Mentre l'aereo plana su Lampedusa, un turista inequivocabilmente padano (pantaloni mimetici e maglietta verdastra) sfodera un binocolo e scruta dal finestrino i dintorni dell'aeroporto, visibilmente per accertarsi che il Cpt ci sia e funzioni. Alla partenza del traghetto per Porto Empedocle, i passeggeri osservano un centinaio di stranieri perfettamente tranquilli e inquadrati dai carabinieri che si apprestano a imbarcarsi, con destinazione i centri di permanenza di Caltanissetta e Crotone o, più probabilmente - a quanto si sussurra - la Libia Queste sono le sole forme di man-watching osservabili a Lampedusa. Per il resto, mentre gli sbarchi si susseguono, i turisti affollano le poche spiagge e scorrazzano su vecchie jeep o orrende moto a quattro ruote per l'isola. Se c'è qualcosa di impressionante in questo avamposto della civiltà occidentale nel canale di Sicilia, è la contiguità indifferente tra i due mondi: quello della disperazione globalizzata e l'altro dei vacanzieri a buon mercato. I battelli della guardia costiera e della finanza escono in mare, individuano le carrette dei migranti e le rimorchiano in porto (ma è anche successo che qualche straniero, approdato per conto suo, sia stato denunciato dai bagnanti e immediatamente bloccato dai carabinieri). Si prestano i primi soccorsi in porto e poi via, nel Cpt. Si vocifera di rivolte, e in effetti una cinquantina di soldati in tuta mimetica arrivano a dare manforte alle truppe già ingenti che presidiano l'isola. Ma la vita dei turisti non è minimamente condizionata da tutto ciò. Ci si chiede come sia possibile un'indifferenza così abissale davanti alla sofferenza e alla morte (il becchino dell'isola scava sempre nuove fosse). Finché ci viene in mente la risposta più semplice e agghiacciante. Questi turisti, in larga parte padani, non vengono solo per godere delle attrattive - a dire il vero non eccezionali - dell'isola, ma anche per assicurarsi che la macchina funzioni, che il nostro limes meridionale sia protetto dai barbari. Sì, la macchina funziona. C'è anche da chiedersi se da qualche parte non siano stati sottoscritti accordi tra scafisti e governi perché i battelli facciano rotta invariabilmente a Lampedusa, dove finanza, carabinieri e polizia sono pronti a tirare la rete. E così tutti sono contenti. Lo stato mette in mostra la sua efficienza, i leghisti sono soddisfatti e Gheddafi o Ben Ali intascano la loro parte di bottino, mentre alle migliaia di sventurati resta solo la speranza di filarsela in qualche modo se la destinazione è Crotone. Ma non è così. Sembra che ormai gli accordi siano ferrei. Alla faccia di corti europee e diritti dell'uomo, nessuno potrà chiedere asilo, nessuno sarà accettato e tutti finiranno in altri Cpt, allestiti da governi notoriamente ossessionati dal rispetto della persona, come Libia, Tunisia, Egitto e Marocco.
Sulla nave per porto Empedocle, i deportati sono confinati sotto coperta. Sul ponte, gli allegri vacanzieri cantano in coro canzoni cretine. E gli altri cittadini possono dormire sogni tranquilli. Come un tempo i ministri Turco e Napolitano, e poi Bossi e Fini, Pisanu veglia sulla nostra sicurezza.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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