I media, giornali e televisioni, sono cannibali. Divorano vite e reputazioni. Divorano persino quando esaltano, e persino quando coloro che sono esaltati dai media sono i primi a stare al gioco. Il cannibalismo diventa furioso quando il gioco è completo: prima l’esaltazione poi il sacrificio, con tutti i dettagli della distruzione. Però, persino in questo mondo antropofago, non è un po’ troppo il trattamento feroce riservato a Lapo Elkann, usato subito e senza esitazione come sinonimo di tutta la droga?
Usato come rappresentante di tutta la cocaina, eroe negativo di tutti i ragazzi in coma, simbolo estremo della overdose?
Vero, c’è la celebrità. C’è l’uso della celebrità, che per Lapo Elkann era uno strumento professionale, era il lavoro brillante che si era inventato, nel senso che - qualunque cosa gli avessero chiesto di fare - lui l’aveva trasformata in una festa mobile come ai tempi della giovinezza di Hemingway.
E c’è anche la celebrità della sua famiglia, sui due versanti, la mamma Margherita, figlia di Agnelli e il padre Alain, scrittore ben conosciuto e giornalista seguito.
Però Lapo resta il protagonista di una terribile storia solitaria che travolge un giovane che non ha ancora trent’anni, gli brucia la vita e quasi lo uccide. Però Lapo è l’unica vittima della sua notte brava, non ha travolto e non ha abbandonato nessuno, non ha giocato con la vita e con la reputazione degli altri.
La sua fuga, triste com’è, è sua, riguarda un gorgo di paura che non conosciamo, una spaventosa scossa mortale che travolge solo lui, che lo coglie in solitudine, nonostante tutte le colorite narrazioni su chi stava intorno.
Nella fortezza di Torino, sfuggendo alla guarnigione, Lapo Elkann si è chiuso in una sua fumeria come per cercare scampo, rifugio, tregua alla sua performance quotidiana. Quel che è accaduto è dunque un intervallo terribile al suo spettacolo, estroso e vitale e pieno di luci e colori che all'improvviso, forse, lo ha abbandonato.
Non si potrebbe, non si dovrebbe lasciarlo in pace a riacquistare un po’ per volta respiro, a emergere piano piano, con tutti quei tubi, dalla pozza nera dentro cui è scivolato mentre stava scappando (che lo sapesse o no) da un incubo che forse neppure lui sarà più in grado di raccontare?
Strano, nessuno ha voluto tener conto che qui nessuno ha giocato con altre vite. Si è lasciato che esplodesse intorno a quest’unica vita, che si è inflitta da sola una spaventosa ferita, lo spettacolo dell’orgia che, come spiegano libri e cinema a chi non ne ha esperienza, include forti e deboli, qualcuno che se ne va per tempo e qualcuno che resta a morire da solo.
‟Poteri forti”, vi ricordate la espressione tanto amata, un tempo (quando era vera), dalla sinistra, e poi acciuffata e usata dalla destra per allontanare l’attenzione dal solo potere forte che esista e che è la televisione?
Di fronte al ragazzo in coma la televisione ha provato un violento stimolo a sbranare l’evento e non ha saputo resistere.
Per questo - e non per le ragioni politiche che abbiamo detto tante volte - ci è sembrata oscena la lunga serata di Porta a Porta dedicata al massacro di ciò che resta di Lapo Elkann. Ci è sembrata pornografia. Ci dispiace per coloro che hanno commesso l’errore di partecipare all’orgia. Ecco, per quel programma orgia è la parola adatta. Implica un gioco spietato dei forti sui deboli, e la facoltà di non controllarsi. Tanto l’altro è intubato, in rianimazione.
Tipico della pornografia è la ripetitività. E l’intento di persuaderti che la trasgressione a cui assisti fa parte della vita di tanti, per tanti è ‟normale”.
Ecco spiegata una trovata particolarmente odiosa, il tornare e ritornare dalla gravità della dose e della overdose (con la graziosa parola ‟cocktail” ripetuta all’infinito per dire miscuglio di diverse droghe pesanti) al lavoro e alla vita professionale di Lapo Elkann da sano e da vivo, in modo da congiungere bene le due cose, con la dovuta costernazione. In modo da poter dire, ad ogni giro di pista: ‟Dio mio, ce la farà questo povero ragazzo a riprendersi da una botta simile? Ma lo sapete che cosa ha fatto?” E giù a ripetere fatti e dettagli, dalla cronaca di quella notte alla droga nel mondo.
A questo punto le disgrazie sono due. Ciò che è accaduto in via Marochetti a Torino. E ciò che è accaduto, la notte dopo, nello studio di Porta a Porta , complici involontari alcune brave persone.
Speriamo che la brutta esperienza li aiuti a evitare ricadute.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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