Per Mohamed el Baradei, direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, il disastro di Cernobyl ha avuto almeno un effetto positivo: ha aiutato a stabilire un ‟regime globale di sicurezza” nucleare, e ha ‟mostrato la rilevanza della cooperazione internazionale per la sicurezza atomica”. Altri effetti positivi è difficile attribuirne, al peggior disastro nella storia dell'industria nucleare civile, avvenuto nel 1986 quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Cernobyl in Ucraina (allora parte dell'Unione sovietica) si incendiò e sfiorò la fusione del nocciolo, mandando nell'atmosfera una ‟nuvola” radioattiva che ha investito direttamente milioni di persone e si è poi diffusa su gran parte dell'Europa. Il bilancio di quel disastro è ancora controverso. Secondo uno studio presentato ieri a Vienna, ci saranno 4.000 morti a causa diretta dell'esposizione alle radiazioni di Cernobyl: è una previsione, perché fino a metà del 2005 erano morte in effetti una cinquantina di persone (per lo più i soccorritori mandati a spegnere l'incendio). Alcuni giornali già titolano: ‟Il rischio di Cernobyl era stato esagerato” (l'”International Herald Tribune”). Ma queste sono conclusioni politiche: dalle sintesi per la stampa finora circolate le cose sembrano più articolate di così.
Condotto da un centinaio di scienziati, lo studio (Cernobyl's Legacy: Health, Environmental and Socio-economic Impacts) è stato diffuso dal Cernobyl Forum, che riunisce otto agenzie dell'Onu tra cui l'Aiea e l'Organizzazione mondiale della sanità, la Banca Mondiale, e i governi di Ucraina, Bielorussia e Russia. Per presentarlo, ieri e oggi a Vienna si è riunito un congresso mondiale su Cernobyl.
La stima di quattromila morti include sia i decessi noti per leucemia e tumori indotti dalle radiazioni, sia una previsione statistica fondata sulla stima delle radioazioni assorbite: e secondo lo studio, gran parte di coloro che lavorano e vivono nelle zone contaminate hanno assorbito solo dosi basse. Ancora: lo studio conta 4.000 casi di cancro alla tiroide in bambini e adolescenti (all'epoca del disastro), di cui almeno 9 sono morti; il tasso di sopravvivenza però è stato del 99%. A parte questi, ‟gli esperti non hanno trovato prove di un aumento dell'incidenza di laucemie e tumori tra i residenti nelle zone contaminate”, ha dichiarato il manager del Programma radiazioni dell'Oms, Michael Repacholi. Lo studio dice che sfollare è stata un'esperienza traumatica per 350mila persone, ma dopo i primi 116mila evacuati dalle zone più colpite, per gli altri è stata una sofferenza inutile. Dice, ancora, che la povertà rampante nell'ex Urss oggi è un pericolo ben più grave delle radiazioni; parla di ‟fatalismo” e mentalità da vittime, e afferma che l'impatto sulla salute mentale ‟è il più grande problema di salute pubblica creata dall'incidente”.
Studi simili puntano a orientare le politiche pubbliche, e anche questo conclude con una serie di raccomandazioni. Ad esempio, rivedere l'attuale classificazione delle zone a rischio, tornate a liveli accettabili (salvo la zona di esclusione di 30 km attorno alla centrale). Riorientare i programmi di assistenza guardando a costi ed effetti (tagli di spesa?). Raccomanda però anche di continuare il monitoraggio della presenza di cesio e stronzio, i radionuclidi diffusi dall'incidente. Lancia un allarme sullo stato del ‟sarcofago” di cemento costruito in gran fretta attorno al reattore incendiato. Chiede più informazione: gran parte dela popolazione coinvolta, soprattutto nelle zone rurali, continua a non avere informazioni precise sullo stato delle cose.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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