Romano Prodi l’ha detto pressoché contemporaneamente all'invio del messaggio sulle unioni civili: non utilizzerò un linguaggio ‟sfumato” e non presenterò un programma ‟doroteo”.
Ora, il doroteismo, al di là della sua vicenda storica, non corrisponde semplicemente a una corrente del partito democristiano che fu (Rumor, Piccoli, Bisaglia, ricordate...).
Il doroteismo è, come noto, una categoria dello spirito e un'impronta dell’anima.
Che le vicende della cronaca e il declino dei partiti di massa, la senescenza degli uomini e l’usura dei poteri possono sopire, non cancellare. Come direbbe un doroteo che ha fatto il liceo classico (tutti i dorotei hanno fatto il liceo classico): semel doroteus, semper doroteus. Se lo sei stato una volta, insomma, lo sarai per sempre. E, così, due democristiani tra i più tenaci e simpatici, Mastella e Follini, appena Prodi ha pronunciato parole limpide su una questione di grande rilievo sociale e civile, hanno reagito doroteicamente. E hanno utilizzato la medesima parola: ‟zapaterismo”. Ora, non v’è chi non veda che la distanza (meglio: l’incomparabilità) tra i due è assoluta. Può costituire un sollievo o rappresentare una delusione, ma Prodi non è Zapatero, non potrebbe esserlo, non vuole esserlo. Ebbene, si può comprendere tutto, essere miti e fin indulgenti, accettare che - in tempi di primarie e alla vigilia delle politiche - ognuno tiri acqua al proprio mulino: ma perchè tanta sciatteria? Perché la grossolanità di confondere la normativa spagnola che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso con la proposta di legge, presentata al parlamento italiano, sulle unioni civili? È come se, appena si evoca un argomento relativo alla sfera più intima, quella del desiderio sessuale, emergesse il Pierino che è in noi: e leader politici solitamente equilibrati si comportassero come altrettanti adolescenti in piena tempesta ormonale. Qui invece stiamo parlando, piuttosto, dell’esistenza quotidiana delle persone, dei loro sentimenti, delle loro aspettative e delle loro emozioni. E stiamo parlando di nuove esperienze di vita e di relazione. Ovvero delle trasformazioni in corso nella soggettività individuale e nei rapporti interpersonali, nella sfera della sessualità e nelle fenomenologia delle forme coniugali. Stiamo parlando di 555.000 coppie di fatto - di sesso diverso o dello stesso sesso - secondo i dati dell’Istat. Stiamo parlando, dunque, di oltre un milione di persone che, per le ragioni più diverse non possono o non vogliono contrarre matrimonio religioso o civile. Vanno confinati in una situazione di invisibilità sociale? E, di conseguenza, in una condizione non riconosciuta e non tutelata, priva di diritti, prerogative e garanzie (sul piano dell’assistenza sanitaria e su quello patrimoniale ed ereditario, per quanto riguarda l'abitazione, la pensione e quant’altro)?
E il discorso non si ferma qui: e proprio perchè ciò che appare come il punto più sensibile e, per ciò stesso, più fragile dell'intera questione, a ben vedere, non lo è affatto. Mi riferisco alle coppie di persone dello stesso sesso. Come non cogliere che in quelle, tra esse, che chiedono il riconoscimento del proprio vincolo é presente una robusta istanza morale? Ed è morale, innanzitutto, la domanda di riconoscimento della propria identità e della propria forma di relazione, quando ispirata alla mutualità, a un'idea di futuro condiviso. Dunque, nella richiesta di una normativa per le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso c’è, per un verso, una domanda di superamento delle discriminazioni e, per l’altro, una prima elaborazione di una autonoma concezione dell'esistenza e dell'organizzazione sociale, fondata su valori. Come può una politica che si dice cattolica ignorare tutto ciò? E, infatti, ‟L'Osservatore Romano” non si è abbandonato a lepidezze (e se non altro, Dio lo benedica, non ha evocato Zapatero); ha scritto, cupamente, che la scelta di Prodi costituirebbe ‟una lacerazione della famiglia”. Singolare ragionamento: le unioni civili ‟fanno famiglia”, allargano e ampliano la categoria di comunità familiare, accogliendo e riconoscendo una realtà che vive da decenni in una condizione di minorità, quando non di discriminazione. Le famiglie tradizionali che, evidentemente, restano la grande maggioranza, non vengono in alcun modo minacciate. Al contrario: potrebbero risultarne rafforzate nella propria identità e incentivate rispetto ai propri progetti di vita.
Romano Prodi, di cui non ci interessano le idee e le opzioni personali su questioni che, evidentemente, costituiscono motivo di contraddizione, ha fatto una scelta ‟non dorotea”. Due volte ‟non dorotea”. Perché ha deciso di parlare chiaro e ‟non sfumato”; e perchè ha voluto inviare un messaggio autenticamente liberale. Non a caso, in tutta Europa, governi di segno diverso, conservatori e progressisti, hanno approvato normative simili a quella che, in Italia, prevede il riconoscimento delle unioni civili. Prodi ha mostrato sensibilità e intelligenza: e capacità di affrontare le prevedibili reazioni. Evidentemente, ritiene che dargli dello ‟Zapatero” (anche se, appunto, c’entra come i cavoli a merenda) non è il peggiore degli insulti.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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