La globalizzazione, quel complesso fenomeno di interrelazioni economiche, sociali, culturali per cui il globo sarebbe attraversato da una rete di maglie connettive omologanti e livellanti (e ‟occidentalizzanti” e ‟mercantileggianti”): bene, se la globalizzazione è quella roba lì, non esiste. Non esiste proprio. Non siamo i primi a sostenerlo e qualcuno l'ha fatto, da tempo, con argomenti assai consistenti. Non esiste nelle forme da molti ipotizzate; e, soprattutto, non esiste, se con quella misura di ‟occidente”, che si andrebbe estendendo per il pianeta, si intende un'impronta civile distintiva, un ‟ethos” peculiare, un tratto culturale e - perchè no? - politico realmente democratizzante e universalizzante. La conferma più recente viene da una storia che potremmo intitolare ‟Due mail e due misure” (come Dario De Marco ha scritto sul blog di Federico Rampini di Repubblica).
Prima scena. Nel gennaio di quest'anno, Yahoo!, uno dei principali Internet provider del mondo, si rifiuta di trasmettere ai genitori di Justin Ellsworth, giovane marine ucciso da una bomba in Iraq, nella provincia di Al Anbar, la password per accedere alla posta elettronica del figlio defunto. Il padre e la madre del giovane ricevono un netto rifiuto in nome della tutela della privacy. Quando la vicenda diventa pubblica, alcuni hacker si offrono di ‟scassinare” l'accesso all'account e si mettono all'opera, mentre un certo numero di avvocati si dicono pronti ad assumere il patrocinio legale dell'iniziativa dei genitori. Sul piano giuridico la questione appare da subito assai controversa, anche se altri provider (America Online, ad esempio) permettono l'accesso all'account da parte dei parenti del defunto, quando se ne presenti il certificato di morte. Il portavoce di Yahoo!, Mary Osako, fa presente che ‟ci sono importanti ragioni per rispettare gli accordi che prendiamo con i nostri utenti”. A molti, quella ostinata difesa dei termini di un contratto appare irragionevole, finanche crudele: ma Yahoo! tiene ferma la sua posizione.
Seconda scena. È il 30 aprile del 2005, appena pochi mesi dopo. Il governo di Pechino fa arrestare e condannare a 10 anni di prigione Shi Tao, giornalista cinese, reo di aver clandestinamente informato alcune testate straniere, via mail, di un documento segreto in cui l'esecutivo comunista vietava la commemorazione, a 10 anni dall'accaduto, del massacro di Tienanmen. Ben presto si viene a sapere di come abbia fatto il governo a rintracciare Tao: di come la polizia informatica, cioè, abbia potuto individuare, dietro un account anonimo, un colpevole preciso. E la risposta, guarda caso, sta nella solerte collaborazione di Yahoo!, proprietario e gestore della casella dello sfortunato dissidente, che ha fornito al governo tutte le informazioni necessarie all'incriminazione e alla condanna. Ne nascono polemiche: ma, secondo molti osservatori, lo sdegno per l'operato della multinazionale americana risulta assai debole. Il ‟mondo della rete” non si mobilita, non a sufficienza. Il co-fondatore di Yahoo!, Jerry Yang, in una conferenza stampa nella città cinese di Hangzhou, il 10 settembre scorso, dichiara che le autorità cinesi, nella circostanza, non avrebbero rivelato a Yahoo! le accuse nè l'identità del giornalista indagato. ‟Noi non sapevamo perché ci chiedevano quelle informazioni - dichiarò Yang ai cronisti - non ci dissero ciò che stavano cercando. Se il governo presenta regolari richieste del tribunale, noi forniamo le informazioni in base alle leggi locali”.
Le leggi locali. Già: sono quelle a determinare la politica di una compagnia internazionale come Yahoo! Altro che globalizzazione, altro che omologazione, altro che universalizzazione... Le multinazionali - mollemente, pigramente, indolentemente - si adattano, si conformano, si adeguano pur di stare sul mercato. E quello cinese è un mercato di tutto rispetto, il mercato del futuro: oggi gli internauti sono circa 100 milioni, nel 2009 dovrebbero sorpassare quelli statunitensi. Bene, qui non si vuole fare del moralismo spicciolo, ma è difficile non ascoltare le parole di Mary Robinson, Alto commissario Onu per i Diritti umani fino al 2002 e attualmente Direttrice dell'International Advisory Network del Business & Human Rights Resource Centre. La Robinson ha dichiarato: ‟Sembra che Yahoo! ignori le crescenti aspettative dell'opinione pubblica, affinché le imprese si assumano le proprie responsabilità per la promozione e il rispetto degli standard internazionali sui diritti umani, ovunque operino”. Si, sembra proprio che Yahoo! ignori; e che, sin qui, quella ‟ignoranza” gli convenga pure. Potrà suscitare scandalo o sorpresa, ma le cose sembrano andare così. Che poi quella compagnia sia uno dei simboli di Internet e che Internet sia (sembri) un fenomeno connotato di libertarismo e di ‟politicamente corretto”, di promozione di diritti, uguaglianze, possibilità d'espressione e capacità d'intervento...beh, non sarà il primo né l'ultimo mito a rivelarsi fasullo. Ma il punto vero è un altro: è che il governo cinese ha dato un altro giro di vite, ha varato pochi giorni or sono una legge dove si afferma che i siti Internet ‟devono servire il popolo e il socialismo, guidare correttamente l'opinione pubblica nell'interesse nazionale”; in altre parole, ‟ai siti è proibito diffondere notizie che vanno contro la sicurezza dello stato e l'interesse pubblico”. Insomma, quel governo ha paura che la Rete possa costituire una pericolosa miccia per la stabilità del regime, in un paese in cui tutti i diritti civili sono sistematicamente negati. Ma non è il solo governo che impone vincoli e restrizioni: l'America delle libertà, dopo 11 settembre, ha conosciuto moltissime forme di censura (di ben altro genere e di ben minore gravità, s'intende): e la Rete non è riuscita a sottrarvisi. Le multinazionali, di paese in paese, di volta in volta, volenterosamente obbediscono e si inchinano alla legge. E la ‟globalizzazione dei diritti”? Sarà per un'altra volta.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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