È cominciato quasi per caso: un giovane medico va in vacanza in un piccolo paese africano, fa amicizia con un collega locale, si ferma per uno stage al pronto soccorso della città africana, visita la zona rurale da cui proviene la famiglia dell'amico e si rende conto che basterebbero, in fondo, pochi mezzi ben usati per organizzare un servizio di prevenzione di uno dei problemi sanitari che perseguita l'Africa: la trasmissione dell'Hiv, il virus dell'Aids. Così, con alcuni colleghi - tutti giovani medici, specializzandi al Policlinico Umberto I di Roma - mette in piedi un progetto di cooperazione sanitaria che in breve si rivela assai efficace. Il paese africano è il Camerun, e il gruppo di medici del policlinico romano si è dato nome Associazione Mingha Africa. Sono specializzandi del dipartimento malattie infettive e tropicali o del dipartimento medicina interna. Si sono dati un obiettivo: ridurre il rischio di trasmissione dell'Hiv dalla madre al bambino. Lavorano in una provincia rurale del Camerun occidentale perché - spiegano Flaminia Bruno e Dario Cotesta, medici internisti, e Gianluca Russo, infettivologo - laggiù mancavano interventi concreti di prevenzione dell'Hiv, e quel poco che c'è si ferma spesso ai grandi agglomerati urbani. Allo stesso tempo però avevano trovato in quei distretti rurali la possibilità di entrare in relazione con associazioni locali e capi-villaggio, oltre che con l'ospedale distrettuale e la diocesi, in una situazione senza grandi tensioni etnico-comunitarie né socio economiche. Lo chiamano ‟approccio partecipativo”. Fermare la trasmissione del virus da una madre al figlio è in parte questione di farmaci, ma anche di allattamento: ecco uno dei rari casi in cui l'allattamento al seno è da evitare. Ma questo significa superare una barriera culturale, spiega Dario Cotesta, e tecnica, perché con il latte in polvere bisogna insegnare a sterilizzare l'acqua, ad esempio. In breve: il gruppo di medici ha cominciato a lavorare con l'ospedale di distretto e la rete di dispensari medici, abbastanza capillare da permettere l'accesso a tutta la popolazione. Hanno costituito una rete di 12 strutture sanitarie rurali che fanno un lavoro di assistenza medica (incluso il test gratuito del Hiv per le donne in gravidanza), forniscono il materiale necessario all'allattamento artificiale, insegnano norme di igiene essenziali (sterilizzare l'acqua, appunto), girano nei villaggi dove fanno visite mediche (gratuite) e sono in grado di seguire le coppie di madre-figlio - ad esempio nel caso di bambini sieropositivi. Sono anche riusciti a far includere l'ospedale di quel distretto tra i centri di terapia antiretrovirale inseriti nel Global Fund - il fondo globale istituito dalle nazioni unite e dal G8 per finanziare gli interventi e soprattutto i farmaci per combattere l'Aids: così hanno potuto inserire nel progetto la distribuzione gratuita alle madri di farmaci che possono diminuire il rischio di trasmissione del virus al neonato. Più importante: tra l'ospedale di Dschang e il policlinico Umberto I c'è ormai un gemellaggio, che permette a medici camerunesi di venire a specializzarsi a Roma e agli italiani di andare a fare esperienza ‟sul campo” in Camerun. I tre medici romani si infervorano raccontando il loro progetto: perché al lato strettamente sanitario si aggiungono altri progetti, sempre con associazioni locali: come l'iniziativa di costruire latrine e sistemi di adduzione idrica, cioè pompe e tubature perché nei villaggi circoli acqua pulita. O i piccoli progetti per ‟creare reddito”, come gli allevamenti di piccoli animali ‟da cortile” come i conigli, o la produzione e commercializzazione di mangime dal mais - ora stanno pensando a una ferme-école, una fattoria scuola che serva insieme a dare competenze professionali e una qualche protezione sociale a quei villaggi. E dire che hanno cominciato con 9.300 euro messi a disposizione dalla Tavola valdese (dai fondi dell'8 per mille), a cui si sono aggiunti col tempo altri piccoli finanziamenti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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