Si aggira per il Paese un primo ministro petulante che continua a molestare gli italiani. Sono quattro anni che i cittadini gli votano contro, in elezioni locali, in elezioni europee, in veri e propri plebisciti come le elezioni regionali, Regione per Regione (tutte, meno due) gli hanno detto no, hanno respinto le sue seduzioni un po’ ridicole, hanno deciso di non tener conto delle sue minacce, lo hanno lasciato parlare a vuoto da tutte le sue televisioni, telegiornali e talk show. Poi ci sono stati quattro milioni di italiani che, nella più vasta manifestazione di opposizione che ci sia mai stata in un Paese democratico, si sono messi in fila per ore per votare Prodi, per dire quattro milioni di no a Berlusconi.
Il premier petulante non controlla la sua maggioranza, tiene in piedi e spinge avanti Bossi, senza alcun rispetto per le condizioni di salute del suo utile alleato, e si appresta, sulla base di una sua vecchia maggioranza negata, cancellata e scolorita, come manifesti abbandonati sui muri, non all’ordinaria amministrazione, come sarebbe doveroso per lui, non alla inevitabile legge finanziaria, che è per forza truffaldina, perché ognuno dà i frutti che può, e deve per forza lasciare l’impronta. No, si impegna in cambiamenti radicali di un Paese che lo rifiuta, lo nega. E gli ha già voltato le spalle. Impone, attraverso il controllo umiliante e umiliato della sua maggioranza, la cosiddetta ‟devolution”, un povero e arrischiato pasticcio inventato per lui dalla Lega, sulla base del fatto che a Berlusconi non importa nulla del danno al Paese, e i suoi dipendenti sono troppo servi per non ripetere alla lettera gli ordini ricevuti. Gli ordini includono il pagamento dovuto alla Lega per le leggi ad personam e il vandalismo del ministro Castelli sulla Giustizia.
Subito prima il premier rifiutato ha cambiato la legge elettorale in modo da garantire la non governabilità del Paese (o almeno si è impegnato più che ha potuto perché questo sia il risultato).
Subito dopo si è dato da fare con un altro aspetto del suo inconciliabile antagonismo verso ogni cosa normale e libera. E’ la sua lotta alla par condicio, modesta regola democratica che dice: se parli tu, parlo anch’io. Lui ha tutte le televisioni. E anche se gli riesce sempre meno il gioco dell’imperatore bizzarro a cui si tributano solo finti trionfi, anche se gli riesce sempre meno di intimidire liquidando carriere o facendo espellere chi non si piega, è ancora in grado di parlare dieci minuti di seguito e da solo, in ogni telegiornale, in sequenze lunghissime e impossibili nel resto del mondo. Però a lui non bastano. Vuole cancellare quel poco di confronto che resta. Non vuole tanto tempo. Lo vuole tutto.
È vero, è passato il ciclone Celentano, ha scoperchiato la ‟Caserma della Libertà”, ha allagato le cantine del Tg 1, ha dato una botta al sacro talk show del regime. E tutto ciò è avvenuto non solo per la bravura e la personale estraneità al sistema delle informazioni di Berlusconi. È avvenuto per la voglia pazza degli italiani di non vedere per un momento le facce di Bondi, Schifani e Cicchitto. Quella voglia pazza ha puntato su Celentano, visto almeno come vacanza, come viaggio fuori dall’Italia di regime. Quell’immensa opinione pubblica che ha acceso il televisore cercava satira con le notizie, notizie senza satira, satira come gioco, notizie come farsa, constatazioni e rappresentazioni di fatti realmente avvenuti e realmente sepolti affinché non se ne parlasse mai più. E invece per tre ore ( e con qualche bella canzone) se ne è parlato. E la maggior parte degli italiani ha fatto sapere che aveva voglia di stare al gioco della libertà.
Esponenti di An, il partito più umiliato della storia italiana, che sventolano fazzolettini tricolore per festeggiare la vittoria di uno come Bossi, che raccomanda di usare il tricolore come carta igienica, sono balzati in difesa del grande valore che a loro sta a cuore, la non libertà. Hanno chiesto, senza imbarazzo e senza negare di averlo fatto ‟una trasmissione riparatrice”. Già questo basterebbe a dirci, ancor più di Celentano, ancor più della splendida intervista di Biagi al Tg3, a quale infimo grado di ‟parziale libertà” si vuole ridurre l’Italia. Evidentemente dopo ‟il giornalismo omicida” dell’”Unità” esiste ora anche la Tv omicida di Celentano.
Però, attenzione, il giorno dopo la festa di liberazione scatenata nel Paese da un primo accenno di libera denuncia del danno immenso che l’Italia ha patito sotto il governo degli avvocati e della scorta di Berlusconi, il ‟Giornale Radio 2” delle ore 14 del 21 ottobre ha fatto tranquillamente seguire la rassegna delle notizie con l’annuncio: ‟E ora un commento del costituzionalista Paolo Armaroli”. Cominciava con queste parole: ‟Due pugni allo stomaco sono stati assestati dalla Casa delle Libertà all’opposizione mandandola al tappeto. Sono la nuova legge elettorale e l’approvazione della devolution”. Il costituzionalista Armaroli, uomo di An, editorialista de ‟Il Giornale”, fa parte di coloro che danno pugni (per la verità, non tanto all’opposizione quanto al Paese). Poi va alla Rai, si presenta come un commentatore (che nelle altre democrazie vuol dire un osservatore estraneo alla mischia) e offre la sua opinione su quello che la sua parte ha appena contribuito a fare.
Ma tutto ciò (che è esercizio quotidiano di potere prepotente e squilibrato dei media, soprattutto nella Radio e Televisione di Stato), non basta alla monomania molesta di Berlusconi. Per adesso si aggira con l’aria insofferente e ansiosa di chi vede afflosciarsi il suo Frankenstein delle notizie schierate, la creatura anormale, con tanti corpi e una sola modestissima testa, che finora lo ha fedelmente servito, e con il segno della fatica di chi, almeno qualche volta, è costretto ad ascoltare frammenti di fatti veri, rappresentazioni di fatti realmente accaduti (come l’editto di Sofia, che molti italiani hanno visto per la prima volta in televisione a causa del buon lavoro non di un Premio Pulitzer del giornalismo ma di un bravo cantante). Ma Berlusconi non smette di importunare gli italiani, al punto da affermare di fronte ai cittadini del Paese più impoverito d’Europa: ‟Abbiamo quasi completato il nostro programma, mantenuto tutte le promesse”. E cresce probabilmente il disagio anche fra coloro che lo hanno votato.
Per esempio parla, in modo fermo e triste, di ‟guerra civile”. È vero che usando un simile linguaggio ‟rischia di spaventare la classe media indecisa” (parole di Lucia Annunziata, che però in un suo articolo indicava Celentano come portatore di questo pericolo). Ma bisogna ammettere che Berlusconi non è abituato, con il vuoto di voci libere che ha fatto intorno a tutto ciò che controlla (e che è molto), a sentir parlare di lui e del suo governo come di un misfatto, senza tanti giri di parole.
Pensava di essersi liberato da un pezzo di coloro che ‟attaccano me per attaccare l’Italia” (Mussolini, 3 gennaio 1925, Berlusconi quasi ogni mese negli ultimi cinque anni). Ma adesso attacca con i suoi deputati-piranha la par condicio perché il clima gli sembra avverso, come se fosse scattato per lui non proprio un 25 aprile (che verrà col voto) ma un 25 luglio, come dimostrano i frequenti abbandoni. Ha notato anche lui che la Rai, cambiata una parte dei vertici, ormai è un po’ diversa. Che pugnalata gli avrà dato Meocci, direttore generale, con quella frase, la sera di Celentano: ‟Adesso l'Italia è salita un po’ nella classifica della libertà”.
Però credo che il vero segnale d’allarme gli sia venuto da un momento esemplare dell’intervento di Romano Prodi nella trasmissione ‟Porta a Porta” dopo le Primarie. Non solo Prodi disturba con cifre vere e informazioni esatte sullo stato delle cose in Italia, in Europa e nel mondo. Disturba anche perché non sta al gioco. Per esempio ha appena descritto lo stato di disastro economico in cui è stata gettata l’Italia, e Bruno Vespa gli si avvicina per piazzare il suo abituale sostegno al governo: ‟Ma in tutta Europa vi sono segnali di crisi, non solo in Italia”. Prodi pur essendo di temperamento paziente, da professore si irrita per l’argomento stravolto. E prontamente risponde: ‟Eh no, caro. In Europa ci sono 25 Paesi. Fa differenza, in quel gruppo, essere primo o ultimo. L’Italia è ultima”. Vespa deve cambiare argomento. Berlusconi deve cambiare legge. Bisogna che i suoi voraci deputati, che hanno già divorato, su suo mandato, pezzi interi della Costituzione italiana, gli divorino l’ultima legge ancora in piedi sulla libertà di informazione nelle emittenti pubbliche. Berlusconi sente la possibilità di esprimersi alla pari come un’offesa, anzi come un sopruso.
Si direbbe che lo fa perché ha di se stesso una stima morbosamente eccessiva, la pretesa di avere sempre ragione. Uno psicologo ci vedrebbe, piuttosto, il segno di una disperante inferiorità, che è la materia prima dei dittatori. Il poveruomo, che pure è il settimo uomo più ricco del mondo ed è riuscito finora ad umiliare il proprio Paese con una informazione falsa, diventata materia di discussione nel mondo, deve adesso fronteggiare sia il ritorno e la testimonianza pubblica di coloro che credeva di avere liquidato e messo definitivamente a tacere, sia il ritorno di una opinione pubblica, che dopo i 40mila del Palavobis, i seicentomila e poi il milione di Piazza San Giovanni, e i tre milioni del Circo Massimo, sono diventati i quattro milioni che hanno votato per Prodi. Sono l’opposizione che non tace, e che dice, con Prodi, la gravità del danno che Berlusconi in fuga continua a infliggere al Paese.
E allora lui parla di ‟guerra civile”, e lo fa ripetere dai suoi dipendenti, che assomigliano sempre di più al ministro della Propaganda di Saddam Hussein, intento a negare ogni presenza nemica mentre gli occupavano l’aeroporto. Sono cose che puoi fare solo se parli da solo e puoi mettere a tacere la voce disturbatrice degli altri. Quel ‟Eh no, caro” di Romano Prodi a ‟Porta a Porta” ha segnato, un momento prima di Celentano, la crepa del regime.
Adesso sappiamo intorno a che cosa si gioca la prossima battaglia. È una estrema e decisiva battaglia di libertà. È la parola che, come ha detto Enzo Biagi nella sua intervista-‟incubo” (per Berlusconi) del Tg3 non tollera aggettivi. Semplicemente o c’è o non c’è.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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