Non c'è il minimo dubbio. Sarebbe meglio - molto meglio - che tutti ‟i bambini di religione islamica che vivono in Italia andassero nelle scuole pubbliche”, come afferma il ministro dell'interno Pisanu. E ancor meglio sarebbe che andassero in scuole pubbliche, dove ci fossero spazio e tempo anche per la lingua, la cultura, la religione, la tradizione dei paesi di origine. Ma intanto? Ovvero, mentre si lavora a quella prospettiva ottimale e si mobilitano energie e risorse perché proceda l'integrazione ai livelli più qualificati, nel frattempo, che si fa?
Si chiude la scuola islamica di via Quaranta col solo risultato di cacciare nella oscurità di scuole ‟domestiche” (e, queste sì, davvero clandestine) circa 500 bambini?
Ecco il nodo vero e il cuore della questione. Ed è una questione duplice e doppiamente aggrovigliata. In primo luogo, c'è la situazione di una scuola frequentata da bambini di religione musulmana, attiva da anni, priva di qualunque riconoscimento giuridico e amministrativo e oggi dichiarata inagibile per ragioni igienico-sanitarie. Poi, c'è il progetto della comunità islamica di Milano di avviare la procedura al fine di ottenere, per quella scuola, lo status di istituto paritario.
Ebbene, in termini generali, non c'è dubbio che, come ha affermato Filippo Penati, presidente della provincia di Milano, la scuola islamica produce ‟separatezza anzichè integrazione”: ma, oggi, la prima urgenza è la sorte di quei bambini e di quei ragazzi; e la buona politica e la saggia amministrazione hanno una sola priorità e una sola via da percorrere. Quella delle soluzioni parziali e provvisorie, dei compromessi possibili, dei provvedimenti efficaci: al fine di evitare che la prospettiva, interamente condivisibile, di un progetto vero di integrazione futura (bambini stranieri e bambini italiani nelle stesse classi) comporti, nella situazione attuale, la cancellazione di una opportunità.
Una opportunità sicuramente parziale e deficitaria, carente e ambigua: ma utile per intraprendere la via - più complessa e ‟più integrata”, pur se nemmeno questa ottimale - della scuola paritaria.
In quella scuola, come previsto da una normativa del 2000, sarà compito dello Stato far rispettare standard rigorosi e vincoli precisi: non solo sotto il profilo igienico-sanitario, ma anche sotto quello dei contenuti, della qualità dell'insegnamento, dei programmi didattici: dunque, dell'offerta formativa, da un lato, e dei parametri organizzativi, amministrativi e contrattuali, dall'altro. È esattamente quanto previsto dalla legge per gli istituti paritari: e non è chiaro, pertanto, come si possa escluderne una comunità o una confessione religiosa o un soggetto che, quella legge, intenda rispettare e mostri di rispettare. Si tratta di una normativa voluta, in particolare, per tutelare le scuole di ispirazione cattolica: e verrebbe da dire, a quanti oggi mettono in dubbio la possibilità di estenderla agli istituti di ispirazione musulmana, ‟avete voluto la bicicletta...”.
Personalmente, condivido l'ispirazione di quella legge, pur se ne critico diversi articoli, anche se, personalmente, non ne ho mai usufruito (dal momento che i miei figli hanno frequentato e frequentano scuole pubbliche): e, dunque, ritengo inevitabile che i musulmani di Milano o di un'altra città progettino una ‟propria scuola” e possano realizzarla. Dopo di che, il problema è uno e uno solo: come rendere effettivi ed efficaci nei futuri istituti islamici quei controlli e quelle verifiche che la legge prevede per tutte le scuole paritarie (e che, in passato, sono stati così spesso carenti nei confronti delle ‟scuole cattoliche”). Va ricordato, comunque, che già oggi quasi quattrocentomila studenti stranieri frequentano le scuole pubbliche italiane: e questo costituisce il più potente e fertile strumento di integrazione e di convivenza e, allo stesso tempo, una delle più importanti occasioni di conoscenza e di ‟apprendimento del mondo” per i bambini italiani. In ogni caso, ciò che più conta è la consapevolezza che, in questo campo, qualunque modello rigido e astratto rischia di fallire.
Il ‟multiculturalismo” non è una minaccia alla nostra identità, ma nemmeno un orizzonte ideale e una prospettiva radiosa: una sorta di surrogato arcobaleno del socialismo. È, piuttosto, un processo inarrestabile che va affrontato con pazienza e lungimiranza e attraverso un negoziato ininterrotto. E tramite politiche pubbliche, che sappiano discernere tra l'eccezione (sulla quale mostrare capacità di mediazione e, all'occorrenza, massima flessibilità) e la norma (sulla quale esercitare vigilanza e, se necessario, rigorosa inflessibilità). Si tratta di stabilire, in altre parole, quali sono i valori prevalenti, in quella congiuntura circoscritta e nelle condizioni date.
Oggi, va da sé, evitare la dispersione scolastica e l'‟invisibilità” degli alunni di via Quaranta è la prima esigenza; domani, in un possibile istituto musulmano paritario, si dovrà vigilare affinché non solo non ‟si allevino kamikaze”, ma nemmeno vengano trasmessi valori contrari al nostro ordinamento e ai diritti universali della persona (per esempio, al principio dell'eguaglianza tra uomo e donna); e, ancora, in una scuola pubblica, si dovrà garantire che non vengono praticate forme aperte o sottili di discriminazione e penalizzazione nei confronti degli alunni stranieri.
È faticoso? Certo: faticosissimo. Ma chi aveva detto che sarebbe stata una passeggiata?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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