Questo fine settimana, in molte città del mondo (prima di tutto Washington) è dedicato alla pace. Ma non tutti coloro che vi partecipano sono pacifisti. Il ‟Wall Street Journal” di venerdì 23 settembre apre con un articolo contro la guerra in Iraq (avete letto bene: il ‟Wall Street Journal”). In prima pagina, su due colonne, impaginazione drammatica e insolita, il quotidiano della grande finanza americana intitola: «Cresce il sentimento contro la guerra in Iraq, mentre si fa più intensa la partecipazione alle manifestazioni per la pace. Centomila persone a Washington».
È un lungo articolo firmato da David Montgomery. Fa notare che la guerra non divide americani da anti-americani. Ma lega in modo forte e fraterno coloro che rimpiangono le vite perdute, coloro che hanno sempre saputo che lo strumento guerra sarebbe stato tremendo e inutile, coloro che si rendono conto che l’immensa distruzione di cui è capace una guerra, con le sue conseguenze che non finiscono, non può scalfire in alcun punto il terrorismo. Anzi ha reso più facile, nel caos, il moltiplicarsi di episodi infiniti di terrorismo che prima della guerra non c’erano.
Perché un giornale certo non sospetto di sentimenti o anche solo di simpatie pacifiste sceglie di esporre in modo così drammatico le ragioni della pace? Probabilmente perché è guidato dall’atteggiamento pragmatico del suo essere giornale di economia e di affari. Il costo della guerra è diventato insopportabile. Chi guarda ai fatti senza maschere ideologiche e senza l’esaltazione della guerra di civiltà constata il fatto più clamoroso e più inaspettato di tutti: la caduta del potere. Con l’uso dell’antiquato strumento della guerra, l’immenso potere americano resta il più grande del mondo eppure appare indebolito e sfuocato. La ragione è che l’immenso esercizio di potenza ha colpito il vuoto. Come una pallina di mercurio caduta fuori dal contenitore, il potere sfugge di mano a chi aveva creduto di poterlo imporre. E il segnale che manda al mondo frastornato e confuso è molto più grande di ciò che sta accadendo in Iraq.
Sto parlando, per esempio, della battaglia di Bassora, una serie di episodi confusi e senza alcuna interpretazione autorevole, avvenuti nel sud dell’Iraq.
È accaduto che, nella vasta area intorno a Bassora, che aveva partecipato in massa al voto e che è a maggioranza sciita, la folla e i poliziotti iracheni si sono rivoltati contro le truppe inglesi, hanno incendiato carri armati, e la rivolta non è restata nelle strade, non è apparsa opera di facinorosi. Il governatore e le autorità irachene della regione sono con la folla e contro gli inglesi. Hanno affermato che non li riconosceranno più e non avranno più alcun rapporto con «le truppe occupanti, che devono smettere le loro azioni illegali e barbare» (sono parole di Mohammed al-Waili, governatore iracheno di Bassora). Come rispondono il comando inglese e il governo inglese da Londra? Fanno sapere di avere accertato che non ci sono confini precisi tra la nuova polizia irachena e la guerriglia. Alcuni comandanti dicono ai giornali inglesi e americani che «almeno due terzi dei nuovi militi sono in realtà schierati con gli insorti e a contatto col terrorismo». Stupisce, perché tutta la regione è rimasta finora estranea, prima di tutto per motivi di contrapposizione religiosa, alla guerriglia sunnita e al terrorismo che dilania quasi tutte le altre regioni del Paese, e soprattutto la capitale. Stupisce perché, data la insormontabile linea di demarcazione fra sciiti e sunniti, è impossibile che si tratti della stessa guerriglia e della stessa rivolta. Ma la rottura dei rapporti con gli occupanti, in un Paese occupato, dovrebbe essere visto dagli inglesi come un gesto più insidioso del terrorismo.
I giornali hanno parlato poco dei fatti che hanno dato inizio alla rivolta e poi alle interruzioni di rapporti formali tra iracheni e inglesi. Lunedì la locale polizia irachena ha arrestato due uomini che, alla perquisizione, sono risultati travestiti e armati. Li hanno inviati nella cella di sicurezza del locale commissariato. Subito si sono presentati intorno alla stazione di polizia carri armati inglesi e gli ufficiali hanno ordinato la liberazione dei due uomini, dichiarati «soldati dell’esercito britannico». Comandante e polizia locale hanno rifiutato di ubbidire all’ordine o perché persuasi che i due uomini fossero davvero spie o perché la situazione si era talmente deteriorata da spingere a un clima di rivolta.
I soldati inglesi avranno avuto lo stesso senso di esasperazione, oppure hanno ricevuto ordini. Usando due carri armati hanno abbattuto il muro delle celle di sicurezza e hanno liberato con la forza i loro commilitoni.
Non si può non restare sorpresi di fronte all’azione clamorosa. Infatti, se manifestazioni violente possono essere scelte come strumento da chi intende rivoltarsi, è strano, anzi inspiegabile che la stessa scelta (resa molto più grave della potenza delle armi e dei mezzi impiegati), possa essere fatta da un comando militare che non è incalzato da una folla alle spalle.
Nessuno, nei comandi inglesi, ha tenuto conto di una tensione che evidentemente era nell’aria.
Due carri armati inglesi sono stati incendiati dalla folla. Ne fa fede la drammatica foto di un soldato con l’uniforme in fiamme che si getta fuori dalla torretta del suo carro, e che tutti i giornali inglesi hanno pubblicato. Non si è trattato di un fatto paradossale e isolato. Prima il locale «Consiglio Provinciale», poi, come si è detto, il governatore di Bassora si sono schierati dalla parte della polizia irachena e della folla e contro il comando inglese, al punto da dichiarare che con gli inglesi non avranno più rapporti.
Il comando inglese ha risposto che «sono tutti dalla parte della guerriglia» e che la nuova polizia irachena non merita rispetto o fiducia. È inevitabile immaginare che sia il governo di Londra che il conciliante primo ministro iracheno di Baghdad, troveranno una via d’uscita, almeno a parole. Ma ci sono fatti che non si possono cancellare. Non spetta ai militari decidere che cosa fare e come comportarsi, tanto tempo dopo la fine apparente di una guerra. Non tocca ai militari saper capire o decidere che tipo di politica si deve adottare, quali alleati avere e quali respingere. Oltretutto un corpo di spedizione non è una polizia, non ne ha la cultura e i mezzi. Per soldati in guerra basta un sospetto per sparare, basta una ragione strategica per aprirsi la strada con i carri armati.
C’è una accusa molto grave lanciata contro la nuova burocrazia irachena. Sono tutti terroristi? Se quella accusa è vera, annuncia l’impossibilità di affidare alla nuova classe il Paese Iraq. Se non è vera, siamo di fronte ad una incompatibilità fra soldati inglesi e popolazione, un veleno dei sentimenti reciproci, difficile da estirpare. In tutti e due i casi sembra evidente che nessuno comanda e che nessuno si fida di nessuno. Una situazione impossibile, che conduce a un continuo e pericoloso logoramento.
Qualcuno dirà che chi è stato contrario alla guerra come strumento per fermare il terrorismo ora si compiace che il dopoguerra sia così tragico in Iraq. Lo dirà in malafede, perché chi si oppone alla guerra per evitare la morte di tanti innocenti, non può desiderare altri morti e altro dolore. E non può che essere allarmato vedendo sprecate ogni giorno risorse grandissime che servono alla sicurezza del mondo, e servono (o servirebbero) a curare la povertà. Sarebbe rassicurante poter dire: «è stata una guerra sbagliata, però adesso è cominciata la pace». Ecco il dramma. Manca la pace. E manca il potere di portarla alla gente. Il potere può distruggere, ma non può costruire.
Il potere può fare la celebrazione di se stesso. Lo ha fatto lanciando due carri armati ad alta tecnologia contro il muretto di un piccolo commissariato di ciò che dovrebbe essere il nuovo Iraq. Ma quei due carri armati appaiono un atto di potenza (gli iracheni diranno di prepotenza) inutile, nel senso che non servono a niente. Come tutta l’immensa e potentissima guerra sulla terra irachena, non hanno raggiunto alcun obiettivo perché il terrorismo non è né una terra né uno Stato.
Per capire come si è arrivati a questo punto di impotenza del potere, è utile leggere la frase finale di un documento neoconservatore firmato da Christopher Hitchens pubblicato nei giorni scorsi dal periodico americano «The Weekly Standard» e ripreso dal «Corriere della Sera» del 23 settembre. «Ecco il risultato positivo della campagna in Iraq: la possibilità di addestrare e forgiare molte migliaia di combattenti americani nella battaglia contro le forze del nichilismo e dell’assolutismo. Questi combattenti veterani ci saranno estremamente utili nei prossimi combattimenti». Sarebbe difficile esprimere meglio, e in modo più allarmante l’impotenza del potere detto con parole purtroppo non prive di autorevolezza. Sono le parole di una cultura politica che crede nella guerra come manifestazione della potenza, e rifiuta di capire che quella potenza - se usata come pura forza nel vuoto e nell’assenza della politica - svanisce come in una brutta fiaba. Occorre notare che, non potendo fare riferimento a fatti e luoghi della Terra, si usano le regioni mentali del nichilismo e dell’assolutismo, ovvero persuasioni ideologiche, come luoghi della vittoria, retrodatando la storia di un secolo. Ma proprio un documento del genere ci aiuta a vedere il vuoto. Si contrappone alle storie narrate al «Wall Street Journal» dagli ex soldati (tutti volontari, si noti) che, dopo aver partecipato alla guerra, hanno scelto di testimoniare la pace. Ciò che vedono e che raccontano, a parte il sangue e la morte, è il niente. Niente interventi umanitari, niente aiuti, niente rapporti con i civili, niente ricostruzione. Niente potere per controllare la situazione, nonostante l’immenso potere fisico e militare. Come spiegare altrimenti il gesto di furore, liberare due soldati inglesi dalle mani di una polizia «amica» abbattendo un muro con i carri armati, e facendo insorgere la popolazione?
Come spiegare il gesto del soldato americano che, venerdì scorso, dentro una prigione di Baghdad, ha sparato e ucciso un prigioniero durante un interrogatorio?
Sono gesti folli e disperati. Dicono che quei soldati si sentono abbandonati in una situazione senza senso. Non sono vincitori perché sono costretti a continuare a combattere. Non hanno amici benché siano venuti da liberatori. Hanno prigioni colme benché abbiano dato la giurisdizione ai nuovi iracheni. Hanno una polizia alleata di cui non si fidano e che (ci dicono adesso i soldati inglesi) è a contatto con insorti. Hanno accanto un governo locale che non governa, e intorno un immenso territorio che non controllano. Da mesi, stremati di pericolo e fatica, non ricevono il cambio perché i giovani non si arruolano più in America. In America la madre di uno di loro, caduto, come altri duemila giovani americani in uno dei tanti combattimenti alla cieca non si sa contro chi e in nome di che cosa, sta guidando una mobilitazione di pace. Non è una rivolta contro i soldati. La folla di Washington (e quella del mondo che sta dimostrando contro la guerra in decine di capitali durante questo fine settimana) sta correndo in soccorso dei soldati americani e di quelli inglesi, abbandonati in terra di nessuno con molta potenza e nessun potere. Se quella folla di gente di pace guidata dalla madre del soldato Sheehan ce la farà speriamo che riporti a casa anche i tremila soldati italiani che da due anni vivono in bunker nella regione di Nassiriya, e sono il simbolo perfetto dei senza potere. Rischiano ad ogni istante la vita, ma non possono aiutare nessuno. Sono lì per la vanagloria di un loro piccolo primo ministro che, quando finalmente torneranno a casa, non troveranno più.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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