Di bello c’è che non succede mai. Non succede mai che venga trasmessa in diretta una manifestazione dell’opposizione, tutta l’opposizione, quella vera, quella che non sono riusciti ad avere a loro immagine e somiglianza, quella che avrebbe dovuto essere pronta per celebrare insieme un ‟Berlusconi day”, magari travestito da ‟Italy day”. Ma domenica 9 ottobre, ore 12, è successo. Romano Prodi, proprio lui, il sovversivo che non sta al gioco della legge truffa per scansare la loro prossima sconfitta elettorale, che non accetta le leggi ad personam che hanno permesso al primo ministro italiano di scansare i suoi processi, che conosce i conti e li legge in piazza, confermando che la legge finanziaria è una multa spaventosa a carico degli italiani (come ha dimostrato il presidente della associazione di tutti i sindaci italiani, Domenici) domenica 9 ottobre, ore 12, è andato in onda. In diretta da Rai 3.
E poiché non succede mai, o meglio non era mai successo, quella trasmissione fa notizia perché interrompe due giochi. Quello della televisione bloccata. E quello del finto sblocco, della falsa liberatoria, il talk show in cui tu, opposizione, sei ammesso a parlare, ma alle condizioni stabilite da me, governo, travestito da giornalista super partes. Ecco dunque la notizia: il discorso del capo della opposizione è andato in onda come in un Paese normale, come in qualunque democrazia. Come non era mai successo da quando Berlusconi è Berlusconi, cioè un incombente pericolo per la democrazia italiana.
Credo sia giusto dire che, per il realizzarsi di questa trasmissione anomala, hanno contato due condizioni che è giusto riconoscere. Una è che al Tg 3 esistono giornalisti che hanno mantenuto dignità per se stessi e rispetto per gli spettatori, e hanno tentato in tutti i modi, qualche volta con successo e qualche volta no, di non tollerare bavagli. Dunque è giusto che sia toccato al Tg 3 prendersi il rischio (per adesso è ancora un rischio) e il merito della diretta di Prodi e dell’Unione, contro Berlusconi e il suo disastro di governo, da Piazza del Popolo piena zeppa di gente civilmente in rivolta e decisa a far valere la propria indignazione nei seggi elettorali.
Un’altra condizione è certo il fatto che ci sia stato un cambio sia nel Consiglio di Amministrazione sia nella presidenza della Rai. Inevitabile pensare che i pochi che non avevano perso coraggio alla Rai adesso non si sentano soli (qualunque cosa si dica o si pensi del come è avvenuto il cambiamento di organigramma della Rai). Inevitabile pensare che quel numero si allarghi, che i relegati al silenzio diminuiscano, che i talk show, che un tempo venivano definiti ‟Terza Camera del Parlamento”, saranno d’ora in poi meno affollati di oppositori in apnea, e che i conduttori di quei talk show dovranno forse tornare a Cogne e all’avvocato Taormina, se questa boccata d’ossigeno continuerà.
Eppure il passato italiano (che purtroppo non è il passato, ma è ancora la nostra condizione di cittadini legati stranamente e assurdamente al destino di Berlusconi), qualche traccia l’ha lasciata anche sulla lodevole diretta del Tg 3. Farò, ai colleghi che sostengo e che ammiro, tre osservazioni. La prima. In studio, insieme al giornalista di ‟Repubblica” Massimo Giannini c’era il direttore del ‟Tempo” Franco Bechis. Bechis non era lì per parlare da giornalista delle sue opinioni e impressioni di addetto ai lavori su un evento pubblico. La sua funzione, è apparso subito chiara, era quella dei vigili del fuoco che sono appostati dietro le quinte di un teatro, caso mai scoppiasse un incendio. In altre parole, Bechis era di guardia. E infatti ha dedicato a ciò che vedeva e ascoltava dalla piazza quel tanto di disprezzo che la destra dedica sempre agli eventi normali, senza neppure tentare di dire qualcosa nel merito. Giannini lo ha rapidamente cancellato con due o tre frasi che hanno riportato ai fatti. Ma per espletare il ‟dovere Bechis” il Tg3 si è persa la parte conclusiva del discorso di Prodi. Come si vede, c’è una differenza fra il vigile del fuoco (che presuppone che il fuoco sia sempre una disgrazia) e la par condicio di opinioni diverse ma legate a un evento. Non potevano esserci in studio due giornalisti?
La seconda osservazione riguarda la immediata messa in onda - dopo Prodi - del deputato Brunetta, che tutti insistono nel definire ‟consigliere economico” del presidente del Consiglio, benché non risulti mai consultato su nulla. Qui i fatti da notare sono due. Il primo è che, per quanto cerchiamo di ricordare, non ci viene in mente alcun evento, che abbia avuto per mattatore e protagonista Berlusconi, nei suoi vari travestimenti da statista, intrattenitore, consigliere della casalinghe, figlio di una signora incline al risparmio e alla visita in diversi supermercati, a cui sia seguita una riflessione di Bersani, o di Visco, o di un qualunque opinionista indipendente.
Il secondo fatto da notare è il ‟teorema di Brunetta” sull’impoverimento degli italiani. Ecco qua: sapete perché tanta gente si sente più povera? Perché si era abituata troppo bene. Segue la spiegazione (cito a memoria ma quasi alla lettera). ‟È come se in una gara si alzasse l’asticella del salto in alto. Meno corridori ce la faranno”. È chiaro che il ‟teorema di Brunetta”, per funzionare a difesa di un governo di destra, presuppone che ciascuno l’asticella se la sia alzata da solo. Perché altrimenti si chiama inflazione e corsa libera dei prezzi, favorita dalla mancanza totale sia di politica economica sia di controllo. I cittadini che non riescono a saltare sono vittime, e non liberi concorrenti, del gioco triste descritto da Brunetta. E poiché diventa chiaro, nel ‟teorema di Brunetta” che se l’asticella non l’ho alzata io, l’ha alzata il governo, diciamo senz’altro che ci conviene rivederci ai seggi elettorali il più presto possibile.
Resta la domanda: chi ha detto che ci vuole Brunetta per mandar via Prodi dalla testa degli italiani? L’antidoto è modesto. Ma è lo strano involucro protettivo imposto dal governo contro una normale diretta televisiva di una normale opposizione che lascia perplessi. Infine ci sono le domande della giornalista Venditti che si aggira sul palco e pone a Bertinotti la seguente esemplare domanda: ‟Ma le primarie non sono inutili?”. Giustamente Bertinotti la guarda e risponde: ‟Scusi, che domanda è questa?”. Diciamo che sarà servita per uscire dal disagio di avere esposto un po’ troppo, in una sola trasmissione, Prodi e tutti i leader dell’opposizione. Santo cielo, tutti, più centomila persone. Mettiamola così: era la prima giornata di sole.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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