La politica è morta. Viva l’arte. Gli intellettuali iraniani non hanno più speranze nella politica, e nessuno sa che cosa riserverà loro per il futuro il nuovo presidente conservatore Mahmud Ahmadinejad. Ma almeno l’arte per il momento continua a fiorire a Teheran. Non solo nelle nicchie delle gallerie private nate a dozzine negli anni della presidenza riformatrice di Khatami. Ma nel Museo di Arte contemporanea di Teheran, che da diversi anni è il principale motore della trasformazione delle arti in Iran. Si devono a questo museo, e al suo direttore A. R. Samiazar, la ripresa delle Biennali di pittura interrotte per oltre un ventennio, nuove iniziative di biennali di fotografia, di arte islamica, di ceramica e calligrafia, e mostre di grande interesse come nel 2001 una intitolata "Conceptual Art", nella quale artisti iraniani presentarono opere che esprimevano i temi della tradizione e dell’identità persiana espressi con mezzi mai usati prima in Iran, e tuttavia senza apparire mere imitazioni dell’Occidente.
Oggi una collezione straordinaria di arte moderna che aveva passato gli ultimi 25 anni in un caveau del MoCA è ritornata alla luce. è una mostra antologica che con 188 opere eccezionali offre un panorama di tutte le maggiori correnti di pittura e scultura nel mondo occidentale, dall’inizio dell’Impressionismo al trionfo del Minimalismo. Come ha detto Samiazar, ‟si può affermare che questa è la più importante collezione di arte occidentale fuori dell’Occidente”. La maggior parte di queste opere vengono esposte per la prima volta. Erano arrivate in Iran 30-35 anni fa, quando Farah Diba, la moglie dello scià, dette incarico a alcuni esperti di metter su una collezione d’arte contemporanea. Senza badare ai soldi, naturalmente. Anche allora il petrolio stava annegando l’Iran in un mare di cash. Poco dopo, la rivoluzione khomeinista del 1979 decretò la fine della politica artistica dell’imperatrice, e mise fine anche ad ogni influenza occidentale. Non solo i quadri i film e la musica occidentale furono vietati ma anche la musica iraniana, il canto e la danza furono proibite e la pittura poté esistere solo se trattava temi religiosi, o effigiava i martiri della guerra contro l’Iraq. Ci si può immaginare quale sorpresa destassero le opere conservate del caveau, quando di tanto in tanto il direttore Samiazar esponeva qualche pezzo, tastando il terreno di che cosa era consentito e cosa non lo era. Nel 2000 al primo piano del Museo comparvero i quattro Mick Jagger di Andy Warhol: da allora sono passati cinque anni ma oggi nessuno si stupisce più né di Mick Jagger né del trittico di Francis Bacon "Two figures lying on a bed with attendants", un’altra delle opere esposte. Gli anni della presidenza Khatami hanno portato nei giovani una freschezza di mente, un fervore, una curiosità di pensiero e una quantità di informazioni che prima nemmeno si sognavano. L’apertura culturale (non quella politica) è stata in parte tollerata anche dai conservatori che la ritenevano comunque un fenomeno ristretto a un numero relativamente limitato di persone. Proprio mentre circolano a Teheran voci su un suo possibile allontanamento dalla direzione del museo, Samiazar ha deciso ora di mostrare per sette settimane l’intera collezione. Punta sul grande interesse internazionale che i pezzi hanno suscitato. Alcuni quadri durante questi anni sono stati prestati a musei occidentali: i Bacon alla Tate Gallery due anni fa, un Picasso, un de Kooning e un Max Ernst alle Scuderie del Quirinale per la mostra sulla Metafisica l’anno scorso. ‟Oggi gran parte dell’eredità culturale e artistica della Persia, una delle più antiche civiltà del mondo, è ospitata nel grandi musei del mondo. La collezione del MoCA di Teheran è forse il primo tentativo che rovescia questo processo” ha detto Samiazar facendo appello all’orgoglio iraniano (da tutti condiviso, conservatori come progressisti). ‟Questi lavori non sono mostrati per invitare all’imitazione ma per rivelare i momenti cruciali di un tentativo di parlare un linguaggio universale attraverso l’arte”. Nell’auspicato tentativo di far dialogare le civiltà, il museo la sua parte l’ha fatta, potrà rivendicare Samiazar se mai i nuovi conservatori l’attaccheranno. farah diba Fu la moglie dello Shah a far arrivare la maggior parte della collezione in Iran 30-35 anni fa nascoste Le opere nel caveau per 25 anni: il go-verno islamico non voleva influenze occidentali la mostra Fra i 188 capolavori Warhol, Renoir e Picasso. Saranno esposti per 7 settimane

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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