‟Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più” delle altre nazioni, ‟e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza”. La diagnosi è di Giacomo Leopardi, in un saggio sui nostri costumi nazionali. Ah sì, certo, ridiamo; ma che abbiamo tanto da ridere? Secondo un antico adagio, il riso abbonda in bocca agli stolti. Tuttavia il riso italiano, così come lo descrive Leopardi, non è per niente frutto di stoltezza, ingenuità, insipienza. Casomai il contrario. Gli italiani, sostiene Leopardi, conoscono più di chiunque altro ‟la vanità e le miserie della vita e la mala natura degli uomini”; non solo, ma sono convinti che in nessun modo questi difetti e questi mali possano essere corretti. Incapaci di vera disperazione e di ‟risoluzioni feroci”, si accomodano facilmente a vivere una vita che disprezzano e a convivere e a conversare con uomini che conoscono ‟per tristi e da nulla”. Il loro non è certamente il riso dello stupido, lenitivo e rinfrescante: semmai un riso intelligente, stridulo, senza indulgenza, sotto molti aspetti sgradevole. Non so se qualcuno si sia dedicato a seguirne le vibrazioni, i risucchi, le esplosioni attraverso otto secoli di letteratura; senza dubbio si tratterebbe di una ricerca tra le più interessanti e rivelatrici (capire come e di cosa un popolo ride è di grande aiuto, per chi si studia di conoscerlo). All’origine il Decameron, grande e complesso libro da cui si propagano spifferi di acre ilarità. Dieci racconti per dieci giornate: un organismo regolare, nobilmente simmetrico, che accettiamo come qualcosa di grazioso e di assai naturale, ciechi alla stranezza e, direi, all’insolenza di un’opera che gronda da un capo all’altro di risate, e ha come sfondo la peste (stranezza e insolenza immediatamente rilevate da chi consideri il Decameron da lontano, attraverso un cannocchiale rovesciato; poi, al pari di quanto suole accadere a certi tratti macroscopici, una maggiore prossimità e intimità tende a eclissarle). Ridere durante la peste! Questo dissonante programma è uno fra gli atti inaugurali non solo della nostra letteratura, ma anche della nostra vita sociale e politica. Accanto al brivido di un’irriverenza nichilista presente nella filigrana dell’opera e che di tanto in tanto viene allo scoperto - come nella novella di ser Ciappelletto, il fingitore che con intrepidezza porta lo scherzo e la finzione sino al limite estremo della propria vita -, esiste nel Decameron un altro tipo di ilarità, quotidiana e verrebbe voglia di dire trita, ma non per questo meno caratterizzante. I nomi che vengono subito in mente sono quelli di Calandrino, il masochista beffato, e dei suoi amici e persecutori, gli amatissimi Bruno e Buffalmacco. In un celebre saggio, Bergson osservò che il riso, essendo sempre, per propria natura, riso di uomini a proposito di altri uomini, fatalmente comporta ‟una momentanea anestesia del cuore”. Se pensiamo a Bruno e Buffalmacco e ad altri personaggi consimili, numerosissimi nella tradizione novellistica italiana, la frase ci apparirà straordinariamente tenue e inadeguata. Non c’è niente di ‟temporaneo” nella crudeltà con cui ‟i furbi” si prendono gioco degli ‟sciocchi”, o, per usare schiette parole toscane, i ‟ganzi” dei ‟bischeri”. Il riso dei primi a spese dei secondi non è un episodio contingente, è la legge su cui si regge il mondo. Una legge che esige da un lato una credulità e una dabbenaggine monumentali e dall’altro quei tratti che Leopardi giudicava peculiari del nostro modo di ridere (o meglio, di deridere): il disprezzo, la freddezza, l’indifferenza. Anche se qualche persona strana e delicata può provare disagio, non è previsto che qualcuno soffra per Calandrino o per Fantozzi o più in generale per l’esercito di ‟cornuti e mazziati” dell’eterna commedia italiana (mentre, forse senza che Cervantes lo avesse chiaro, soffriamo per uno sciocco come Don Chisciotte). Il mondo è quello che è, e conviene trarne le conseguenze. È quanto fa la protagonista de La Mandragola, l’onesta Lucrezia, conquistata dal giovane Callimaco con un sotterfugio a scapito del marito vecchio e babbeo. Le sue parole all’amante fanno pensare allo stringente dispositivo di una sentenza: ‟Poiché l’astuzia tua, la sciocchezza di mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotto a fare quello che mai per me medesma avrei fatto, io voglio giudicare che venga da una celeste disposizione, che abbi voluto così, e non sono sufficiente a recusare quello che ‘l Cielo vuole che io accetti”. Ciò che muove il riso di cui parlerà Leopardi - la conoscenza della ‟mala natura degli uomini” - viene da Machiavelli eretto a sistema. Il Principe, con la sua spietatezza, ne è l’impavido culmine. Nella nostra tradizione, a beffare è di solito una combriccola di amiconi, mentre la vittima è candida e sola. Il riso svolge dunque, si direbbe, una funzione sociale, creando piccoli gruppi cementati da una comune abitudine alla derisione. Trova qui la propria radice un fenomeno caratteristico della nostra scena sociale e culturale: le cosiddette ‟minoranze intelligenti”, profondamente scettiche su tutti e su tutto, fuorché sulla propria intelligenza, che è una sorta di partito preso. Un esempio soltanto. Quando, negli anni in cui si affermavano fascismo e bolscevismo, Giuseppe Prezzolini propose la fondazione di una Società degli Apoti, cioè di ‟quelli che non la bevono”, si riallacciava istintivamente, e in modo nativo, all’antica tradizione italiana del riso intelligente, freddo, carico di disprezzo. Muovendosi nel suo solco, tutta una serie di italiani peculiari, spesso dotati di notevole talento (Leo Longanesi fu uno dei capifila), poté intrattenere rapporti profondamente ambigui col regime fascista, di cui coglieva il ridicolo, ma di cui rispettava il potere. Ridevano incuranti della ‟peste” che li circondava, e l’abitudine a ridere li faceva sentire indenni dal contagio della stupidità. Purtroppo, come aveva scoperto Flaubert compilando il suo ‟sciocchezzaio”, la stupidità è qualcosa di osmotico, a cui nessuno può dirsi una volta per tutte estraneo.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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