La prima domanda è se George Bush sia il giocatore o il giocato. La seconda domanda è come mai le bugie abbiano una tale forza vendicativa di inseguire, attraverso gli anni, i mentitori, benché essi siano autorevoli, potenti e ben nascosti. La terza domanda è quella fondamentale, che ormai tormenta e ossessiona l’America e cresce di intensità ogni giorno, invece di cadere nella noia del fatto compiuto: perché la guerra in Iraq?
Ne è una prova ciò che dice Richard Haas a un giornalista del ‟New York Times”: «Facevo parte del gruppo che ha preparato la guerra. Andrò alla tomba senza poter rispondere alla sua domanda”. Ne è una prova ciò che ha detto il colonnello Lawrence Wilkerson, capo dello staff di Colin Powell, Segretario di Stato quando la guerra è iniziata: ‟Posso dire che è stata tutta una cabala, manovrata da Cheney e da Rumsfeld (rispettivamente vice presidente e ministro della Difesa Usa, ndr) che hanno agito in un mare di disfunzione e di disordine”. Ne è una prova un articolo dell'ex Consigliere per la sicurezza di Bush padre, il generale Brent Scowcroft, che sta per essere pubblicato e nel quale si legge: "si è trattato dell'inseguimento di una pericolosa utopia da parte dei neoconservatori, che si erano messi in testa di esportare la democrazia. Ma è Cheney la vera anomalia di tutta questa storia. È un amico, lo conosco da tanto. Ma non lo riconosco. Non capisco il senso di ciò che sta facendo." Ne è una prova il fatto che il procuratore speciale Patrick Fitzgerald, che sta investigando su un uomo chiave di George Bush (Karl Rove) e su un uomo chiave di Dick Cheney (Lewis Libby), ha annunciato di avere creato un sito nel quale renderà pubbliche le sue decisioni. "Vuol dire che qualcosa di grave sta per succedere ", commenta lunedì mattina il ‟New York Times”, in un Paese in cui nessuno potrebbe permettersi di dire che la stampa libera o la magistratura perseguitano George Bush e i suoi uomini.
Ecco infatti i protagonisti di questa strana storia esemplare. Sono il governo più potente del mondo, l'opinione pubblica di un Paese libero (ricordate il detto americano "si può mentire a qualcuno per tutto il tempo o a tutti per poco tempo, ma non a tutti per tutto il tempo"?) e un sistema di giustizia indipendente e coraggioso.
C'è un ruolo anche per la stampa libera che, anche se si presenta con qualche caduto e alcuni errori sulla scena di questa vicenda, è però decisa a rivendicare il suo onore. E c'è una cosa che vale la pena di notare se non altro come lezione della vita: la verità, a volte, si nasconde nei dettagli. O meglio, frammenti di verità aiutano a intravedere la portata dell'intrigo. Forse Richard Hass andrà alla tomba senza la risposta che cercava sul lavoro di guerra a cui ha partecipato. Ma il procuratore Fitzgerald insiste nel tirare un filo che potrebbe smagliare una intera rete di bugie.
Si tenga conto che, mentre tutta l'attenzione americana si concentra con il fiato sospeso su questa parte della vicenda (chi, quando, perché, alla Casa Bianca, ha mentito?), si accendono luci su altri palchetti laterali della vita pubblica degli Stati Uniti. Una luce si accende sul leader della maggioranza repubblicana alla Camera, il potente politico Delay, detto "il martello di Bush", indagato e arrestato per riciclaggio e fondi elettorali illegali. Un'altra luce punta al dottor Frist, brillante medico diventato senatore, diventato quasi subito capo della maggioranza repubblicana al senato, sotto inchiesta per la strana vendita delle azioni di una sua supervalutata azienda farmaceutica. Il giorno dopo la tempestiva vendita, da parte di Frist, le azioni sono cadute a picco, mostrando una situazione di gravi buchi contabili dell'azienda di famiglia. Ma la ricchezza del fortunato medico, diventato campione dei tagli alla assistenza sanitaria dei cittadini, ormai era al sicuro. E dunque un procuratore indaga.
Notiamo questa ragione di orgoglio americano, e torniamo alle domande iniziali che stanno occupando Media, dibattito e attenzione di tutti in quel Paese.
Il lettore avrà notato che tutte le voci che abbiamo citato in apertura di questo articolo sono voci di destra, di persone vicine a Bush o al padre di Bush. Ma sanno riconoscere i fatti e si rendono conto di non doverli negare.
Tutto nasce da una vicenda apparentemente laterale, una ‟side story”, direbbero gli sceneggiatori di Hollywood.
Siamo vicinissimi all'annuncio dell'invasione dell'Iraq, ma ci sono ancora finzioni - o speranze - di attesa, ingiunzioni agli Ispettori delle Nazioni Unite (viene ripetuta ancora e ancora la frase: ‟il tempo sta per scadere”), discorsi severi in cui si ammonisce che ‟la guerra è l'ultima risorsa”.
Nessuno in quel momento teorizza l'esportazione della democrazia o la ‟liberazione” dell'Iraq. Il tema è unicamente il pericolo. Gli esperti notano oggi che è stato Dick Cheney il primo ad argomentare, ogni giorno e con forza, i due temi: l'Iraq è la casa del terrorismo e il grande sostenitore di Osama Bin Laden. L’Iraq sta preparando armi di distruzione di massa, ed è quasi pronto. La frase chiave è ‟distruggere la pistola fumante prima che prenda la forma di un fungo atomico”.
In quei giorni un ambasciatore di carriera, poco noto nel Paese, Joseph Wilson, viene mandato in missione nel Niger. Le carte affidate all'ambasciatore, (carte di provenienza italiana, carte false, ma questa parte della storia sta appena venendo alla luce) indicano una intensa attività di Saddam Hussein per procurare uranio al suo Paese, dunque una evidente intenzione di costruire al più presto un'arma atomica. La pista falsa porta in Africa, alla capitale del Niger. Wilson si considera un dipendente leale del Segretario di Stato. Non ha - o almeno non ha mai mostrato di avere - una sua opinione politica. Quando torna dal Niger, dove non ha trovato neppure la minima prova di ciò che sostenevano le carte italiane, Wilson, da buon funzionario, consegna un rapporto netto, privo di ambiguità, rassicurante: niente pericolo atomico. Con quel rapporto, chiuso in una cartellina, brandito, senza citarlo, nelle conferenze stampa e alla Tv, il vice presidente Cheney dichiara che ‟il tempo è scaduto”, e che è inevitabile affrontare subito il più pericoloso nemico che l'America abbia mai avuto.
Subito dopo il presidente degli Stati Uniti, sostenuto da Tony Blair, che brandisce altri documenti, falsi o incerti o discussi (fino al suicidio di uno scienziato, fino alle dimissioni del numero uno della BBC) annuncia la guerra, spiega che non si poteva aspettare un minuto di più, afferma che l’Iraq era pronto a distruggere l’Occidente in 45 minuti.
Joseph Wilson non parla e non smentisce, è un servitore dello Stato. Ma quando diventa evidente che in tutto l'Iraq occupato non si trovano armi di distruzione di massa, quando i giornalisti insistono con lui per sapere che cosa aveva scritto nel suo rapporto l'ambasciatore Wilson segue il percorso del buon senso: ‟Le armi non si trovano perché non ci sono, e io lo avevo detto nel rapporto dal Niger”. Si noti che, persino in questo caso, che lo porta ad un raro momento di notorietà, Wilson non prende posizione, non elabora teorie, non giudica la guerra iniziata sulla base di carte false e di affermazioni risultate non vere del presidente Bush e del Primo ministro Blair. Bush e Blair adesso sono impegnati nel cambiare discorso, nel presentare quella guerra infinita come ‟liberazione”, ‟esportazione della democrazia” e ‟nuovo corso nel Medio Oriente”.
Ma a quanto pare la ‟fabbrica”, come viene chiamato il giro di collaboratori e consulenti intorno a Cheney e intorno a Bush, non si da pace. Non conta la mitezza e la mancanza di militantismo politico di Joseph Wilson. Conta che abbia sollevato, sia pure di striscio, il problema della carte false, sventolate come se fossero vere per fare la guerra. Conta che abbia riproposto fatalmente l'enigma: perché questa guerra, così immensamente costosa in vite umane, e così disastrosa per l'economia americana, al punto che lo stesso governo impegnato a sostenere la guerra che non finisce, non può difendere la popolazione americana dal ciclone Katrina?
Wilson deve essere punito. Come in un thriller o in un serial televisivo, per colpire Wilson si colpisce la moglie. La moglie è Valerie Plame, agente segreto della Cia con ‟copertura profonda”. Vuol dire che nessuno deve sapere, salvo il cerchio interno del Presidente degli Stati Uniti. Svelare l'identità di una ‟copertura profonda” è reato perché mette a rischio una vita. Lewis Libby, la persona più vicina al vice presidente Cheney, e Karl Rove, la persona più vicina al presidente Bush (e indicato come l'architetto della vittoria elettorale di Bush) si assumono l'incarico di svelare l'identità di Valerie Plame, per punire il marito, l'ambasciatore Wilson, che ha commesso l’errore di dichiarare pubblicamente: ‟In Niger non ho trovato alcuna evidenza, alcuna ragione o prova per fare la guerra”.
Questa, almeno, è l'accusa del procuratore speciale Patrick Fitzgerald. L'accusa è formulata così: Karl Rove e Lewis Libby hanno lasciato cadere deliberatamente il nome di Valerie Plame e la sua qualifica rigorosamente segreta in conversazioni con i giornalisti.
I giornalisti hanno prontamente pubblicato la pericolosa informazione perché due fonti come Rove e Libby non si possono ignorare. Ma, dal punto di vista della legge, Rove e Libby hanno commesso un crimine. La tradizione americana vuole che i giornalisti non rivelino le loro fonti. La esigenza di accertamento della verità dei tribunali impone che i giudici insistano, anche a costo di arrestare i giornalisti. Due di essi (o meglio, i loro direttori) hanno parlato, ma dando al procuratore che indaga indicazioni generiche, tipo: ‟Forse il giornalista ha sentito voci, forse lo ha detto qualcuno dei collaboratori di Rove o di Libby durante conversazioni occasionali”. Una giornalista, Judith Miller del ‟New York Times”, ha taciuto.
Judith Miller era nota per due ragioni: essere il canale preferito per far passare al grande giornale liberal le tesi della Casa Bianca sulle ragioni di fare la guerra. E per essere una reporter che ha sempre fonti sicure.
Il giornale ha sostenuto la Miller nel suo tacere, mentre altri quotidiani e televisioni moltiplicavano notizie e dettagli sulla probabile responsabilità di Rove e di Libby, cioè di due uomini di vertice del governo.
Improvvisamente Libby, forse perché l'inchiesta di Fitzgerald si stava stringendo intorno a lui, ha parlato. Ha ammesso di avere detto a Judith Miller che Valerie Plame era un agente ‟coperto”.
Fare attenzione a un particolare. Judith Miller non aveva scritto una parola sulle sue conversazioni alla Casa Bianca e su Valerie Plame. L'ipotesi che fanno adesso il suo direttore e i colleghi, è che la Miller non abbia scritto per non scoprire il suo ruolo di vera fonte delle notizie politiche della Casa Bianca. Hanno constatato che, articolo dopo articolo, Judith Miller ha sempre rappresentato scrupolosamente la versione ‟armi di distruzione di massa”.
In un articolo intitolato ‟Donna di distruzione di massa” la celebre columnist del giornale di New York Maureen Dowd la presenta come quinta colonna di Bush dentro il giornale.
In questa storia la stampa libera, con tutto il suo orgoglio di sapere sempre tener testa al potere, appare, nello stesso tempo, come eroe e come complice, come protagonista positivo e negativo.
Judith Miller ora è libera (dopo 84 giorni di carcere) perché il suo contatto altissimo alla Casa Bianca si è deciso a parlare. E - parlando - ha svelato i rapporti stretti e confidenziali che non avrebbero dovuto esistere con una giornalista che ha sempre sostenuto le buone ragioni della Casa Bianca. O meglio, le ragioni avute da Libby, a nome di Cheney, che hanno contribuito a persuadere molti americani della necessità della guerra. Judith Miller non è ritornata al suo giornale, e il suo giornale non ha ancora deciso. Ma niente è restato al coperto o non detto, e questo certo fa onore al giornale, che continua a pubblicare tutte le sue confusioni e incertezze su un caso certo più grave di quello, recente, del reporter Jason Blair che inventava le storie e che ha provocato la caduta di un direttore. Succederà di nuovo, a pochi mesi di distanza?
L'opinione americana tiene per il giornale e contro la Miller. Ma segue soprattutto il lavoro instancabile di Patrick Fitzgerald. Il procuratore non potrà rispondere alla grande domanda: perché la guerra? Ma tenterà di indicare all'opinione americana alcuni che hanno certamente mentito. Perché altrimenti avrebbero dovuto vendicarsi di Wilson, che ha negato la ragione chiave della guerra, in modo così arrischiato e pericoloso? Il procuratore speciale sta puntando all'uomo più vicino al presidente e all'uomo più vicino al vice presidente degli Stati Uniti. Gli americani sanno che la risposta alla domanda grande comincia dal percorso di questa indagine e delle incriminazioni che seguiranno. E tutto ciò fa onore all'America.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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