La folla sudata tra la polvere. Poi gli spintoni, una fessura nel muro di confine e la polizia che rimane a guardare. Per comprendere il caos montante basta arrivare a Rafah, lungo la frontiera tra la Striscia di Gaza e il Sinai egiziano, dove da tre giorni migliaia di palestinesi sfidano qualsiasi regola e approfittano del momento di confusione per incontrare i familiari dall’altra parte. Ieri mattina il flusso di gente era in aumento. Come i membri della famiglia Kashuv. Arrivati in venti da Gaza, con le donne dal volto coperto, i bambini accaldati, gli uomini pronti a fare scudo con il loro corpo per avanzare nella calca e raggiungere il lato egiziano. ‟È dal 1980 che non vedo mia figlia. Dopo gli accordi di Camp David, per noi la frontiera tra Israele ed Egitto si è chiusa e le nostre famiglie sono rimaste irrimediabilmente divise”, sostiene Lula, 65 anni, piangendo nel riabbracciare la figlia Mona, 40 anni, e i sui tre bambini, che la nonna non aveva mai visto. Come loro, tanti altri. Da dopo il ritiro israeliano domenica notte, la gente ha iniziato a prendere a picconate il muro alto dieci metri che divide in due la cittadina e il campo profughi di Rafah. A fatica hanno aperto fessure dove si passa uno a uno. Altri, i più giovani, con scale e traversine di legno si sono arrampicati sul muro e dalla sommità hanno gettato corde di canapa nera dall’altra parte per facilitare la discesa. A loro si mischiano i contrabbandieri di sigarette, materiale elettrico, medicinali. ‟Sicuramente in questo momento stanno passando anche armi e droga. Ma cosa possiamo farci?”, dice rassegnato un sergentino della nuova polizia palestinese. Anche le forze di sicurezza egiziane per il momento restano a guardare. Da questa sera il confine dovrebbe infatti venire chiuso. Se non ci riusciranno le forze palestinesi, ci penseranno quelle egiziane. Ma il ritorno del blocco di Rafah sarà probabilmente l’unica misura militare adottata con successo. Perché per il resto l’intera ‟Striscia della disperazione” si trova sull’orlo dell’anarchia. Riuscirà il governo di Abu Mazen a tenerla sotto controllo? Partendo ieri alla volta di New York per l’assemblea Onu, il premier Sharon ha ribadito che d’ora in poi le forze israeliane resteranno in disparte. ‟È la fine delle nostre responsabilità a Gaza. Con il ritiro ho rispettato ciò che avevo promesso. Ciò offre nuove opportunità ai palestinesi, è giunto il loro turno”, ha chiarito. Abu Mazen non si è tirato indietro. E in un discorso alla televisione ha promesso il pugno di ferro. ‟Da oggi non ci saranno più esitazioni. Metteremo fine a tutte le manifestazioni di violenza e a ogni infrazione della legge. Il caos non sarà più tollerato”, ha dichiarato. Parole tutte da verificare. Perché sul terreno la situazione resta caotica. Migliaia di civili continuano a invadere le ex colonie israeliane per scavare tra le macerie e prendere tutto il possibile. La strada costiera, che è la via più rapida per viaggiare lungo la Striscia, è bloccata dal traffico di carri, carretti, auto e camioncini carichi del ‟bottino”. Sono a rischio anche le ex serre israeliane, che dovrebbero servire a rilanciare l’economia locale. I gruppi paramilitari dell’opposizione sfidano inoltre apertamente l'Autorità palestinese. Ieri sera una gigantesca manifestazione indetta dal gruppo islamico Hamas ha paralizzato per alcune ore il centro di Gaza city.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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