Una lunga fila di veicoli aspetta, paziente, che la ruspa dell'esercito sgombri la strada ostruita da una frana. Auto private, furgoni, passeggeri stipati nei pulmini collettivi, camion con la testata variopinta carichi di persone e di derrate, trattori con rimorchi zeppi di fagotti e rotoli di coperte. A volte i veicoli esibiscono uno striscione, scritte su un lenzuolo: associazioni di studenti, gruppi di volontari venuti dalle città del Pakistan per portare aiuti alle zone terremotate e forse anche per rendersi conto dell'accaduto. Segno della mobilitazione spontanea seguita al sisma dell'8 ottobre che ha fatto almeno 51mila morti lasciando il paese sotto shock. Finalmente la colonna si rimette in moto, con un zig zag tra massi e frane: siamo entrati nella valle di Kaghan, Pakistan settentrionale, un tempo rinomata per i suoi boschi e i villaggi alpini. Ora è un panorama di macerie e tende. Teli di fortuna accanto alle rovine di un casolare, gruppi di tende multicolori tra le case diroccate. La strada costeggia l'accampamento dell'esercito degli Emirati arabi con la Mezzaluna rossa, squadrato, tende color sabbia. Poi un gruppo di tendoni scuri uniti dallo striscione del Ummah Welfare Trust (Ummah è la ‟comunità dei credenti” nel linguaggio dell'islam). Altre tende sulle rive del fiume (e se arriva una piena?). Ancora un dosso, ed ecco Balakot. O meglio: quel che ne resta.

Un "hub" tra le rovine
Balakot aveva 40mila abitanti. Era un grande centro agricolo e commerciale all'imboccatura della valle, un vecchio centro e nuovi insediamenti sui due lati del fiume Kunhar, case di parecchi piani e un grande bazar. Ora la città è accartocciata, sbriciolata, schiacciata al suolo, macchia grigia di detriti. Tre quarti della popolazione sono rimasti sotto le macerie, e molti corpi ci sono ancora. Gli edifici a più piani, testimonianza della relativa prosperità del bazar, non ci sono più. Il punto più alto della cittadina ora è un grande traliccio con le antenne della rete Gsm, la prima cosa rimessa su dall'esercito: almeno le comunicazioni col telefonino sono garantite.
Non molto altro è garantito. Perché non sono crollate solo le case: l'intera amministrazione comunale è scomparsa, e così anche le scuole con centinaia di alunni e quasi tutti gli insegnanti, l'ospedale che serviva l'intera valle e buona parte dei medici che vi prestavano servizio: anche in questo senso la città non c'è più. Il ponte centrale sul Kunhar è crollato, solo i veicoli 4x4 riescono a passare a guado. Resta un ponte di legno sospeso ai cavi, non lontano dallo spiazzo ora usato dall'esercito come eliporto.
Almeno, qui la strada arriva: quattro ore di auto dalla capitale Islamabad, prima sulla Karakorum Highway poi a est verso il Kashmir. La strada si interrompe però poco a monte di Balakot, un po' ostruita dagli smottamenti, in gran parte franata: neanche le jeep ce la fanno, i villaggi più a monte sono raggiunti solo a piedi, dai muli, o dagli elicotteri che hanno portato un po' di aiuti e continuano a portare a valle i feriti gravi. Così ora nelle mappe degli operatori umanitari Balakot, con il suo eliporto, è uno dei due ‟hub” delle operazioni di assistenza: l'altro è Muzaffarabad, capoluogo del Kashmir pakistano, a una trentina di chilometri e due ore di strada.
Il vero problema sono le tende, spiega il tenente-colonnello Saeed Iqbal, l'ufficiale dell'esercito responsabile del coordinamento degli aiuti in questo comprensorio (l'intera valle di Kaghan, 78 villaggi ‟tutti già raggiunti dai nostri elicotteri”): lo incontro nel quadrato di tende militari dove l'esercito smista gli aiuti, accanto alla più grande tendopoli del fondovalle. ‟E' la priorità numero uno. Cibo non manca, le famiglie avevano riserve per l'inverno e poi sono arrivate derrate in abbondanza. Le tende sì che mancano. E sta arrivando l'inverno, è urgente dare un riparo ai sopravvissuti”. Appena tramonta il sole fa freddo, a monte ci sono le prime spruzzate di neve. Le tende: fino a domenica ne sono state distribuite 90mila, secondo il situation report delle Nazioni unite (in parte dall'esercito pakistano, in parte dalle agenzie dell'Onu e dalle ong internazionali). Altre 200mila arriveranno nelle prossime settimane, ma sarà solo la metà di quelle necessarie.
Sul fondovalle di Balakot il tenente colonnello Iqbal indica una lunga fila di uomini in attesa: è la distribuzione di tende dell'esercito, una a ogni capofamiglia. ‟Sono scesi dai villaggi: prendono la tenda e tornano su. Tutti vogliono restare sulla propria terra, accanto a casa e al bestiame”, spiega il militare. Tornano in montagna con quelle tende leggere, come quelle che vedo sparse per Balakot, a grappoli: poco impermeabili, per niente termiche: ma il sole tiepido di questi giorni è solo una parentesi, piogge e neve sono imminenti. Un'altra derrata ormai scarseggia, dice il coordinatore dell'Onu per l'emergenza in Pakistan, Jan VandeMoortele: il tempo, ‟l'inverno è contro di noi” e se non arrivano più tende e più elicotteri, la popolazione sopravvissuta rischia un'ecatombe.
A Hassa, un villaggio sul pendìo che sovrasta Balakot, trovo uno dei pochi accampamenti organizzati della zona. ‟E' come un piccolo mohalla, un rione”, dice Hussain Syed, operatore di Intersos - l'ong italiana che ha organizzato il campo insieme a Iscos (l'ong per la cooperazione internazionale della Cisl). Ospita circa 500 persone: messo su con 50 tende trasferite qui d'urgenza dal ministero degli esteri (infatti portano il logo dalla Cooperazione italiana), qualche migliaio di coperte, set da cucina, taniche. Per le tende hanno trovato dei campi di granturco al limitare delle case, sono ben piatti ed è bastato liberarli dalle stoppie. Gli operatori sono arrivati in gran fretta da Peshawar e Kabul, dove Intersos lavora già da qualche anno (con i rifugiati afghani). Il campo è intitolato a Alberto Buonanno, il funzionario dell'ambasciata italiana morto a Islamabad nel crollo dell'edificio dove abitava.
L'essenziale ormai c'è: le tende (da inverno, con intercapedine pavimento e tetto impermeabile), l'acqua (arriva con una canalizzazione dalla montagna, ma va rafforzata). Restano da costruire latrine, manca ancora l'elettricità - come in tutta Balakot, del resto: l'ente elettrico pakistano non è ancora riuscito a ripristinare i collegamenti. Raccolte in disparte, le donne elencano le necessità più urgenti a due operatrici di Iscos: assorbenti, pannolini per i bambini, biancheria, ma uno spazio riparato per potersi lavare. Non è facile la convivenza in un mohalla di tende... Bisogna coinvolgere la popolazione nelle attività comuni, dice Hussein Syed che dopo tanti anni in Italia ha un vago accento genovese. Prima di tutto organizzare la scuola: ‟Servirebbe uno di quei tendoni che l'esercito usa per le mense, c'è uno spazio adatto proprio davanti alla moschea pericolante. Potranno occuparsene gli insegnanti di qui, sono senza lavoro”. Le case intorno erano di muratura, con pesanti tetti di cemento armato ora schiacciati al suolo. ‟Ogni famiglia qui aveva almeno un emigrato negli Stati uniti o in Germania, stavano bene”. Il terremoto ha riportato tutti allo stesso livello. ‟In ospedale, o nelle tende tra il fango, ho visto gente che aveva negozi e affari da milioni e ora è come i lavoratori alla giornata” spiega Adil Nawaz, che lavora con Iscos: ‟Tutta la ricchezza era nelle proprietà, il negozio, il commercio. E sarà difficile ricostruire tutto questo perché non c'è più il comprensorio che gravitava sulla città. E poi le famiglie qui sono decimate”. Molti emigreranno, almeno per un po' - forse per sempre.

"Sogno il terremoto"
Nel fondovalle, vicino all'accampamento dell'esercito pakistano, un tendone giallo spicca tra un gruppo di tende donate dalla Cina popolare e dall'Iran. E' l'ospedale, unico sostituto di quello crollato. E' gestito dalla Pakistan Islamic Medical Association; 50 letti, una ‟corsia” d'emergenza (è un'ala del tendone, aperta, letti a vista) e medici in grado di fare una trentina di operazioni chirurgiche al giorno. Decine di pazienti in attesa per le visite. Medici e personale sanitario sono una cinquantina, tutti volontari che hanno preso le ferie o un'aspettativa, vengono da tutto il Pakistan e anche dall'Inghilterra. Il lavoro principale riguarda gli ortopedici, spiega il dottor Imtiaz, di Lahore, appena arrivato per dare il cambio a un collega: purtroppo però scarseggiano. Anche qui il tempo stringe: molti medici volontari hanno già visto ferite lievi, medicate in fretta e lasciate marcire sotto una tenda, mutarsi in infezioni serie.
‟La popolazione da noi è molto urtata che l'esercito sia arrivato così tardi”, dice Adil Nawaz: solo tre giorni dopo il sisma. Adil era a Islamabad la mattina del terremoto. ‟Se solo le squadre di soccorso fossero arrivate prima”, ripete. Lui, come molti altri, era arrivato la sera stessa, scavalcando a piedi le frane, e la mattina dopo si è messo a scavare tra le macerie di casa. ‟Abbiamo dovuto fare da soli”: con l'aiuto dei cugini ha tirato fuori i corpi dei genitori, sorelle, fratelli e vari congiunti: 12 persone. Nessuno riesce a mettersi l'anima in pace, dice, al pensiero di tante vite che potevano essere salvate. Assume un tono distaccato: ‟E poi c'è l'impatto psicologico. Spesso mi sveglio la notte perché sento il terremoto: poi però vedo che tutto è fermo. Ho sentito altri dire la stessa cosa. Sta diventando un'ossessione comune”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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