‟Il mio segreto è la memoria. Posso ricordare il nome e il volto di una persona ad anni e anni di distanza”, confidava quattro anni fa Simon Wiesenthal al ‟Corriere” per spiegare come cominciò la sua carriera di ‟cacciatore di nazisti”. Già allora appariva stanco, provato. Ieri, a 96 anni, Wiesenthal si è spento nella sua abitazione di Vienna. Da tempo era malato e dalla fine degli anni Novanta, dopo la scomparsa della moglie, si era chiuso in se stesso. Nel 2003, dopo un attacco di polmonite aveva dichiarato: ‟Il mio lavoro è terminato. Gli ultimi criminali nazisti eventualmente sopravvissuti sono ormai troppo anziani per essere portati davanti a un giudice”. Ma non poteva fare a meno di ricordare. Ancora durante il nostro incontro, improvvisamente chiamò la segretaria: ‟Mi è venuto in mente dove si trova la cartella con la documentazione su Hermine Braunsteiner. Era una bella bionda che aveva avuto l’ordine di occuparsi dei bambini. Ne uccise a centinaia, spesso sparando con la pistola contro gli zaini dove le madri ebree nascondevano i loro figli per cercare di nutrirli nel campo di lavoro. E se non morivano subito, fracassava loro il cranio a calci”, disse ancora lucidissimo. Un dono naturale che lui aveva scoperto a 37 anni, spinto dalla rabbia disperata del sopravvissuto all’Olocausto nell’estate del 1945. ‟Gli americani mi avevano appena liberato da Mauthausen, l’ultimo dei 12 campi di sterminio dove i tedeschi mi avevano rinchiuso in 4 anni. E chiedevano a noi ex prigionieri di aiutarli a riconoscere i nostri aguzzini. Ben presto mi resi conto che senza quasi volerlo avevo immagazzinato le loro identità, portavo le loro fotografie impresse nel mio cervello. Nonostante la fame, il terrore, il lutto per la morte di praticamente tutti i miei famigliari e conoscenti, potevo ancora ricordare, denunciare, impedire che i colpevoli della più grave tragedia ebraica in 3.000 anni di storia potessero farla franca”. Così fece da testimone e accusatore sui banchi di legno improvvisati tra le baracche dei campi. E contribuì a preparare quello che sarebbe stato il processo di Norimberga. Poi, nel 1947, ne fece un vero lavoro. Abbandonò del tutto l’idea di riprendere l’attività di architetto lasciata già alla fine degli anni Trenta, quando le leggi razziali estromettevano gli ebrei da larga parte delle libere professioni. E aprì l’ufficio sulla Solztorgasse nel cuore di Vienna. ‟Avevo perduto tutto. Casa, genitori, sorelle, amici. Buczacz, la mia città natale in Galizia, contava 150.000 ebrei nel 1940, cinque anni dopo ne erano rimasti 500”. Un ufficio tutto particolare il suo: ‟Centro per la caccia agli ex criminali nazisti”. Chiedeva ‟giustizia, non vendetta”, come ricorda il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 1989. Ne individuò oltre 6.000, di cui almeno 1.100 catturati. Tra loro Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo che aveva fatto arrestare la famiglia di Anna Frank in Olanda. Oppure Franz Stangl, comandante dei programmi di sterminio a Treblinka e Sobibor. Non mancarono le polemiche invece per Adolf Eichmann, uno dei grandi architetti della ‟Soluzione finale”. Da Israele i responsabili del Mossad dissero che il merito era tutto loro, accusando Wiesenthal di ‟protagonismo”. Polemiche e accuse che lo hanno accompagnato a lungo. Ebreo della diaspora, uomo di carattere indipendente, profondamente legato alla politica austriaca, Wiesenthal negli anni Settanta si scontrò frontalmente con l’allora cancelliere (a sua volta di origine ebraica) Bruno Kreisky. Wiesenthal avanzò riserve su alcuni suoi collaboratori, che a suo dire erano stati membri attivi del partito nazista. Kreisky lo accusò di essere parte di ‟una certa mafia ebraica”, sino a ventilare l’ipotesi che lui si fosse salvato a sua volta dalle camere a gas per essere stato un kapò al servizio dei suoi persecutori. Ancora più lacerante fu nella prima metà degli anni Novanta lo scontro frontale con il Congresso mondiale ebraico, soprattutto i suoi esponenti negli Stati Uniti e Israele, sul passato nazista dell’ex segretario generale dell’Onu, Kurt Waldheim. Wiesenthal si rifiutò caparbiamente di accusare Waldheim. E venne tacciato di ‟tradimento estremo delle vittime di Hitler” in decine tra libri, pubblicazioni e dichiarazioni pubbliche. Una rottura non superata neppure con la sua morte.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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