanza». Il sindaco diessino di Brescia, Paolo Corsini, preferisce mirare più in alto: «Il ‘Faziogate’ getta una luce inquietante sull’oscura vicenda della Bipop-Carire che, piegata ma non prona, venne espropriata alla città e consegnata, con la regia della banca centrale e senza che fosse pagato un euro, a Capitalia». L’Asm, l’ex municipalizzata presieduta dal manager industrialista Renzo Capra, ribadisce al consigliere Gnutti la sospensione. Ma tutto avviene senza rumore. La città è in imbarazzo. Non è ancora convinta che questo suo self made man, che il professor Francesco Spinelli, compagno di Mille Miglia del figlio di Fazio, invitava a tener lezione all’Università, sia davvero peggio degli altri che spadroneggiano in piazza degli Affari. Lo testimonia la prudenza del ‟Giornale di Brescia” e di ‟Bresciaoggi”, che non vanno oltre la cronaca. E’una prudenza tutta da capire. Nel 1999, il ‟Giornale di Brescia” aveva accolto l’Opa di Gnutti e Colaninno su Telecom Italia con un editoriale assai critico che rifletteva le preoccupazioni del mondo legato alla Banca Lombarda. Si potrebbe osservare maliziosamente che, poi, l’Hopa si è presa un 5% della banca. Ma la verità è che la stampa locale ha riconosciuto in Gnutti un esponente del proprio mondo: un fenomeno alimentato da industriali dell’alluminio e delle posate, dei sanitari e della meccanica, dei servizi e del commercio che hanno ancora tutte le loro attività al sole. Massimo D’Alema prese un abbaglio quando parlò di «capitani coraggiosi» come se nella provincia lombarda stesse fiorendo la nuova classe dirigente dell’economia. Ma questo resta il pezzo del capitalismo italiano che aveva capito, prima della cosiddetta ala nobile, come i bassi tassi d’interesse e le leggi fiscali consentissero investimenti finanziari con ritorni sul capitale assai più alti di quelli offerti dalla produzione. Nel 2004, i più importanti fra i soci di Gnutti, i fratelli Lonati, hanno guadagnato 17 milioni fabbricando macchine per calzifici, gioielli di tecnologia esportati in tutto il mondo; 40 milioni da dividere con altri soci nell’acciaio; 65 milioni con il «mordi e fuggi» in Bnl. La città ha preso atto che Gnutti, genero di un operaio comunista della Om-Fiat, è ben visto dalla Quercia, ma anche da Silvio Berlusconi che lo riceve ad Arcore. Il ‟Giornale di Brescia” ha annotato la sua battuta in stile Agnelli: «Siamo sempre filogovernativi». D’altra parte, nell’Hopa hanno partecipazioni il Monte dei Paschi e la Banca Lombarda, Unipol e Mediaset, la Lodi e l’Antonveneta e, per un lungo periodo, l’ha avuta anche Capitalia. Il diavolo e l’acqua santa. E così l’establishment ha cooptato il Chicco. Certo, la borghesia colta, che del concittadino Giovanni Bazoli apprezza le esegesi bibliche prima ancora delle scelte di banchiere, fatica a dare lo stesso riconoscimento a uno Gnutti che racconta senza complessi di non tenere alcun libro sul comodino. Ma il vecchio mondo cattolico e liberale, anche a causa delle sue chiusure e delle sue ipocrisie (a Luigi Lucchini venne negato il gradimento come socio della Banca San Paolo negli anni Settanta), ha ormai ceduto il passo alla cultura del valore inteso come denaro. E così al Festival pianistico Benedetti Michelangeli, affratellati dalla musica, si ritrovano tutti: chi viene a piedi dalla dimora avita e chi lascia la Porsche Cayenne parcheggiata sul ring. È questa città che si chiede se questa volta, con la scoperta dei portage per l’amico lodigiano sull’Antonveneta e delle partite di giro con la Earchimede per abbellire i bilanci della Lodi, Gnutti non abbia passato il segno e si avvii a un tramonto dorato o se invece, con le carte che ha nella manica, le partecipazioni nel sistema Olimpia-Telecom anzitutto, non possa ancora risorgere. Parlando di Marco Tronchetti Provera con l’amico Stefano Ricucci qualche settimana fa, uno Gnutti ancora spavaldo avvertiva: «Nel 2006 dovrà venire a miti consigli». Hopa, in effetti, ha facoltà di uscire da Olimpia in cambio di un rotondo pacchetto di azioni Telecom che potrebbe essere messo a disposizione di nuovi equilibri. Ma legato a quelle azioni c’è anche un miliardo di debiti. E Gnutti è ormai fuori dall’establishment: esattamente da quando, avendo scelto Fiorani, ha rotto le relazioni con Cesare Geronzi e ha sciolto l’intreccio azionario tra Hopa e il gruppo Capitalia. E quando sei messo fuori dal giro, le condanne per insider trading già accumulate in primo grado e i nuovi avvisi di garanzia, fino a ieri irrilevanti, cominciano a pesare. E i debiti pure.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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