I pozzi di petrolio sono a Doba, nel Ciad meridionale, da dove un oleodotto trasporta il greggio per 1.100 chilometri fino alla costa dell'Atlantico, in Camerun. È noto come ‟progetto Ciad-Camerun”: vi sono stati investiti 4,2 miliardi di dollari, forse il maggiore investimento privato in Africa. È condotto da un consorzio di compagnie guidato da ExxonMobil, con Chevron e con l'azienda statale della Malaysia, Petronas; ha il sostegno di banche private, agenzie (pubbliche) di credito per l'export e della Banca Mondiale. L'oleodotto è entrato in attività nel 2003, dopo anni di polemiche e proteste (di cui questa rubrica ha riferito spesso). Ora Amnesty International torna a parlare del progetto Ciad-Camerun, e con allarme: dice che è una minaccia per i diritti umani nei due paesi africani. ‟Gli accordi che reggono il progetto rischiano di minare gravemente la capacità e la volontà del Ciad e del Camerun di proteggere i diritti umani dei loro cittadini, lasciando le compagnie petrolifere di fatto senza controllo nella zona dell'oleodotto”, si legge in un lungo rapporto (Contracting out of human rights: the Chad-Camerun pipeline project, pubblicato mercoledì a Londra). In effetti, sostiene Amnesty, ‟le parti contraenti - i governi di Ciad e Camerun e il consorzio guidato da ExxonMobil - sono venute meno alle loro responsabilità sui diritti umani”. Per dire questo, Amnesty analizza il contratto di concessione tra i due stati e gli investitori: ad esempio dove impone ai due governi penalità finanziarie pesanti in caso di sospensione delle attività nei pozzi o all'oleodotto - anche se questa fosse dovuta a un intervento per dirimere questioni sociali e proteggere i diritti della popolazione locale o dei lavoratori. Quel contratto, dice l'organizzazione per i diritti umani, permette di fatto alle compagnie di operare senza rispettare leggi nazionali. E non è un'eventualità teorica.
Amnesty ricorda che pozzi e oleodotto hanno già portato ad abusi verso i poveri agricoltori della regione, a cui è stato negato l'accesso alle terre senza risarcimenti, o a cui è stata tolto l'accesso ai pozzi d'acqua potabile. Le comunità di pescatori Kribi sulla costa del Camerun, hanno visto crollare la pesca e dunque della propria fonte di reddito. Amnesty ricorda che in Ciad e in Camerun i diritti umani sono spesso calpestati, che si tratti della popolazione che vive attorno all'oleodotto o più in generale di tutti i cittadini. I sistemi giudiziari sono inefficaci e vulnerabili a interferenze dello stato: ‟Non bilanciano governo e interessi commerciali potenti”. I tribunali e la polizia ‟non sono preparati a proteggere i diritti umani delle popolazioni dagli effetti avversi di grandi progetti di sviluppo economico”. In Ciad un ciclo quasi continuo di conflitti armati dagli anni `60 ha lasciato una pace fragile; il presidente Idriss Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato militare nel 1990, ha usato tortura e uccisioni di massa per sottomettere ribellioni armate; nel sud, dove sono concentrate le riverse petrolifere - e dove il petrolio ha ingrandito gli appetiti di potere e acuito la repressione - le operazioni anti-guerriglia sono state particolarmente brutali. Nel Camerun, da 22 anni sotto il governo del presidente Paul Biya, Amnesty segnala che l'uso della tortura è comune e che gli oppositori scompaiono in carcere dopo processi non credibili.
Amnesty conclude che ‟attorno all'oleodotto prevale un clima di paura e intimidazione”. Ecco un altro esempio di come lo sfruttamento di una risorsa naturale porta a una spirale di corruzione, abuso, negazione di diritti, violenza. Amnesty spiega di aver condotto questa indagine nel quadro di una ricerca sull'impatto degli investimenti privati sui diritti umani. E chiama in causa non solo i due governi africani ma anche le aziende petrolifere, e poi la Banca Mondiale e in particolare il suo istituto di credito privato, la International Finance Corporation, che ‟portano parte della responsabilità” - se non altro dovrebbero attenersi ai loro codici di condotta, che impongono di non sostenere progetti che violano i diritti umani.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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