È curioso vedere la reazione psicologica che l'uragano su New Orleans ha provocato nella stampa dove Bush gode di ammirazione. Soprattutto in Italia, che avendo una stampa nella sua stragrande maggioranza in mano o controllata da Berlusconi, è forse il paese più filo-Bush d'Europa (almeno sulla stampa). Il sentimento è soprattutto di IRRITAZIONE. Perché al di là di quello che è successo, delle vittime, della morte e distruzione che ha seminato, l'uragano Katrina ha un ‟torto”.
È quella di aver fatto capire a chi non lo aveva ancora capito che George W. Bush è un signore dal cervello un po' rallentato e la sua amministrazione è una ‟gang of croks and shits”, come dicono gli americani, o una banda di stronzi, come si tradurrebbe in buon italiano.
E quello di Katrina non è un torto da poco, per la stampa di cui sopra. Per il semplice motivo che Bush era Colui-che-stava-salvando-il-Mondo, il Redentore di un'umanità turbolenta, litigiosa, afflitta da dittature e da ingiustizie, in procinto di autodistruggersi con micidiali armi di distruzione di massa che aveva nascosto nei luoghi più impensati introvabili da quella incompetente dell'Onu. Ma, per fortuna, c'era Bush. Il quale, avendo ricevuto (dopo la disintossicazione) direttamente da Cristo la missione di portare dappertutto pace e democrazia, metteva ogni cosa a suo posto, ordine e progresso in questo mondo sgangherato.
C'era un Male che sorgeva qua o là? Niente paura, arrivava il Bene di Bush a cacciare via il Male: il paese più poderoso del mondo, armato di tutto quello che si può desiderare, dalla Bomba atomica alla Bomba H, arrivava con le sue portaerei, i suoi caccia bombardieri, i suoi marines, ‟i suoi ragazzi”, e risolveva ogni nostro problema. È vero, l'impresa di pulizia richiedeva qualche sacrificio, ma signori miei, scriveva la stampa entusiasta della Ditta Bush & Company, anche nell'operazione fatta al laser, la più millimetrica, si sa, un po’ di doloretto il paziente lo prova: in Afghanistan c'erano i Talebani ( e un po' ci sono ancora), non è che fossero tutti concentrati in una zona dove c'è un cartello municipale con scritto Hic sunt Talebanos; erano sparpagliati un po' dappertutto, come la mafia che non è stanziale solo in Sicilia, e dunque è comprensibile che per neutralizzarli ci volessero dei bombardamenti, diciamo così, ‟diffusi” (così diceva quella stampa). E in Iraq? Anche lì la stessa cosa. E Abu-Graib, i prigionieri bruciati con le sigarette e portati nudi a guinzaglio dalle ‟marinettes”? Certamente deplorevole, diceva quella stampa, ma quando ci vuole ci vuole; e poi forse che ‟loro” non tagliano la testa, come ha avuto il coraggio di far vedere nel suo programma un nostro valoroso giornalista diffondendo un video che le troppo rispettose televisioni di questo anemico Occidente hanno rifiutato di mostrare? Però, continuavano, volete mettere, in compenso, la soddisfazione di vedere quelle fiere donne irachene che col dito tinto di blu si recavano per la prima volta in vita loro alla cabina elettorale?
È vero che non c'erano osservatori internazionali e che le vere percentuali dei votanti non si sono mai sapute; ma le percentuali delle donne irachene che votavano a Londra e a Stoccolma, quelle sì, le sapevamo, e tutte le televisioni le facevano vedere liberamente, tanto che perfino qualcuno della sinistra italiana ebbe a pensare: perbacco, ma si tratterà dell'Embrione della Democrazia?
Ma all'improvviso arriva Katrina, che nessuno aveva messo in conto. Perché, come diceva Emile Benveniste, che dalla linguistica aveva tratto una legge applicabile ai destini umani, ‟l'inevitabile non accade mai, l'inaspettato sempre”. Come nei film gialli, quando lui e lei stanno trasportando nel bagagliaio della macchina il cadavere del marito di lei (davvero un brutto tipo di cui era meglio sbarazzarsi) e incassare l'assicurazione, e lui, per evitare un gatto, sbanda e l'auto finisce in un fosso. Un gatto imprevisto, che nessuno aveva invitato, tipo Il postino suona sempre due volte. Ma i politici riflettono poco sulla Storia e sui suoi capricci, pensano che la si possa addomesticare pianificandola coi numeri, nei quali i politici eccellono: calcoli, sondaggi, grafici, conti. Che sulla carta sono perfetti, ma che non significano che i ragionieri siano degli Einstein. Vi ricordate il personaggio interpretato da Dustin Hoffman in Rain Man? Suo fratello gli chiedeva la radice quadrata di duemilioninovecentomilaquattrocentoventicinque, e lui gliela forniva in due secondi. Ma quando deve friggere un uovo in padella manda a fuoco l'appartamento,
Ecco perché la stampa che di Bush aveva fatto un genio globale e della sua amministrazione i cervelloni che avrebbero risolto i problemi dell'Umanità, oggi è irritata. Perché coloro che avrebbero assicurato al Globo terraqueo le indispensabili misure di sicurezza, davanti all'incendio causato da una frittata casalinga non avevano estintori. E non solo; ma loro, che si preoccupano così filantropicamente dei problemi altrui, sui problemi di casa hanno sorvolato, dando ragione al detto evangelico di chi vede la pagliuzza nell'occhio altrui e non vede la trave nel proprio. E infatti, Bush, che era in vacanza come ci stava fisso prima che l'11 settembre non lo mettesse in movimento, vi è tranquillamente rimasto; Condoleeza Rice ha continuato a fare shopping da Ferragamo sulla 5.a Strada e Cheney era a caccia (probabilmente grossa, dati i gusti del personaggio).
‟È questa la giusta disposizione dello stato maggiore che si sente, giustamente, in guerra?”, si chiede Gianni Riotta sul ‟Corriere della Sera” del 4 settembre (la sottolineatura è mia). Bisogna sciogliere l'angoscioso dubbio di questo giornalista: non lo è manco per niente. L'unica obiezione riguarderebbe semmai l'avverbio ‟giustamente”. Gli americani hanno invaso l'Iraq contro la volontà dell'Onu e dell'opinione pubblica mondiale perché a loro dire quel paese aveva armi di distruzione di massa. Che poi non aveva. Bin Laden e i suoi terroristi non stavano in Iraq, ma sulle montagne dell'Afganistan e in Pakistan, che è alleato degli Stati Uniti. E lì Bin Ladenè rimasto. Il suo braccio destro, il mullah Omar, è scappato in motocicletta. Forse che si è recato in Iraq? Questo non ci è stato detto. Ci è stato detto che, visto che le armi di distruzione di massa non si trovavano, gli Americani, già che c'erano, ne approfittavano per portare in quel paese la democrazia abbattendo un feroce dittatore. E che Saddam Hussein fosse un feroce dittatore non c'è dubbio, come ce ne sono in tanti altri paesi dell'Asia e dell'Africa. Ma questo, cosa c'entra con l'11 settembre, da cui comincia tutta la storia? È per questo che l'America è ‟giustamente” in guerra? Ma a parte questo dettaglino su cui non siamo d'accordo, in un'altra cosa bisogna dar ragione a Riotta, allorché comincia il suo articolo con questa affermazione: ‟Il razzismo non c'entra nulla con la catastrofe naturale di New Orleans”. Sulla seconda parte della frase ‟né con la penosa mancanza di reazione davanti all'emergenza”, avanzerei i miei dubbi. Qui il razzismo qualcosa ci può entrare, così almeno affermano migliaia di cittadini di New Orleans colpiti sulla propria pelle, che non sono d'accordo con Riotta. Ma la prima osservazione, quanto è giusta! Il razzismo, con la catastrofe naturale non c'entra proprio un bel niente, così come con il terremoto in Iran non c'entrava il fondamentalismo islamico. Diciamo che nel disastro di New Orleans c'entra il clima, questa variabile che l'amministrazione Bush non aveva messo in conto, e magari c'entra il surriscaldamento dell'atmosfera, a cui la politica di Bush ha dato un aiutino.
Sia come sia, si apre un grande problema. Ora che l'uragano Katrina si è preso la responsabilità di mostrare l'America di Bush, un'America con enormi sacche di povertà, di disuguaglianza sociale, un'America segnata dal cinismo, dal liberismo sfrenato e dal fanatismo religioso, l'America della destrutturazione sociale, dove lo Stato è assente e i cittadini abbandonati a loro stessi; e soprattutto ora che sappiamo che George W. Bush, che si era assunto il compito di guidare il mondo, non sa neppure guidare la propria automobile, come farà il mondo? La risposta è semplice: farà come sempre, quando non c'era George W. Bush. E forse starà pure meglio. Ma cosa farà la stampa che ha vissuto e prosperato perché esisteva George W. Bush? E i neo-cons e le loro teorie, spuntati come funghi dopo la pioggia, che fine faranno dopo l'alluvione? E se il governo italiano organizzasse una vera ‟missione di pace” in Alabama e in Mississipi? Ah, quanti interrogativi ci pone Katrina, questo ospite inatteso che è venuto a ricordare che noi poveri uomini stiamo qui sulla crosta del mondo e sopra di noi, grandi e piccoli, c'è la volta celeste col sole che brucia e la pioggia che bagna. E a volte pure qualche grosso meteorite, come quello che fece estinguere i dinosauri.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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