‟La letteratura è cosa diversa dall’opera o dal testo letterario: è un’attività che comprende anche la critica, il dibattito sullo stile e sul rapporto tra società e scrittura, l’atmosfera in cui viene prodotto il testo artistico”. A un intellettuale come Romano Luperini, che ha vissuto il ‘68 dalla parte dei contestatori, che ha fatto parte del gruppo pisano di Potere Operaio e che per una decina d’anni è stato nella direzione di Democrazia proletaria accanto a gente come Vittorio Foa, la parola impegno evoca un passato mai rinnegato e un presente che vorrebbe diverso. Pentimenti? ‟No, forse qualche errore. Per esempio l’idea che nei testi del Movimento rivoluzionario esistessero delle verità da applicare è stato un errore di dogmatismo. Ma non mi pento di aver partecipato: c’era una volontà di capire quel che avveniva nel mondo, un desiderio di trasformarlo e di non accettare le idee correnti. Sembrava che il mondo dovesse cambiare. Forse è stata un’illusione ma ci si dimentica che de Gaulle in Francia entrò in crisi proprio per il maggio del ‘68”. E la letteratura, in tutto questo? ‟Scrivere romanzi o poesia è soprattutto un’operazione di formalizzazione: voglio dire che l’autore conosce la realtà attraverso la forma della sua opera letteraria, dunque non ha bisogno di un impegno esplicito. Tuttavia, le grandi opere letterarie presuppongono un rapporto complesso con il mondo e in questo rapporto agiscono la componente morale, quella sociale, politica, civile, ideologica, eccetera. Anceschi sosteneva che ci sono fasi in cui la letteratura è autonoma e autosufficiente e fasi in cui è eteronoma, cioè più strettamente legata ai rapporti civili”. In un libro recente, intitolato La fine del postmoderno, Luperini sostiene che il declino delle contraddizioni e della storia predicato nei decenni passati non si è verificato e che oggi si apre una nuova fase conflittuale, ‟più violenta che mai”. Alla leggerezza, al ‟nichilismo morbido”, al pensiero debole e al gioco combinatorio del postmoderno si sostituisce una ‟controtendenza neomodernista”. Anche in letteratura? ‟Sì, dopo aver attraversato una fase di autonomia anche troppo pronunciata, la situazione mondiale degli ultimi anni ha fatto nascere il bisogno di raccontare i grandi problemi dell’umanità”. Anche in Italia? ‟Negli ultimi periodi si avvertono cambiamenti interessanti. Scrittori come Ammaniti e Nove, che prima offrivano la rappresentazione di una realtà cosmopolita, con scenari globali che si adeguavano ad ogni mercato, ormai hanno intrapreso strade più concrete e più vicine alla società italiana. Nei giovani registi questa tendenza è ancora più evidente, alcuni avvertono l’esigenza di un ritorno a narrazioni di tipo verghiano, il bisogno di affrontare, per esempio, i problemi sociali provocati dalle immigrazioni”. Non è difficile intuire quali sono gli obiettivi polemici di Luperini quando accenna al ‟nichilismo morbido”, a cominciare dai filosofi della ‟debolezza”: ‟L’idea che le grandi narrazioni fossero ormai impossibili, l’illusione di filosofi come Vattimo collegata a una nuova epoca e a un uomo nuovo è naufragata. Era solo un’utopia: non era vero che le contraddizioni si fossero esaurite, sono solo cambiate. Dov’è finita tutta l’angelologia della seconda metà degli anni ‘70, promossa da Vattimo e Cacciari? E la filosofia heideggeriana e nieztschiana? Si parlava solo di angeli e si diceva che i rapporti umani erano chiacchiera, che contavano solo i miti fondativi, l’elemento ontologico, il linguaggio; l’intertestualità, anche in letteratura, era un modo per distruggere la materialità”. Luperini ricorda un convegno sul ‟senso della letteratura” organizzato nell’84 dalla rivista ‟Alfabeta”: ‟Chi stava dalla parte della contraddizione era isolato, spesso minacciato fisicamente. C’erano i poeti innamorati che sostenevano un ritorno a D’Annunzio, ai simbolisti, alla poesia orfica. E oggi? Nessuno di loro ha mai fatto autocritica, anche se sono i primi a non crederci più, eppure hanno costituito un’atmosfera culturale che ha predominato per anni”. Con le Torri gemelle, secondo Luperini, è cambiato tutto: ‟Tre giorni dopo l’11 settembre, sul ‟New York Times” apparve un editoriale in cui ci si chiedeva com’era possibile credere che non esistesse più la referenzialità di fronte alle macerie fumanti del World Trade Center, che ci fosse solo l’ironia e l’autoironia”. I maestri di questa attitudine ludica, combinatoria, leggera? ‟L’Italia ha avuto maestri importanti in questa direzione: l’Eco del Nome della rosa, l’ultimo Calvino, anche il miglior Tabucchi dell’inizio degli anni ‘80. L’ultima generazione postmoderna è stata quella dei cannibali, nei loro libri non esistevano che personaggi cartacei, nati dai cartoons, dalla televisione, dal cinema e dai fumetti”. E in mezzo? ‟Da una parte, con Umberto Eco, c’è stato il postmoderno come retorica; dall’altra c’è stata la rappresentazione della realtà postmoderna, con la generazione di Tondelli e dei tondelliani: è lui il vero maestro dei cannibali”. Si parla, ovviamente, di narrativa. E la poesia? ‟In effetti bisogna tener presente che il mercato editoriale ha gonfiato la narrativa con micidiali estrogeni, anche quando la sua qualità era mediocre. Al romanzo d’autore si è sostituito il romanzo d’editore, quello nato da editing pesanti a immagine e somiglianza dell’industria culturale e della pubblicità. Del resto, la narrativa italiana ha sempre avuto poco spazio nelle storie letterarie, e come qualità la poesia ha dato esiti ben maggiori”. A chi lo accusa di stare dalla parte della critica apocalittica e cimiteriale, Luperini risponde: ‟Non credo, come Ferroni, che la letteratura sia finita, anzi. Non rimpiango certo il passato, ma sono convinto che un confronto sia utile”. Dal passato emerge un tessuto culturale in cui ‟il rapporto tra scrittura e pubblico era mediato da riviste, dibattiti, interventi critici, mentre oggi l’autore si trova solo di fronte al lettore con la mediazione esclusiva della casa editrice”. Il che produce, secondo Luperini, il ‟narcisismo e l’egolatria di scrittori che fanno propaganda a se stessi senza essere neanche in grado di motivare le proprie ragioni”. Non manca neanche il narcisismo della critica: ‟Il tradimento dei critici è nell’aver rinunciato al "noi" e nel dire sempre: io, io, io. E’un fenomeno che già Gramsci aveva descritto come tipico della decadenza e del declino di una cultura. In Italia oggi chi parla di impegno è risibile”. Ma la critica italiana nel suo periodo aureo non era certo una critica impegnata: ‟Negli anni ‘60 e ‘70 c’è stato un confronto sui metodi: accanto al marxismo c’era lo strutturalismo, la psicoanalisi, la filologia. Accanto a Asor Rosa c’era Segre, il che ha significato una ricchezza enorme sul piano della discussione teorica” A proposito, che fine ha fatto Gramsci? ‟Gramsci è diventato un cane morto da noi, mentre negli Stati Uniti e in Canada è una presenza culturale molto viva. Il fatto è che siamo vittime di un americanismo provinciale, siamo dei parvenus grossolani. Gli americanizzati finiscono per essere molto peggio degli americani. Berlusconi rappresenta proprio questa fase storica del nostro Paese, una fase di spaventosa arretratezza: con le sue tv americanizzate comandava molto prima di andare al governo. Come hanno reagito gli scrittori italiani a tutto questo?”. Eccolo lì, l’intellettuale apocalittico. ‟Apocalittico? No, cerco di capire quel che è successo. Io sono rimasto fedele a un’idea di critica come pensiero critico, come critica del presente. Parlare di letteratura per me significa sempre parlare del mondo. Sono ormai lontano dall’ideologismo marxista del ‘68, ma non dall’idea che il critico debba sì dare un giudizio sulle opere, ma anche saper leggere il contesto”. Modelli? ‟Tutti i critici nati da De Sanctis, quelli che hanno interpretato la letteratura sulla base del presente. Un nome? Beh, Giacomo Debenedetti: il suo racconto critico è un modello per tutti. Non c’è mai autobiografia narcisistica”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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