L'influenza aviaria sta bussando alla porta dell'Unione europea, e non le sarà opposto un rifiuto. Nonostante le promesse dei responsabili nel campo veterinario e della salute pubblica, di sigillare i confini e stroncare così i nuovi focolai, l'H5N1 è una forza quasi irresistibile. È sconcertante come, nel corso dell'ultimo anno, l'Europa non abbia dimostrato alcuna coesione, né abbia attuato una seria pianificazione regionale sul modo migliore per affrontare lo spettro dell'influenza pandemica. Già l'anno scorso, i ricercatori avevano avvertito che l'influenza aviaria era diventata inestirpabile tra gli uccelli selvatici e il pollame domestico. La speranza iniziale che non fosse facilmente trasmissibile attraverso gli uccelli selvatici si è rivelata infondata questa primavera, quando i ricercatori cinesi hanno scoperto una enorme epidemia presso il lago Qinghai, nella Cina occidentale.

La Cassandra Yi Guan
Inizialmente il focolaio era limitato a un piccolo isolotto nel grande lago salato, dove le oche improvvisamente hanno cominciato ad avere convulsioni, per poi crollare al suolo e morire. A metà maggio l'intera popolazione aviaria del lago era infetta, e gli uccelli morivano a migliaia. Un ornitologo l'ha definita ‟l'influenza aviaria più grande e più mortale mai osservata negli uccelli selvatici”. I virologi cinesi, nel frattempo, erano scioccati dalla virulenza del nuovo ceppo: quando i topi sono stati infettati dal virus di Qinghai, sono morti ancora più velocemente di quando gli era stato iniettato il ‟genotipo Z”, la temibile variante N5N1 che sta attualmente uccidendo gli esseri umani in Vietnam e in Indonesia.
A luglio Yi Guan, leader del team di ricercatori di Hong Kong famoso in tutto il mondo che si occupa dell'influenza aviaria e combatte la minaccia della pandemia sin dal 1997, ha denunciato sul Guardian di Londra l'atteggiamento apatico mostrato dalle autorità cinesi nei confronti della conflagrazione biologica del lago Qinghai. ‟Non hanno preso quasi nessun provvedimento. Avrebbero dovuto chiedere il sostegno internazionale. Quegli uccelli andranno in India e in Bangladesh, e poi incontreranno altri uccelli provenienti dall'Europa”. In un articolo pubblicato da Nature, Yi Guan e i suoi colleghi hanno anche rivelato che il ceppo di Qinghai probabilmente derivava da recenti episodi di influenza aviaria, non denunciati ufficialmente, tra gli uccelli della Cina meridionale. Questo ha confermato i sospetti che le autorità cinesi stessero continuando a nascondere al resto del mondo i focolai della malattia; in passato, avevano anche mentito sulla natura e sull'estensione dell'epidemia di Sars del 2003.
Come nel caso di allarmi lanciati in precedenza e relativi alla Sars, la burocrazia ha immediatamente preso provvedimenti contro Yi Guan per la sua onestà scientifica, chiudendo uno dei suoi laboratori alla Shantou University e armando il ministero dell'agricoltura, conservatore, di nuovi poteri di controllo sulla ricerca di base. Mentre Pechino censurava la ricerca, l'epicentro umano dell'influenza aviaria si stava espandendo: a metà luglio i funzionari della sanità indonesiani hanno confermato che un padre e le sue giovano figlie sono morti di influenza aviaria in un sobborgo benestante di Jakarta. Non risulta - un elemento preoccupante - che la famiglia fosse entrata in contatto con del pollame. Mentre la stampa speculava sulla possibile trasmissione tra esseri umani, nel quartiere è quasi scoppiato il panico.
Allo stesso tempo, cinque nuovi focolai di contagio tra polli sono stati riferiti in Thailandia. L'imbarazzante notizia è stata un duro colpo alla grande campagna lanciata nel paese, e ampiamente pubblicizzata, per sradicare la malattia. I funzionari vietnamiti, dal canto loro, hanno rinnovato gli appelli per l'aiuto internazionale mentre H5N1 mieteva nuove vittime nel paese che resta il focolaio centrale e preoccupa moltissimo l'Oms. Nel frattempo, gli uccelli del lago Qinghai avevano preso il volo per svernare nei cinque continenti. H5N1 puntualmente è arrivato alla periferia di Lhasa, la capitale del Tibet; è stato individuato in Kazakhstan e nella Mongolia occidentale; e, quel che più preoccupa, ha cominciato a uccidere polli e uccelli selvatici vicino alla capitale siberiana di Novosibirsk - a metà strada sulle rotte per il Mar Nero e l'Europa meridionale. L'arrivo dell'influenza aviaria in Iran, in Turchia e in Romania non è stato dunque una sorpresa: le sue prossime destinazioni potrebbero comprendere la Valle del Nilo, l'India meridionale, il Bangladesh, l'Australia, l'Alaska, il Canada settentrionale e, infine, il mondo intero.

L'H5N1 come Google
Anche se l'influenza aviaria non comportasse alcun pericolo per la salute umana, sarebbe comunque un cataclisma ecologico globale che minaccia devastazioni incalcolabili per gli uccelli selvatici, oltre che per i miliardi di polli che costituiscono attualmente la nostra seconda più grande fonte di proteine animali (la prima è costituita dai maiali, che ora stanno soccombendo anch'essi all'influenza aviaria).
Robert Wallace - uno scienziato della University of California che sta studiando come potrebbe diffondersi l'influenza pandemica - mi ha detto che H5N1 è ‟un motore di ricerca darwiniano più sofisticato di Google”. Egli sostiene che il virus ci sta mettendo in scacco su quattro punti decisivi. Primo, ‟H5N1 sta volando sotto il radar sociale: gli esseri umani non sono stati ancora infettati, ma il ceppo si sta disseminando in regioni molto vaste. Esso sta cambiando non solo a livello molecolare, ma anche a livello epidemiologico”. Secondo, ‟diffondendosi geograficamente, e infettando più polli, H5N1 allarga la base delle operazioni da cui può dare inizio a una pandemia”. La strategia annunciata dall'Oms di saturare un focolaio - ad esempio, una regione rurale del Vietnam o della Thailandia - con il Tamiflu ‟non significa nulla, se H5N1 opera in tutto il mondo. In breve, cambiando la scala spaziale in cui opera, l'influenza modifica il mix di interventi che saranno necessari per fermarla”. Terzo, ‟diffondendosi geograficamente, H5N1 entra in paesi che non hanno esperienza nell'individuare o combattere simili focolai”. Quarto, ‟se la dispersione è correlata all'aumento del numero di polli infettati - e all'espansione dello spazio evolutivo in cui H5N1 deve agire - allora la velocità del contagio tra esseri umani si comprime”. Il succo, in altre parole, è che ogni nuovo avamposto di H5N1, che sia tra i polli in Turchia, le oche in Siberia, i maiali in Cina, o gli esseri umani in Indonesia, rappresenta un'ulteriore opportunità per il virus in rapida evoluzione di acquisire il gene o anche, più semplicemente, le sostituzioni di amminoacidi di cui ha bisogno per massacrare esseri umani vulnerabili. Questa moltiplicazione esponenziale di ‟punti caldi” e di ‟serbatoi silenziosi” (come tra i contagiati da oche asintomatiche) è il motivo per cui nei ministeri della sanità di tutto il mondo stanno suonando i campanelli d'allarme.

Correva il 1918
Ci sono, naturalmente, gli scettici (anche se, di solito, non tra i virologi) i quali sostengono che l'influenza aviaria è soltanto una ‟minaccia teorica”, e che un ‟fattore X” potrebbe impedire ad H5N1 di diventare facilmente trasmissibile tra esseri umani. Per la verità, molti ricercatori sono stupiti che non sia già scoppiata una pandemia, ma le evidenze dell'esistenza di un ‟fattore X” capace di inibire strutturalmente la mutazione di H5N1 in un omicida di massa, sono scarse. Piuttosto, è vero il contrario: ad agosto, un esperimento scientifico mozzafiato (e pericoloso) ha confermato somiglianze impressionanti tra l'attuale virus aviario e l'influenza del 1918 che uccise da 40 a 100 milioni di persone nell'autunno del 1918. Dopo un decennio di scrupoloso lavoro di laboratorio, quest'estate il team guidato da Jeffery Taubenberger dell'Istituto di patologia delle forze armate, alle porte di Washington, è riuscito a decifrare il suo genoma completo. In una scoperta che ha scioccato molti ricercatori, essi hanno rilevato che il virus del 1918 era un ceppo puramente aviario; esso era diventato trasmissibile all'uomo attraverso una serie di mutazioni sorprendentemente semplici. Questo significa che, dopo tutto, H5N1 potrebbe non dover ‟riassortire” i geni con un virus umano: esso potrebbe acquistare velocità pandemica attraverso la sua stessa modesta evoluzione.
In realtà, potrebbe già essere a mezza strada. Così, mentre H5N1 - che alcune anatre veicolano senza alcun sintomo - si aggira furtivamente ai margini dell'agricoltura dell'Ue, ci sono pochi motivi per ignorare gli avvertimenti ufficiali dell'Oms e di innumerevoli esperti secondo cui una pandemia è ‟imminente”. ‟Imminente”, naturalmente, potrebbe significare quest'inverno o il 2007.
Finora, i ministri della sanità europei hanno agito come se l'Ue non esistesse. Ciascun governo ha fatto una valutazione indipendente del pericolo e ha agito di conseguenza. Così la ‟fortezza Uk” prende abbastanza sul serio l'apocalisse influenzale da stoccare milioni di dosi di antivirali, mentre gli italiani non si sono ancora preoccupati di ordinare abbastanza body bags, per non parlare del Tamiflu. Inoltre, i governi europei stanno lavorando l'uno contro l'altro, entrando in competizione per la scarsità degli antivirali disponibili e discutendo se i polli debbano essere portati al chiuso oppure no. Soprattutto, l'Ue non ha tenuto in debito conto il fatto di essere la sede di tutta la produzione attuale di Tamiflu, e di detenere la maggiore capacità al mondo di produzione di vaccini per l'influenza. La sorveglianza del pollame è certo importante; ma ad essere veramente decisivo è il ruolo delle grandissime società farmaceutiche che hanno il loro quartier generale in Europa. Quando, a un meeting dell'Oms che si è tenuto quest'anno, la Thailandia e il Sudafrica hanno sollevato la questione della produzione generica di Tamilflu (oseltamivir) nel terzo mondo, la Francia e gli Stati uniti hanno unito le forze per proteggere l'attuale monopolio della Roche su questo farmaco. Analogamente, quando nel mese di agosto ho visitato il Programma sull'influenza dell'Oms a Ginevra, mi è stato detto che per il momento l'Oms aveva abbandonato qualsiasi speranza di un ‟vaccino mondiale” per combattere l'influenza aviaria, in gran parte perché non credevano nella volontà dell'Ue di assumersi l'impegno necessario per attivare appieno le sue linee di produzione di vaccino o di antagonisti della mutazione genetica per consentire l'uso di ‟ingegneria genetica rovesciata” (la tecnologia che ha reso possibile ricreare il virus del 1918).
Gli europei dovrebbero trarre una ben magra consolazione dalla situazione degli Stati uniti. Qui lo stato della ‟sicurezza nazionale” di Bush, dopo aver gettato via miliardi di dollari per rischi immaginari di bioterrorismo e per priorità di salute pubblica conosciute come ‟educazione all'astinenza”, non ha fabbricato scorte di antivirale, né si è dotato di capacità produttiva di vaccini. Adesso c'è da aspettarsi che gli americani, specialmente se sono poveri e neri, saranno lasciati affogare da Washington. Ma l'Europa - almeno l'Europa immaginata dai socialisti e dai Verdi - dovrebbe aspirare a un diverso modello di civilizzazione rispetto al tipo di crudeltà e di incuria neo-liberale a cui abbiamo assistito recentemente nelle strade di Baghdad e di New Orleans.

La migrazione pericolosa
Nel contesto della minaccia dell'influenza aviaria, questo implica la responsabilità morale di attivare le straordinarie capacità farmaceutiche e scientifiche dell'Ue.
La migrazione più pericolosa di H5N1 nelle ultime settimane non è la sua vacanza nel Mar Nero, ma il suo movimento inesorabile verso le megalopoli dell'Africa e dell'Asia meridionale. Dovremmo essere estremamente preoccupati per l'imminente convergenza esplosiva di povertà urbana e influenza aviaria. Anche se l'Ue si muovesse collettivamente - come deve fare, con urgenza - questo sarebbe di scarsa utilità se una pandemia del tipo di quella del 1918 scoppiasse nelle grandi baraccopoli di Kinshasa o Mumbai. Tutti i polli in Europa potrebbero dormire al sicuro dentro i capannoni, ma se il seme demoniaco di H5N1 facesse presa nell'umanità devastata dall'Hiv dell'Africa sub-sahariana, presto salirebbe sul prossimo aereo per Roma, Londra o New York. Né un nazionalismo epidemiologico stile fortezza, né una stupida reverenza per i profitti di Big Pharma (Roche in particolare) dovrebbero avere la meglio sul principio della solidarietà umana davanti al contagio (i contagi) in arrivo. La nostra comune sopravvivenza richiede un'ancora di salvezza adeguata sotto forma di vaccini, antivirali e antibiotici, che costituiscono un diritto umano. Che centinaia di milioni di persone povere attualmente non abbiano nemmeno accesso all'acqua potabile o all'aspirina è motivo di vergogna, ma non è una scusa per abbandonare il tentativo di creare un vaccino mondiale contro l'influenza il più presto possibile.

Traduzione Marina Impallomeni
Mike Davis

Mike Davis

Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri, 1991); Geografie della paura (Feltrinelli, 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli, 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli, 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli, 2002); Cronache dallImpero (manifestolibri, 2004); Il pianeta degli Slum (Feltrinelli, 2006).

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