Nella follia si vive in un mondo diverso da quello della vita di ogni giorno (della vita che consideriamo normale); ma nel mondo della follia si ha a che fare con le stesse emozioni, anche se esasperate e radicalizzate, che vivono in ciascuno di noi, e che sono la tristezza, la malinconia, la nostalgia, l’angoscia, l’inquietudine, la disperazione, la gioia panica, alle quali nella follia si possono aggiungere alterate percezioni della realtà che sconfinano nei deliri e nelle allucinazioni.
Come può accadere che nella follia, nelle sue diverse connotazioni tematiche, si abbiano esperienze creative talora sconvolgenti sia nelle espressioni letterarie come in quelle artistiche e in quelle musicali?
Definire la creatività non è facile: è stata definita, ad esempio, come originalità, ricchezza di invenzioni, flessibilità, capacità intuitiva, intelligenza fuori del comune, attitudine a scoprire qualcosa di nuovo e di inatteso; ma la definizione meglio adeguata (forse) a coglierne il background è quella che considera la creatività come la capacità di trovare relazioni tra eventi apparentemente estranei gli uni agli altri, e di giungere a nuove e originali formulazioni di pensieri, di immagini, di metafore, di idee che inceneriscano gli abituali e convenzionali modelli di riflessione e immaginazione. Questa capacità può essere intesa come la premessa ad ogni realizzazione creatrice; ma vorrei dire che esiste forse una creatività ordinaria e una creatività straordinaria: la prima parla il linguaggio della vita quotidiana: benché da essa si distingua nel fulgore delle associazioni e delle immagini; mentre la seconda è un modo nuovo di sentire e di esistere che si esprime con grammatiche del tutto estranee alla realtà di ogni giorno e sfiorate dalle ali della genialità.
La creatività straordinaria è, cioè, quella che cambia radicalmente i modelli abituali di immaginare e di pensare, di fantasticare e di riflettere, che sono in ciascuno di noi, trascinandoci negli abissi vertiginosi dello stupore e della vertigine. La creatività straordinaria è la creatività artistica, certo, ma ci sono espressioni poetiche e figurative, musicali e pittoriche, che nulla hanno a che fare con le angosce e le inquietudini, la disperazione e la dissociazione della follia, e ci sono espressioni artistiche e poetiche che sono solcate e incrinate dalla cifra misteriosa e insondabile, luminosissima e oscura, della follia.
L’angoscia schizofrenica (la malattia schizofrenica) è presente in opere narrative e poetiche, pittoriche e musicali, con una emblematica creatività anche se diversa da quella che si coglie nella malinconia. La angoscia schizofrenica come Leitmotiv e come stato d’animo inconfondibile riemerge nei testi narrativi di August Strindberg e di Gérard de Nerval, nelle poesie di Friedrich Hölderlin e di Sylvia Plath, nella pittura di Edvard Munch, di Francis Bacon e di Lorenzo Viani, e nella musica, o almeno nella ispirazione musicale, di Robert Schumann e di Hugo Wolf.
In ogni caso, il problema aperto e dilemmatico, è quello di ricercare se la malattia schizofrenica sia stata la premessa necessaria alla creatività, o se la malattia sia stata la scintilla che ha trascinato con sé l’opera creativa, o se invece la malattia ne sia stata una concausa.
Non è possibile consegnare risposte univoche a questo problema che non può essere affrontato se non analizzando la storia della vita e le modalità espressive, e creative, in ogni singolo poeta e in ogni singolo artista; non dimenticando mai che si ha a che fare, qui, non con la creatività ordinaria, che fa parte della vita quotidiana e che è comunque, in ogni momento, di grande importanza per la realizzazione di sé, ma con la creatività straordinaria: quella geniale.
Abbiamo parlato di creatività ordinaria, quella che riempie di significati inattesi e salvifici la vita di ogni giorno, e creatività straordinaria che fino in fondo si esprime nella creatività artistica libera da ogni influenza della follia, e nella cratività animata dalla follia. Ma c’è anche una creatività lontana dalla creatività ordinaria e sconfinante, vorrei dire questo, nella creatività straordinaria, ed è la creatività psicotica: la creatività che la follia trascina con sé creando forme inedite di esistenza: dolorosamente incrinate dalla sofferenza e dalla angoscia. Le espressioni figurative e quelle linguistiche sono non di rado nella follia contrassegnate da originalità e bagliori creativi: stralciate da ogni influenza socioculturale e da ogni sovrastruttura ideologica. Ciò che si intravede in esse, al di là di ogni connotazione patologica, è la testimonianza dell’umano: della sofferenza e delle lacerazioni dell’anima; e nell’altro mondo, che ne consegue, noi intravediamo (se siamo capaci di ascoltare le voci del silenzio e dell’indicibile) una altra immagine della realtà: quella striata dalla linea d’ombra nascosta nella condizione umana e immersa nell’allusività stremata delle espressioni gestuali ed emozionali, plastiche e figurative, fragili e stupefatte.
La creatività psicotica è legata alla dilemmatica confrontazione fra una esperienza interiore lacerata, che anela a trovare un’espressione di vita e di speranza, e la disperata coscienza della difficoltà nel trovarla: nel vortice di antinomie che trascinano con sé le alte maree della angoscia creatrice.
Le immagini emblematiche di una creatività straziante sono quelle che una paziente di tredici anni sommersa da una esperienza psicotica acuta, e invitata a definire la disperazione che era in lei, ci consente di cogliere e di rivivere silenziosi e attoniti. Queste le parole che Silvano Arieti ci ha fatto conoscere: «La disperazione è come una parete coperta da uno spesso strato di grasso, e una persona sta cercando di arrampicarsi su per questa parete conficcandovi le dita. Giù in basso vi è una fossa profonda, senza fine. In cima alla parete, sul soffitto, vi è un grosso ragno nero. In quest’ultimo anno sono stata in questa fossa profonda, ma ora mi sto arrampicando su per una corda, cercando di uscirne».
L’immagine del ragno che sta divorando l’esistenza di Karin, la paziente immersa in una ofelica schizofrenia, che Ingmar Bergman fa rinascere in uno dei suoi film più belli e sconvolgenti.
Questi, certo, solo alcuni frammenti di una creatività psicotica possibile e reale.
Eugenio Borgna

Eugenio Borgna

Eugenio Borgna è primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Con Feltrinelli ha pubblicato: I conflitti del conoscere. Strutture del sapere ed esperienza della follia (1988), Malinconia (1992), Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica (1995), Le figure dell’ansia (1997), Noi siamo un colloquio. Gli orizzonti della conoscenza e della cura in psichiatria (1999), L’arcipelago delle emozioni (2001), Le intermittenze del cuore (2003), L’attesa e la speranza (2005), Come in uno specchio oscuramente (2007), Nei luoghi perduti della follia (2008), Le emozioni ferite (2009), La solitudine dell’anima (2011), Di armonia risuona e di follia (2012), La dignità ferita (2013), Il tempo e la vita (2015), L'indicibile tenerezza (2016), Le passioni fragili (2017) e Il fiume della vita (2020); con Einaudi: Elogio della depressione (con Aldo Bonomi, 2011), La fragilità che è in noi (2014), Parlarsi: la comunicazione perduta (2015), Responsabilità e speranza (2016), L’ascolto gentile. Racconti clinici (2017), La nostalgia ferita (2018), La follia che è anche in noi (2019) e Speranza e disperazione (2020).

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