Calvino definì la sua poesia ‟orgogliosamente solitaria” e ‟fuori tempo”. Raboni ne sottolineò la dimensione archeologica, il ‟non-tempo”, il senso dell’‟eternità cosmica” e del ‟mito”. Insomma, niente di più lontano dalla poesia civile così come viene intesa comunemente. Eppure oggi, a sessant’anni, Giuseppe Conte dice: ‟La letteratura senza impegno per me sarebbe di atroce insignificanza”. E sulle prime chi ha nell’orecchio i bellissimi versi de L’Oceano e il ragazzo rimane un po’ spiazzato. Ma fino a un certo punto. Perché? ‟Prima, con la lotta di classe e l’utopia comunista, il discorso sull’impegno era molto più chiaro: significava aderire a un’ideologia. Dunque, cadute quelle ideologie, per molti non dovrebbe più esserci né una visione del mondo né una visione letteraria complessiva. Invece, l’impegno ha solo cambiato faccia”. In che modo? ‟Non potrei mai pensare che con la caduta delle ideologie politiche siano venute meno le ideologie letterarie. Anzi”. Anzi? ‟La letteratura non può limitarsi a essere un gioco linguistico o un prodotto adatto al mercato, deve sempre più disegnare una visione del mondo e una visione spirituale. Niente di più scontato della nenia che ripete: non c’è più Pasolini...”. Che cos’è cambiato? ‟Sono altri scenari, abbiamo avuto una caduta a picco della cultura umanistica e della fiducia nella creatività, un imbarbarimento della classe dirigente e della borghesia, un abbrutimento della politica a sondaggismo e televendita. Anche se ci fossero dei nuovi Pasolini e dei nuovi Sciascia, non se li filerebbe nessuno: non li inviterebbero certo a Porta a porta ‟.
E allora, secondo il poeta ligure di frontiera, che ha tradotto Blake, Shelley e Lawrence, in che cosa consiste il nuovo impegno post-ideologico? ‟Il tema più importante è quello della natura attaccata e avvelenata che sembra ribellarsi all’uomo. Basta pensare al valore simbolico dell’uragano di New Orleans: un significato profondo che non è stato colto per non creare allarme. Non si sono mai visti cicloni così devastanti. L’equilibrio tra uomo e natura è un argomento su cui il poeta dovrebbe riflettere: oggi impegno è mettere in discussione l’idea dominante di progresso come crescita indiscriminata per rilanciare una nuova immagine di anima individuale. O meglio, per rilanciare quelli che Victor Hugo definiva i diritti dell’anima: la bellezza e la fratellanza tra diverse visioni spirituali”.
Quando si dice la forza profetica della poesia... Era il 1997 quando Conte pubblicò una raccolta poetica intitolata Canti d’Oriente e d’Occidente, che si apriva con un’epigrafe di Goethe: ‟Se Islam vuol dire sottomissione a Dio / noi tutti viviamo e moriamo dell’Islam”. E dove, peraltro, la sua poesia si apriva più esplicitamente a tematiche civili, per esempio con un canto in memoria del patriota irlandese Bobby Sands, morto per uno sciopero della fame. ‟Per me impegno - dice oggi Conte - è anche confrontarmi con l’eurocentrismo rifiutandolo. Vedo che Sanguineti se ne fa un vanto, ma a me l’eurocentrismo sembra una malattia senile della cultura occidentale, perché non tiene conto della complessità del mondo”.
Le famose radici cristiane dell’Europa? ‟Io sono laico. L’Europa secondo me ha una tradizione ben diversa, un’identità fondata sull’apertura al resto del mondo e sulla capacità di capirlo, di amarlo, di integrarlo, eccetera”. Invece, oggi che cosa propone il nostro continente? ‟Propone ipermercati, televisioni, stadi, pubblicità, moda. Le paiono cose per cui inventare un futuro? Io credo che il vero nemico dell’Occidente non sia il terrorismo ma il nichilismo, l’idolatria del mercato, il consumismo sfrenato che porterà collassi, epidemie, catastrofi d’ogni genere, di cui già vediamo i primi segnali. Se lo scrittore non coglie questi segnali è meglio che lasci perdere...”.
I punti di riferimento di Conte non sono certo cristiani in senso stretto: ‟Mazzini non era cristiano ma aveva una forte visione spirituale. Così come Foscolo e De Sanctis... Queste sono le radici europee, non cristiane ma insieme greche, romane, celtiche, islamiche. Per intenderci, sono molto nemico di Pera. Sono laico ma parlo dal punto di vista di chi crede nel primato dello spirito. Viceversa, negli Stati Uniti lo spiritualismo fondamentalista è uguale al fondamentalismo islamico contro cui combatte. Su questi grandi temi deve ragionare, secondo me, uno scrittore o un poeta, incarnandoli nella contemporaneità: la natura, l’anima, il mito, gli archetipi”. Eppure, c’è chi, come Romano Luperini, accusa la ‟poesia innamorata” (alla cui antologia eponima, uscita nel ‘78, Conte partecipò da protagonista) di avere assecondato l’onda del disimpegno postmoderno e del nichilismo. Una risposta? ‟Luperini è un critico che stimo, ma non può certo negare che la poesia per noi comprendesse una ripresa forte del senso. La nostra posizione era all’opposto rispetto alla diffusa estetizzazione, tipica per esempio del pensiero debole: noi volevamo restituire una potenza lirica e filosofica alla poesia. Eravamo agli antipodi rispetto a Vattimo”.
Conte a quei tempi aveva superato la sua fase sessantottina, vissuta da studente alla Statale di Milano: ‟Non avevo simpatie per l’ala maoista violenta, non sono mai stato in Lotta continua, ma ero un materialista, favorevole alla libertà sessuale, alla liberazione degli omosessuali, all’immaginazione al potere, a tutte quelle cose che, con il femminismo, hanno cambiato la nostra società”. E oggi? ‟Ho maturato col tempo un interesse per il primato dello spirito: lo spirito è un itinerario che mi ha portato a scoprire le mitologie e le religioni degli altri, dal taoismo al panteismo degli indiani d’America, all’Islam”.
Lo spirito può essere un discrimine letterario? ‟Oggi distinguo tra autori che hanno preoccupazioni etico-spirituali e autori materialisti: per questo a Sanguineti ed Eco preferisco di gran lunga Citati e Magris. E anche l’itinerario di Segre, dalla semiotica e dallo strutturalismo alla critica come impegno, per me è esemplare. Sull’onda di quelli che considero i miei maestri, Ungaretti e Borges, penso che se gli scrittori abdicano a cercare la verità e il senso della vita, e si limitano a divertirsi nel gioco dell’ironia e della parodia, corrono il gravissimo pericolo di farsi sostituire da gente come quel simpatico pelandrone di Vasco Rossi”. Vasco al posto degli intellettuali? ‟Voglio dire che Eco e Sanguineti sono più distruttivi che costruttivi, e di fronte agli intellettuali distruttivi altri profeti alla moda possono colmare il vuoto di senso. Semmai, ritengo che Eco, con i suoi romanzi, abbia avuto un notevole influsso sui narratori italiani, aprendo importanti interrogativi sul rapporto con il romanzo di genere e con la letteratura popolare. Prima di lui l’avevano fatto solo Fruttero e Lucentini, ma con minore consapevolezza teorica”. Nient’altro? ‟Facendo la fenomenologia del mondo così com’è si finisce con l’aderire al proprio oggetto, si finisce per confermare l’esistente. Anche i giovani cannibali o pulp, questo nome del c...”. Conte sottolinea: ‟Sì, sì, lo scriva pure, i pulp, con questo nome del c..., i nipotini della neoavanguardia hanno fatto lo stesso, raccontando il mondo dei supermercati, della televisione, della pubblicità hanno aderito al mercato e al consumo, senza criticarlo ma mimandolo in un processo di autoconferma. I giovani che guardano all’avanguardia sono più vecchi dei loro vecchi ispiratori”.
E il rinnovamento dove sta oggi, dopo gli anni del realismo mimetico, del minimalismo o del gioco verbale? ‟La vera rivoluzione per me è il lirismo filosofico e mistico di un poeta come Adonis, incompatibile con il mondo contemporaneo, ma capace di riraccontare il mondo nella sua complessità”. Per trovare altri ‟incompatibili” in Italia bisogna guardare al passato. In prosa, le preferenze del ligure Conte vanno ai liguri Calvino e Soldati, esponenti di ‟una linea non espressionistica che ambisce alla chiarezza e che crede nella narrazione come itinerario di conoscenza o di interrogazione morale”. In poesia, un manipolo di liguri: Sbarbaro e il giovane Montale, per ‟il paesaggio visto come mondo morale...”. E poi un imprevedibile rimpianto: per Fortini. ‟Per la passione che ci metteva. Altri critici che mi stanno a cuore, come Anceschi e Citati, sono all’opposto di Fortini, ma sono animati dalla sua stessa fortissima passione, dalla voglia di salvare ciò che di umano c’è nell’uomo, di ridare speranza al pianeta”. Non è facile, oggi, la speranza... ‟Distillare speranza dalla disperazione: quel che conta è crederci”. Il poeta ligure si racconta: ‟Sono stato un sessantottino favorevole alla libertà sessuale, al femminismo, all’immaginazione al potere e a tutte quelle lotte che hanno cambiato la società. Oggi sono ancora laico, ma prediligo una dimensione più spirituale”
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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