Visto dall’alto il paesaggio del terremoto appare peggio di quanto si potesse pensare. A parte le distruzioni già incontrate da terra durante gli ultimi giorni nelle zone della città di Muzaffarabad e Balakot, ciò che più colpisce viaggiando in elicottero sono le migliaia di villaggi, frazioni e case isolate sulle montagne distrutte e abbandonate a se stesse. ‟Una tragedia immensa. Sotto quelle macerie ci sono persone già morte o magari, ancora peggio, in fin di vita, che non possono essere raggiunte dai soccorritori.
Questo è il tipico scenario dei terremoti di montagna. Il problema più grave sono le difficoltà di accesso e di movimento. Qui un’intera popolazione deve affrontare da sola una tragedia molto ma molto più grande di lei”, sostiene preoccupato Piero Moscardini, il 53enne romano incaricato della logistica per gli uomini della Protezione civile inviati dall’Italia. Con lui siamo saliti ieri pomeriggio sull’elicottero messo a disposizione dall’Esercito pachistano per la missione dei 42 italiani (tra loro una ventina della Croce Rossa) e il primo sopralluogo sulle zone di operazione. Oltre un’ora di viaggio in un cielo diventato finalmente nitido dopo l’uragano di grandine, pioggia e vento che ha imperversato martedì pomeriggio bloccando perfino i voli degli elicotteri e causando nuovi smottamenti dalle montagne già ferite dai tremori della terra. Partenza da Mansehra, l’ultimo centro urbano sulla Karakorum Highway prima delle zone colpite dove l’elettricità funziona normalmente e l’ospedale locale fornisce ogni tipo di assistenza. Qui gli italiani stanno piantando il loro ospedale da campo. ‟Abbiamo sale operatorie, dodici medici capaci di tutto e oltre 500 posti letto in 150 tende”, spiega il portavoce, Roberto Forina. Una scelta, quella della località dove opereranno gli italiani, che è stata dettata dai dirigenti della Protezione civile pachistana, ma solleva perplessità tra i ranghi dell’esercito locale e dubbi perfino al capo missione, Marta Di Gennaro. ‟Forse avremmo dovuto perdere ancora un giorno per la logistica degli spostamenti e montare l’intero campo a Balakot, o nelle zone limitrofe più al cuore del sisma. Ci bastavano un paio di elicotteri pesanti Chinook americani e le nostre 100 tonnellate di materiale sarebbero state trasportate via aria, evitando l’incubo degli intasamenti sulle strade. Tanto la nostra presenza non fa più parte della fase legata all’emergenza immediata, ma riguarda quella seguente degli aiuti nel medio periodo. Ma sono stati i rappresentanti del governo pachistano a indicarci dove andare”, ammette candidamente. Marta Di Gennaro rifiuta invece con decisione le polemiche montanti nel Paese e all’estero per i gravi ritardi degli aiuti internazionali. C’è chi accusa anche la Nato per non aver spostato i propri elicotteri dal teatro afghano al Pakistan. ‟Penso che gran parte del ritardo non sia dovuto a noi o agli altri Paesi che inviano aiuti, bensì alle lentezze dell’organizzazione e alla coordinazione del flusso di arrivi in Pakistan. Fino a poche ore fa ho visto bivaccare agli aeroporti di Dubai, Lahore, Karachi e Islamabad intere unità cinofile pronte a operare in modo del tutto indipendente, ma bloccate dalla burocrazia e dalla confusione. Un fatto gravissimo, perché quelle unità dovrebbero arrivare sul posto entro 12 ore dal terremoto. Allora sono ancora veramente in grado di salvare vite umane. Dopo diventa troppo tardi per la maggioranza dei casi”, aggiunge.
A detta degli italiani, proprio gli intoppi burocratici hanno rallentato di almeno 12 ore anche il loro arrivo a Mansehra. E gran parte del materiale giungerà solo questa sera via camion. L’ospedale dovrebbe essere operativo a partire da domani mattina. Eppure si cerca di riguadagnare il tempo perduto. Il sopralluogo aereo di ieri ha permesso di studiare il territorio. ‟Probabilmente costruiremo un posto medico avanzato nella vallata di Balakot. Ma lontano dall’ospedale da campo già eretto dai cinesi e dai punti medici francesi. Potremo magari indirizzarci sulle decine di villaggi isolati più a monte o nella vallata. E una parte delle tende potrebbe venire data direttamente ai civili”, sostiene ancora Moscardini guardando dal finestrino. All’altezza di circa 2.000 metri si vedono resti di abitazioni: il tetto di lamiera intatto si è appoggiato ai muri distrutti, come un grande sarcofago piombato a seppellire uomini e cose. Alcuni bambini agitano le braccia al cielo. Salutano o chiedono aiuto? Dove sono i loro genitori? Più in basso, la strada è interrotta da una gigantesca frana e anche il sentiero che sale a zig zag tra le pinete è stato spazzato via. ‟Ricorda un poco Bam, in Iran, l’anno scorso. O l’Irpinia nel 1980”, dicono gli italiani. ‟Ma qui la zona colpita è immensa e in molti casi sono necessarie intere giornate di cammino per arrivare alle vittime”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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