La linea di autobus che collega Srinagar a Muzafarabad, in Kashmir, da ieri è sospesa. È per via del terremoto che ieri ha colpito la regione montagnosa divisa tra India e Pakistan: molti ponti sono crollati, le strade ostruite dalle frane, impraticabili. C'è qualcosa di simbolico in quella linea di bus. Infatti Srinagar, vera capitale del verdissimo Kashmir, è in territorio sotto sovranità indiana; Muzaffarabad è il capoluogo del Kashmir sotto amministrazione pakistana. Entrambe sono sul corso del fiume Jelhum, che scende dall'Himalaya (in India) e si getta nell'Indo (in Pakistan). I 170 chilometri di strada tra le due città, lungo il Jelhum, erano una volta la principale via d'accesso al Kashmir. Non più: la strada è stata interrotta nel 1947, quando dalla vecchia India coloniale sono nati due nuovi stati indipendenti e sovrani, l'India multireligiosa (e laica) e il Pakistan musulmano.
Il Kashmir, territorio con popolazione in maggioranza musulmana e un principe hindu, era rimasto in bilico. Il Pakistan ha mandato il suo esercito a invadere (o ‟liberare”) la regione che rivendicava. L'esercito indiano, chiamato dai dirigenti locali (hindu e musulmani), era andato alla riscossa. E' stata la prima guerra indo-pakistana: la linea del cessate-il-fuoco tracciata nel `49 e monitorata dall'Onu è diventata il confine di fatto tra India e Pakistan in quella regione contesa, la ‟Linea di Controllo”: un confine provvisorio, il cui rispetto però è sancito da accordi bilaterali (1972, esito di un'altra guerra indo-pakistana).
La Linea di Controllo è diventata una delle frontiere più ‟calde” dell'Asia: minata, bunkerizzata, teatro di guerre dichiarate e non, traversata da uomini armati (‟terroristi” o ‟combattenti per la libertà” o ‟jihadi”, a seconda dei momenti e dei punti di vista) - ma sbarrata alla popolazione civile. Ha vissuto tempi bui, quando negli anni `80 nella parte indiana del Kashmir è scoppiata una ribellione: dapprima politica poi armata, alimentata da ondate di jihadi e agenti provocatori venuti dal territorio pakistano. Si è innescato un circolo vizioso di repressione e odio. La rivolta è diventata guerra sporca; le vittime superano le 40mila. La fase armata è calata alla fine degli anni `90, ma in Kashmir è rimasta una scia di risentimento, mentre le organizzazioni della società civile sono schiacciate. La tensione militare ha raggiunto l'apice nell'estate del 2000, con una guerra in piena regola (anche se non dichiarata) tra i due eserciti regolari. E poi nel 2002, quando India e Pakistan hanno schierato i rispettivi eserciti in assetto di guerra lungo tutta la frontiera, dal Kashmir fino al Mare Arabico, con tanto di missili e atomiche.
Poi, il 7 aprile scorso, la strada Srinagar-Muzaffarabad è stata riaperta. Per la popolazione kashmira è stato il gesto più concreto visto da quando, nell'aprile del 2003, l'allora premier indiano Atal Behari Vajpayee aveva pronunciato un discorso di amicizia verso il Pakistan: una svolta, forse l'inevitabile presa d'atto che lo scenario mondiale era cambiato. Di lì a poco i due paesi erano tornati a scambiarsi gli ambasciatori, ritirati quasi due anni prima. Nel gennaio del 2004 il presidente pakistano Musharraf e Vajpayee si sono incontrati a Islamabad, avviando formalmente un dialogo su ‟tutte le questioni bilaterali”, ‟inclusa l'assetto del territorio del Kashmir”. Da allora sono ripresi i voli commerciali tra i due paesi, le visite di delegazioni commerciali, gli scambi accademici. Si sono ripetuti gli incontri al vertice (l'ultimo durante una trasferta delle squadre nazionali di cricket, in aprile). Un anno fa il presidente Musharraf e il nuovo premier indiano Manmohan Singh hanno contemplato ‟varie opzioni” circa il Kashmir, che resta il contenzioso più difficile. Un percorso lento, per piccoli passi. La settimana scorsa i due paesi hanno firmato altri due accordi di cooperazione per la sicurezza - sul preavviso reciproco dei test missilistici terra-terra, e per una hotline tra i guardiacoste.
I colloqui sul Kashmir non hanno fatto grandi passi avanti, dopo la riapertura della strada lungo il fiume Jelhum: ma almeno continuano, e sono arrivati a coinvolgere un terzo attore - le forze indipendentiste kashmire. Chissà se la catastrofe comune diventerà un nuovo terreno di cooperazione.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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