Undici giorni dopo il sisma che ha colpito la regione montagnosa del Kashmir, divisa tra Pakistan e India, il bilancio continua a salire: 54mila morti in Pakistan, oltre a 1.300 in India. Ma l'allarme più grande ora sono i sopravvissuti. Ieri le organizzazioni umanitarie dell'Onu segnalavano che almeno mezzo milione di persone ha ‟urgente bisogno” di riparo, cure mediche e di cibo; persone ancora isolate, a cui finora sono arrivati pochi o nulla degli aiuti affluiti nel Pakistan settentrionale. In tutto, dicono le autorità pakistane, tre milioni e mezzo di persone sono senza tetto: e con l'inverno alle porte è una prospettiva terribile. L'urgenza è allestire tendopoli: 37mila tende sono state consegnate nell'ultima settimana e 150mila sono in arrivo, dice l'Onu; il governo pakistano ne ha fornite altre 100mila. Raggiungere le vittime isolate è ancora una priorità: ieri, finite le intemperie, sono ripresi i voli degli elicotteri (ormai 80 sono disponibili). Ma in molti villaggi di montagna, isolati, i lanci di aiuti giunti finora sono poca cosa: a Muzaffarabad, il capoluogo del Kashmir sotto amministrazione pakistana dove fanno base gli interventi, continuano ad arrivare persone che scendono a piedi, magari portando i feriti, e tornano su portando a spalla ciò che possono.
L'esercito pakistano sta lavorando per riaprire le strade che risalgono le valli dei fiumi Neelum e Jhelum (quella che scavalla in India), bloccate da grandi frane. Nel frattempo anche i convogli di muli sono stati usati per portare soccorsi. Lo stesso vale per la strada che dalla cittadina devastata di Balakot risale la valle di Khagan, più a ovest, nella provincia della Frontiera. Molti temono che quando tutte le zone terremotate saranno finalmente raggiunte, il bilancio potrebbe anche raddoppiare.

La distensione telefonica
Undici giorni dopo il sisma, i kashmiri indiani possono finalmente telefonare ai parenti sull'altro lato della Linea di Controllo (Loc), la linea di cessate-il-fuoco che divide il territorio sotto amministrazione pakistana dallo stato indiano di Jammu e Kashmir. Con una concessione eccezionale, l'India ha annunciato ieri di aver aperto un collegamento telefonico gratuito: funziona in quattro centri telefonici in altrettanti centri urbani. Per motivi di ‟sicurezza”, dal Kashmir indiano si può di solito telefonare in quello pakistano solo attraverso un centralino. Anche il Pakistan, che applica di solito simili restrizioni, ha ieri esteso la copertura telefonica ai villaggi vicini alla frontiera di fatto.
Dopo il sisma molti si aspettavano che i due paesi avrebbero accelerato il dialogo avviato nei primi mesi del 2004: ma tutto si è risolto con un aereo cargo di beni di prima necessità indiana al Pakistan, che ha rifiutato l'intervento di soccorritori militari indiani; l'India ha rifiutato di prestare elicotteri senza pilota.
Così appare ancora più rilevante il secondo annuncio dato ieri: anche la frontiera (di fatto) tra i due Kashmir sarà aperta. L'India ha accolto ieri sera una offerta-richiesta fatta dal presidente pakistano Parvez Musharraf: ‟Noi autorizzeremo tutti coloro che verranno attraverso la Linea di Controllo”, ha detto durante una visita nella città devastata di Muzaffarabad: ‟Se l'India è d'accordo, possiamo definire insieme le formalità”. Il Pakistan vuole anche favorire il passaggio di leader politici delle due parti. In serata l'India ha risposto in modo positivo: ‟Questo è in linea con la nostra linea di favorire maggiore movimento attraverso la Loc per i soccorritori e più stretti contatti tra i cittadini”.

Ma la guerra sporca continua
Nel Kashmir indiano intanto la ‟normale” violenza non è affatto diminuita dopo il terremoto. Ieri il ministro dell'istruzione del governo dello stato di Jammu e Kashmir è stato ucciso, nella capitale Srinagar, da un attentatore-suicida che gli ha sparato in casa sua (e si è poi fatto uccidere dalle guardie). L'attentato è stato poi rivendicato da gruppo chiamato Al Mansurian, parte di un certo Fronte Islamico. La settimana scorsa il principale coordinamento di gruppi armati islamici del Kashmir, il United Jihadi Council (i cui leader risiedono in territorio pakistano) aveva dichiarato la ‟tregua” verso le forze indiane, per permettere i soccorsi dopo il terremoto. Ma poi gli scontri tra mojaheddin e soldati indiani sono continuati, quotidiani, con decine di morti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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