Ve lo racconto così come l’ho vissuto. Con solo un poco di reticenza, perché sono abituato a scrivere di fatti che accadono agli altri, non a me stesso. Comunque, sono circa le 17.20 e mi trovo alla periferia del campo profughi di Dir El Balla, prossimo a Kfar Darom, uno degli insediamenti ebraici che dovranno essere presi in consegna dalla polizia palestinese nelle prossime ore. All’improvviso una vecchia Mercedes color beige taglia la strada al mio taxi. Ne escono 4 uomini armati di fucili kalashnikov, bombe a mano alla cintura e volto coperto da una maschera nera di lana, che li fa sudare vistosamente. Sono violenti, minacciosi. Corrono verso di noi, puntano i mitra al petto e al volto. ‟Yalla, yalla, sbrigati, entra nella nostra auto”, gridano, tirandomi fuori di peso dal mio taxi. Mi cade la borsa, non me la lasciano raccogliere. Con la coda dell’occhio vedo il mio autista e il traduttore seduti ai loro posti, impietriti dal terrore.
‟Oddio, come in Iraq, ne ho seguiti tanti di rapimenti laggiù, dovevo essere rapito così stupidamente a mia volta qui, in piena Gaza, che conosco come le mie tasche?”, penso tra me e me. Ed è un pensiero che tutto sommato mi dà una sensazione rassicurante. Perché so bene che la Palestina non è l’Iraq. Le statistiche parlano chiaro: fino ad oggi, che ricordi bene, nessuno straniero è mai stato rapito e ucciso. Qualcuno magari è stato trattenuto anche per una settimana, come è avvenuto per un algerino che lavorava per la televisione francese solo un paio di settimane fa. Me non gli hanno torto neanche un capello e non c’è motivo che lo facciano a me. In auto parlano tra di loro. Capisco un poco di arabo dopo tre anni passati in Iraq e gli oltre venti tra Israele e Palestina. E vedo che non sanno bene dove andare, non trovano la via per il covo. Un poco litigano. Infilano due o tre volte dei viottoli da cui escono poi a marcia indietro. È trascorsa circa mezz’ora. Uno ha sete. Chiede un sorso dalla bottiglia d’acqua che ho nella tasca della giacca. Io gliela porgo e la offro agli altri. Loro mi danno da fumare. ‟No grazie, faccio sport, vado in bicicletta”, rispondo. Loro si tolgono le maschere, sorridono, il primo sorriso e non sarà l’ultimo, per fortuna. Alle 18 entriamo finalmente in una specie di fattoria costruita in cemento grezzo, circondata da un alto muro di cinta, nel giardino alberi di limoni, galline, un paio di bambini giocano tra la polvere. Mi offrono aranciata e biscotti. ‟Ti sei comportato bene, tutto bene, non aver paura”, ripetono più volte in arabo. Parliamo fra di noi, mischiando parole in arabo ed ebraico. Almeno due di loro hanno lavorato in Israele a lungo, e conoscono la lingua. Le cose si fanno molto più semplici. ‟Noi siamo militanti delle Brigate Al Aqsa, siamo uomini del Fatah. Ma non ci piace per nulla la politica di Abu Mazen. Il suo è un governo corrotto, inaffidabile e soprattutto un governo fatto di burocrati che non ci rispettano, non riconoscono il sangue versato dai nostri militanti. Noi abbiamo costretto Israele ad abbandonare Gaza e loro se ne stanno comodi comodi in ufficio a godersi i benefici politici. Ti sembra giusto? Cosa faresti nei nostri panni?”, dice uno di loro, sembra sui 40 anni, lo stomaco prominente, due baffoni neri. Lo ripetono più volte, apertamente. ‟Questo è un rapimento politico. Non vogliamo soldi, non ti faremo nulla. Ma occorre che i media di tutto il mondo parlino di te e del rapimento. Vogliamo dimostrare che Abu Mazen è debole, e che i suoi stessi militanti si ribellano”.
Rimango stupito. Non mi tolgono neanche i due telefonini, vogliono solo che li spenga. In tasca ho quasi duemila dollari e non mi chiedono il portafoglio. Ero convinto fossero estremisti islamici oppure banditi, uno dei tanti gruppi tribali che stanno rendendo via via più insicura la Striscia di Gaza. Nulla di tutto questo, sono passate ormai oltre due ore dal rapimento, la situazione è distesa. Io dico che vorrei telefonare a mia madre, non sta molto bene, ci terrei a rassicurarla. ‟No problem, aspetta un attimo”, rispondono. I loro telefonini suonano in continuazione, ricevono ordini dall’alto. È evidente che sono soddisfatti. Le cose stanno andando bene, i media iniziano a parlare del rapimento. Ora vediamo cosa dirà Al Jazira. ‟Vieni”, mi dicono. Così saliamo in sette su una Peugeot scassatissima, quasi s’insabbia, il motore va a singhiozzi. Temo che da qualcuno dei loro mitra accatastati sui sedili possa partire un colpo, stiamo stretti come sardine. Invece va tutto bene. Dopo circa venti minuti di viaggio arriviamo a una catapecchia, che però ha la televisione satellitare. Ci togliamo le scarpe e ci sdraiamo sul tappeto, offrono Coca Cola e frutta. ‟Ora puoi chiamare tua madre”, mi dicono, una conversazione brevissima giusto per rassicurarla. Ho l’impressione che potrebbe terminare tutto entro sera. Ma loro accennano che forse sarò rilasciato l’indomani mattina. Poi hanno un’idea: ‟Perché non chiami il tuo giornale e non chiedi che diano più pubblicità alla storia? Verresti liberato molto più in fretta”. Io chiamo il ‟Corriere” e loro chiedono espressamente che nella telefonata si critichi Nasser Yusef, il ministro di Abu Mazen che si occupa degli Affari interni. Poi chiacchieriamo dei loro bambini. I miei sei carcerieri sono tutti sposati, il più giovane ha 27 anni, il più anziano poco più di quaranta. Sono passate da poco le venti. Al Jazira e Al Arabiya parlano di noi. ‟Abbiamo preso l’ostaggio giusto”, dicono felici tra di loro. ‟Tra un’ora ti liberiamo”. Ci vorrà meno tempo. Per mezz’oretta stiamo accovacciati in un uliveto in attesa. Poi sono ancora loro che mi portano direttamente nel centro di Gaza all’abitazione di uno dei responsabili della polizia palestinese. Qui c’è anche Mohammad Dahlan, capo dei Servizi di sicurezza di Abu Mazen. ‟Questo è un fenomeno di banditismo preoccupante. Ma dovremo anche cercare di accontentare i nostri uomini” dice conciliante lui dopo aver udito il mio racconto. Abu Mazen in persona mi chiede se resterò a Gaza. ‟Se parte darebbe ragione a chi cerca di destabilizzarci” dice. Ma qui stanno arrivando tanti altri colleghi. Nessuno se ne va. Gaza resta la storia del momento.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>