Il governo dice di voler vendere le residue partecipazioni del 20% in Eni ed Enel, conservando però, attraverso speciali strumenti finanziari, la possibilità di riprendere il controllo dei due colossi dell’energia ove la politica tema intrusioni sgradite. Questa pretesa può essere contestata in nome dei mercati finanziari, ma un governo può anche difendere un interesse pubblico, superiore per definizione a quello di banche, fondi, imprese e raider, e proporre comunque la privatizzazione con l’elastico. Può farlo a patto di essere serio: verso i mercati finanziari internazionali e verso il sistema produttivo domestico. La tassazione del tubo, come è stato chiamato il prelievo fiscale di 2,5 miliardi in tre anni a carico di Snam e di Terna, contraddice radicalmente questa esigenza. Le correzioni che si profilano, con il trasferimento della stangata a valle, e cioè più vicino ai consumi, rischiano di essere una pezza peggiore del buco. C’è anzitutto una questione di equità contributiva: se si devono tassare le reti, perché colpire solo i gasdotti e gli elettrodotti ad altissima tensione e non anche l’infrastruttura fissa di Telecom, le autostrade e le frequenze radio assegnate a Rai, Mediaset e La7? Benché siano tutti monopoli naturali, si capisce che alcuni sono più uguali degli altri. Ma in ogni caso, la tassazione del tubo in quanto tale basta a far emergere la modesta qualità del governo come azionista e come artefice della politica industriale. L’Enel ha collocato in Borsa e alla Cassa depositi e prestiti il 94% di Terna e l’Eni ha venduto a terzi la metà di Snam e un altro 30% deve cederlo, in base alla legge Marzano, entro il 2007. Il Tesoro sa che dalla capacità di investimento delle reti dipende la possibilità di rendere l’infrastruttura adatta a un regime concorrenziale nell’elettricità e nel gas. Al tempo stesso, il Tesoro non può dimenticare di aver promesso un adeguato ritorno a chi ha puntato su Eni e Snam e su Enel e Terna. Non a caso l’Autorità per l’Energia ha concesso un tasso di remunerazione del capitale investito tale da quadrare il cerchio. Ma poi il ministero avalla la decisione dell’Eni di far fare 2 miliardi di debiti a Snam per spillarle un dividendo straordinario di pari importo. Una mungitura che non mette a rischio il piano di investimenti ordinario, ma che rende impossibili gli investimenti aggiuntivi sui gasdotti internazionali e gli stoccaggi suggeriti dall’Autorità. Del dividendo straordinario di Snam, tuttavia, al governo può arrivare poco, perché il grosso compete ai soci privati. Ed ecco allora la stangata fiscale che finisce per intero alle casse dello Stato: 600 milioni da Snam, 200 da Terna nel 2006. Per evitare che tutto si scarichi sul consumatore, già gravato dai costi di una liberalizzazione zoppa, il governo precisa che il prelievo non entra nei costi remunerabili. E’un codicillo di incerta legittimità. Se fosse azzerato, avremmo un ulteriore incremento del prezzo dell’energia. Se fosse confermato, Snam e Terna finirebbero in ginocchio. Le loro azioni, che il governo aveva presentato come fossero obbligazioni a rendimento sicuro, non riuscirebbero a pagare i dividendi attesi. Le partecipazioni residue in mano a Enel e soprattutto all’Eni perderebbero stabilmente valore. Machiavelli direbbe che i due colossi dell’energia possono sperare in un vantaggio che, nella concitazione del momento, non tutti vedono: una Snam e una Terna senza risorse non potranno superare le strozzature della rete, e dunque gli ex monopolisti rimarranno ancora a lungo in posizione dominante. Ma la perdita di reputazione, che deriva dalle promesse non mantenute, fa sorgere il sospetto che la tutela di Eni ed Enel non porti nemmeno vantaggi finanziari al momento della privatizzazione finale. E se a queste notizie aggiungiamo gli accordi sul gas russo tra Eni e Gazprom e tra questa e gli improvvisati intermediari italiani, incidentalmente amici del premier, per la spartizione di alcune frazioni della rendita monopolistica, possiamo intonare il requiem per la concorrenza. E non solo per quella.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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