Un giorno di venti anni fa il più potente costruttore di Manhattan, Donald Trump, ha voluto far sorgere una delle sue torri (modestamente, si chiamano tutte ‟Trump Tower”) nel punto di Manhattan in cui c’era una casetta rossa con i gerani alle finestre.
Trump aveva già comprato tutto il terreno circostante e aveva bisogno di liberarsi dalla casetta per cominciare a scavare le fondamenta del suo nuovo gigante. C’era un problema. Come testimoniavano i gerani alle finestre, la casetta era abitata. L’inquilina era una signora niente affatto timida di settant’anni che ha detto subito: ‟Vivo qui da una vita, non me ne vado.”
A quel tempo, quando a New York c’era meno mercato e più Stato, vigeva una legge che forse era un laccio per la libera impresa, ma era anche una bella protezione per gli anziani. Stabiliva che, compiuti i 65 anni di età, nessun cittadino poteva essere sfrattato. A giudicare dal continuo moltiplicarsi di nuove costruzioni e fortune edilizie a Manhattan, negli anni Settanta e Ottanta, non si direbbe che le imprese ne abbiano sofferto. Ma decine di migliaia di anziani abitanti di New York hanno potuto finire i loro giorni in pace nella casa in cui avevano sempre vissuto.
Quanto alla signora settantenne della casetta coi gerani, sono lieto di informarvi che ha vinto lei. Trump ha perfino provato a offrirle somme di denaro non indifferenti per una insegnante in pensione. Ma lei ha detto no. Ha detto: ‟Sto bene qui, conosco le persone, i negozi, la farmacia di questo quartiere. Che senso ha mandarmi via?”. Ha senso per il mercato, le risponderebbero decine di esperti ai nostri giorni. Da allora (che non è la preistoria, ma appena vent’anni fa) la donna e la casetta sono diventate un simbolo per milioni di cittadini newyorkesi.
La casetta rossa c’è ancora a Manhattan, accanto alla torre di Trump, che gli architetti hanno dovuto costruire un po’ più piccola. Si trova all’angolo fra Lexington Avenue e la 59ma strada. È inclusa nelle carte turistiche e nelle passeggiate consigliate delle guide. È diventata il simbolo di una catena benevola che lega il cittadino alle istituzioni, e le istituzioni (con una misura di moderazione, di buon senso ma anche di fermezza) alla libertà di impresa.
Infatti, guardando indietro, si scopre questo: Trump è stato sconfitto nel principio che il bene dell’impresa è il bene di tutti, perché una donna, da sola (ma con l’aiuto della legge) ha potuto dire: ‟non è vero, per me è un gravissimo danno”.
Trump non ha perso nulla, è ancora lì a dominare il mondo delle costruzioni di New York. E i turisti fanno la coda per vedere la piccola casa rossa diventata un mini-museo. Forse è un monumento alla memoria della politica.
Che cosa è infatti quella vecchia legge newyorkese che qualcuno, al momento di cancellarla, ha chiamato ‟socialista”, se non l’intervento della politica, con l’intento di non lasciare i cittadini da soli, nell’intrico di pesi e contrappesi del mercato, quando quei pesi sono troppo squilibrati?
La legge risale a un progetto di John Kennedy, detto ‟Guerra alla povertà”, realizzato da Lyndon Johnson. È rimasto intatto per decenni fino all’avvento di Ronald Reagan, che ha iniziato lo smantellamento.
Da quel momento i poveri sono immensamente più poveri, i ricchi immensamente più ricchi, e non c’è un solo economista disposto a sostenere che questa società (che avrebbe prontamente cacciato la signora settantenne dalla casetta rossa della Lexington Avenue) sia una società migliore o più giusta o più conveniente o più produttiva e meglio organizzata per tenere testa, ad esempio, a colossi emergenti come la Cina, o alla disperata povertà del mondo che rischia di trasformarsi in vendetta. Ricordiamo che cosa era la ‟guerra alla povertà” di Kennedy e Johnson: imponeva agli ospedali di non rifiutare i poveri, in cambio di sostegno alla attività medica e farmaceutica di ricerca. Alcuni dei più importanti premi Nobel per la medicina sono stati assegnati a ricercatori americani, o residenti in America, in quegli anni e a causa di quei fondi. Imponeva a chi affitta, a chi da lavoro, alle scuole e alle università, di non rifiutare le minoranze. Dava alle università e alle aziende incentivi per accettare o per assumere i neri. Manteneva in vigore la legge di Roosevelt detto ‟G.I. Bill” che prevedeva tasse universitarie gratuite, fino al dottorato, per gli ex soldati che, in base al merito, venivano ammessi nelle grandi università. Manteneva tutta la vita, per i reduci della Seconda Guerra Mondiale, l’assistenza medica gratuita.
Ad un certo punto, lo ricorderete tutti, si è diffusa la voce che ‟la festa era finita” e che bisognava fare i conti con la diminuzione delle risorse.
Eppure chi doveva lavorare aveva lavorato, nessuno dei grandi patrimoni o delle grandi imprese del mondo si era dissipato o consumato per avere pagato troppo chi lavora. Scandali e crolli sono venuti dopo, nell’epoca delle deregolamentazioni. Tutte le imprese forti e presenti sul mercato avevano moltiplicato di dieci o venti o cento volte le loro dimensioni iniziali. Le immigrazioni, anche clandestine, erano state assorbite dal moltiplicarsi di nuovi posti di lavoro non più coperti dai lavoratori delle industrie.
I cittadini avevano fiducia e compravano. È vero, i sindacati erano forti. Ma erano parte del mercato: riequilibravano, trattando tutti insieme, il peso irrilevante di ciascun lavoratore, impedivano i due grandi mali della società di massa, la solitudine e la prepotenza.
Il grande protagonista era l’impegno politico, quando i cittadini, in numero grandissimo, facevano sentire la loro voce in grandi mobilitazioni di massa. Poiché sto parlando dell’America, simbolo del mercato, ricorderò il movimento per i diritti civili, che ha salvato l’America da un pericoloso e costosissimo scontro sociale; l’opposizione di massa a Nixon dopo che le sue azioni vergognose erano diventate pubbliche e provate dai giudici, che ha tenuto dentro le istituzioni politiche un caso gravissimo; la mobilitazione contro la guerra nel Vietnam, che ha bloccato il più costoso e spaventoso errore americano prima della guerra in Iraq.
Per restare all’America-simbolo, chiunque ricorderà che ‟la festa è finita”, almeno per i lavoratori, sotto la presidenza di Reagan. Ma il grande leader conservatore ha moltiplicato per tre il deficit degli Stati Uniti, impegnando cifre immense in armamenti e nella ossessione della ‟Scudo Spaziale”,e tagliando quasi tutta la spesa sociale. Ha dato avvio a quella strada in vertiginosa discesa detta ‟deregolamentazione”.
Curioso che la festa sia finita mentre i compensi dei vertici delle aziende salivano a quote mai toccate nel mondo del capitale e della industria, e gli azionisti approvavano simili scatti in alto (che in molti casi hanno portato un danno mortale all'impresa) come premio a quei dirigenti che avevano operato ‟snellimenti”, ‟modernizzazioni” e ‟liberalizzazioni”. Significa sempre licenziamenti (ma si dice ‟mettere in libertà”). E hanno spesso privato le aziende di personale competente, prezioso, la cui formazione era costata ben di più, e aveva fruttato ben di più, del vantaggio di licenziare.
Tutto ciò è avvenuto perché, sotto la spinta della cosiddetta ‟modernità”, lo Stato ha smesso di essere il garante dei cittadini (e certo anche il notaio irreprensibile di certezze essenziali per investire, avviare e sviluppare imprese). E si è attestato da una parte sola. Quella parte non era, come è stato detto, l’interesse delle aziende. Era la libertà di speculazione sottratta a ogni regola che ha danneggiato o cancellato moltissime imprese e il loro lavoro.
Le devastazioni crudeli avvenute nel paesaggio sociale, un vero e proprio abbandono dei cittadini a se stessi nelle grandi democrazie industriali, sono rimaste nascoste e frutto solo di nobili interventi accademici (suggerisco al lettore di vedere o rivedere due testi italiani recenti, ‟Un mondo di sofferenze” di Alberto Alesina, edito da Laterza, e ‟Le imprese irresponsabili” di Luciano Gallino, Einaudi) fino all’uragano Katrina, che ha scoperchiato il destino dei poveri dimenticati, nel Paese più ricco e più dotato di risorse del mondo.
Chi legge questo articolo avrà notato in questa pagina la fotografia di uno scheletrico ammalato trovato nudo in ciò che resta di un ospedale (era il Charity Hospital di New Orleans) e soccorso - dice la didascalia della foto del grande giornale americano - due settimane dopo l’uragano. Ma quella fotografia impressionante è accompagnata da un articolo (pubblicato del ‟New York Times” del giorno prima, 15 settembre) in cui un team di giornalisti ha posto domande e cercato risposte per un dramma così disumano.
È risultato che decine e decine di pazienti trovati morti negli ospedali, erano stati vittime di tre cause: mancanza di ventilatori (la temperatura era salita a 40-50 gradi dopo la tempesta, a causa del calore del mare), mancanza di ossigeno per chi respirava a fatica, interruzione delle dialisi.
Perché non hanno funzionato i generatori? Perché la scorta di carburante era minima benché l’uragano fosse stato meticolosamente previsto. Ma il proprietario non aveva voluto spendere per dotare gli ospedali di scorta. Perché nessuno è venuto a soccorrere i malati, benché i medici avessero creato un eliporto di fortuna sui tetti, usando assi di legno e lastre di metallo tolte da altri edifici distrutti? La risposta è a pagina 4 del quotidiano citato: ‟Il proprietario degli ospedali, ‟Tenet Healthcare”, la seconda più larga catena di cliniche private degli Usa, aveva subaffittato i centri sanitari di New Orleans alla compagnia Lifecare Holdings, grande azienda del Texas. I sopravvissuti di New Orleans affermano: ‟Mai nessuno ha risposto alle nostre continue telefonate. I medici hanno provato con raffiche di e-mail. Nessuna risposta, mai. Nessun elicottero è stato noleggiato e inviato. Quando se ne è presentato uno della Guardia Costiera, il pilota ha detto: ‟Noi andiamo solo a Baton Rouge e non sappiamo se ci sono posti in quell’ospedale”. E se ne è ripartito vuoto.
Inevitabile chiedere come mai tre grandi centri ospedalieri della città di New Orleans fossero controllati da grandi catene private dislocate in centri lontani del paese.
La risposta del quotidiano di quella città, il ‟Times Picayune”, interpellato, è questa: ‟Sono stati privatizzati. ‟Tenet Healthcare”, che ha il suo quartier generale nel Texas, si è fatta avanti dicendo: ‟Se si fa profitto li prendiamo noi”‟.
Il risultato è nella immagine di quel paziente di 74 anni, che si chiama Edgar Hollingsworth, che è miracolosamente sopravvissuto per due settimane senza medicine e senza soccorsi, ed è stato trovato nelle condizioni che il fotografo Bruce Chambers ci mostra. La gigantografia di quella foto dovrebbe essere esposta nell’ingresso delle maggiori ‟Business Schools” delle democrazie avanzate.
Serve per ricordare che un mercato senza regole e senza controlli crea un mondo selvaggio. Serve per dire che il ruolo della politica è quello di congiungere i pezzi di un mondo che ha interessi diversi, e a volte divergenti, quello di obbligare i più forti a rispettare i limiti, quello di sostenere i deboli affinché non siano esclusi come è accaduto con spaventosa evidenza a New Orleans. Serve per proclamare che nessun affare è un buon affare se costruito sull’abbandono e il dolore, perché costa troppo. Costa il prezzo di tutto un percorso di civiltà.
‟Non fermiamoci alle buone parole” ha detto Bill Clinton aprendo la controconferenza sui problemi e le ansie del mondo (a cui partecipano per l’Italia Romano Prodi e Massimo D’Alema), mentre alle Nazioni Unite si celebra il sessantesimo anniversario.
Vuol dire scegliere e votare per una politica che impedisca di buttar via il povero corpo di Edgar Hollingsworth non appena quel corpo diventa un peso per il bilancio di un’impresa.
Speriamo che comincino oggi i cittadini tedeschi, votando contro Angela Merkel e il suo progetto di prosciugamento della spesa sociale in Germania. Anche gli elettori tedeschi hanno visto impressionanti scene di mercato senza Stato a New Orleans. Hanno constatato le conseguenze dell’uragano Katrina in un Paese privato del tutto di ogni strumento di sostegno per una parte dei cittadini.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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