Il dramma della giustizia italiana è la durata interminabile dei processi.
Invece di sveltire le procedure, con la cosiddetta legge Cirielli (o ex Cirielli? Nando dalla Chiesa ha spiegato, su queste pagine, come ormai più nessuno voglia assumersene la paternità...) si riducono - per un’estesissima fascia di reati - i tempi di prescrizione.
Così i processi non si abbreviano, semplicemente non si fanno più. Perchè questa scelta un po’ surreale? Sono tanti i criteri ermenuetici che si possono applicare alle leggi. Per la cosiddetta Cirielli potrebbe essercene uno di natura... onirica.
Che cosa sogna un imputato che tema il processo?
Nell’ordine: avere i migliori avvocati; scegliersi il giudice; condizionare lo svolgimento del processo; scrivere la sentenza; perso per perso, impedirla. Sono sogni che il risveglio spazza via. Ma non sempre quando sono in ballo processi ‟speciali”, per esempio quelli che riguardano il capo del governo italiano o persone a lui vicine.
Ripercorriamo i passaggi del sogno.
Avere i migliori avvocati. Quando si tratta del nostro premier o di soggetti collegati, i difensori sono anche parlamentari che contribuiscono alla definizione delle leggi. Difficile immaginare di meglio, quando spunti la tentazione di trasformare in legge, per ripresentarle, le eccezioni respinte in un’aula di tribunale.
Scegliersi il giudice. Ricordate la legge Cirami, che consente di sottrarre il processo al giudice naturale? Dopo un varo in tutta fretta, ne fu chiesta in anteprima l’applicazione in uno di quei processi ‟speciali”. E quando le sezioni unite della Cassazione dissero di no, il presidente del Consiglio attaccò duramente la decisione, evidentemente inattesa.
Condizionare lo svolgimento del processo. Qui si registra, sempre con riferimento ai processi che abbiamo definito ‟speciali”, un vero crescendo: oltre all’attacco quotidiano a pubblici ministeri e giudici, la denuncia in sede penale degli inquirenti, la pressoché continua sottoposizione a ispezioni ministeriali (e azioni disciplinari) dei magistrati preposti ai processi, il disegno di bloccare i dibattimenti (anche con il tentativo di far venir meno uno dei giudici), la pressione operata dalla maggioranza del Senato (con una mozione del 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la ‟esatta interpretazione della legge”, ed infine l’approvazione di una nuova disciplina sulle rogatorie capace di rendere più difficile l’accertamento della verità.
Scrivere la sentenza. Se in corso d’opera un reato cessa per legge di essere tale o viene derubricato, le ripercussioni sulla sentenza sono irreversibili. Estremizzando, si può dire che è la nuova legge a dettare la sentenza (vedere, sul punto, le cronache più recenti in tema di falso in bilancio).
Impedire la sentenza. Viene in mente il lodo Maccanico o Schifani, pensato per allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione dei dibattimenti riguardanti le più alte cariche dello Stato, fra cui il premier.
Intendiamoci: quando si tratta di leggi, esse hanno comunque una valenza generale ed astratta. Ma se le principali leggi sulla giustizia varate nel corso di questa legislatura quasi sempre hanno o potrebbero aver avuto ricadute su casi giudiziari ‟speciali”, ci si può chiedere se siano state pensate avendo come principale riferimento la giustizia del quotidiano che interessa i normali cittadini, o piuttosto un’altra giustizia. E non sono riflessioni teoriche, ormai consegnate all’archivio. Sono invece di grande attualità alla luce della discussione in atto intorno alla cosiddetta legge Cirielli. Un cataclisma è la parola giusta per definire gli effetti nefasti che produrrà sulla giustizia italiana la sua approvazione. Se negli anni che vanno dal 2001 al 2004 si sono prescritti, rispettivamente, 123.000, 151.000, 184.000 e 210.000 processi penali (dati ufficiali del ministero), che senso ha una nuova legge inesorabilmente destinata ad aumentare ancor più le prescrizioni? A chi giova se diventeranno sempre di più i processi - anche per reati gravi - nei quali il tempo si sostituisce ai giudici ed impedisce loro di accertare la verità (assolvendo gli innocenti o condannando i colpevoli)? A qualcuno deve pur convenire, questa che dal punto di vista dell’interesse generale risulta essere, ai più, un’incomprensibile assurdità.
Il ‟sogno dell’imputato” può aiutarci a capire qualcosa di più? Forse, se si considera che dilatare la prescrizione equivale di fatto ad avere più chances per impedire o cancellare le sentenze sgradite, e che i benefici maggiori andrebbero a chi ha i mezzi economici per consentirsi difese agguerrite o spregiudicate. Ma se di nuovo fossimo in presenza di riforme legislative pensate soprattutto per chi può e conta, invece che per i cittadini ‟qualunque”, dovremmo allora cogliere - prima di tutto - i sintomi univoci di una grave sofferenza della democrazia. E il sogno dell’imputato potrebbe trasformarsi in incubo per i cittadini.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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