Prima o poi una strage di tali proporzioni doveva succedere. Solo la diffusa ipocrisia contemporanea può attribuire i morti in Olanda a un incidente, così come è avvenuto per i morti in Sicilia, qualche anno fa, o per casi di soffocamento di stranieri in aereo, dovuti alle tecniche di «contenimento». Se si crea un sistema di internamento amministrativo sottratto a qualsiasi controllo giudiziario e affidato a specialisti della violenza, che cosa ci si aspetta? Non è mica necessario essere dichiaratamente cattivi come Cheney per approvare la tortura. Basta praticarla e poi far finta di nulla. Il fatto è che il sistema dei centri di internamento sta diventando un mostro che allunga i suoi tentacoli su tutta l'Europa e su un buon numero di paesi limitrofi. I centri conosciuti sono oggi circa 250, tra aderenti a Schengen, Turchia, Croazia, Ucraina, Libia, Marocco e così via. Parliamo solo di quelli ufficiali, ma devono essere molti di più se si pensa che la Russia ne sta creando alacremente dappertutto. Solo la Germania ne ha 45, e poi segue la Polonia con 25, la Francia con 20 ecc.. Spesso i centri sono occultati in commissariati, aeroporti o, come avviene in alcuni paesi dell'Est europeo, in baraccamenti temporanei in cui nessuno può mettere piede.
Quanti saranno gli stranieri che vi circolano? Sicuramente diverse centinaia di migliaia, se solo in Italia nei Cpt si internano 25.000 persone ogni anno.
Se una strage è possibile in Olanda, che fino a poco tempo fa sembrava un'oasi di tolleranza, che cosa succederà in Ucraina, Russia, Libia, Marocco? Ci siamo già dimenticati dei morti di Ceuta e Melilla? Se a Lampedusa si somministrano impunemente calci e schiaffi, quante violenze uccisioni sono praticate in paesi agli ultimi posti delle classiche internazionali in materia di diritti umani?
Il mostro si alimenta di una cultura, che magari non sarà quella di tutti i suoi cittadini, ma che sembra ormai insediata stabilmente nel ceto politico e amministrativo europeo. Qui non si tratta di fare di tutta l'erba un fascio, ma di capire che se si comincia con le litanie della sicurezza, sui confini, nei quartieri, nei centri storici, si avviano processi che prima o poi sfociano nella violenza e, diciamolo pure, nel delitto.
Che fine faranno il rumeno, il lavavetri, il marocchino che butti fuori dai salotti urbani, quando ad aspettarli ci sono queste procedure disumane, di cui nessuno si vuole assumere la responsabilità rifugiandosi in luoghi comuni e nel tremendo linguaggio da commissariato (aggiungendo, ovviamente, l'immancabile solidarietà?). L'altra sera, sulla terza rete è stata trasmessa un'inchiesta sui bambini di strada di Manila, internati a migliaia in «prigioni» in tutto e per tutto simili a porcili. In ultimo, si mostrava un gruppo di cittadini che esigeva, letteralmente, «pena di morte per i bambini» (anche se, finora, solo uno straniero è stato arrestato nelle Filippine per abusi sessuali su di loro). Siamo così sicuri di essere tanto lontani da tutto ciò?
A questo punto, qualsiasi appassionato di sicurezza mi dovrebbe chiedere: e tu che faresti, estremista dei diritti umani, che ti disinteressi del legittimo bisogno di quiete e sicurezza dei cittadini? E io gli direi: i 900 milioni di Euro che l'Italia spende ogni anno per gli stramaledetti Cpt non sarebbero spesi meglio per accogliere questa gente? La cifra inverosimile, decine di miliardi, bruciata dagli astuti europei per vessare i migranti, non sarebbe spesa meglio per farli vivere in un continente che ormai si spinge fino al Pacifico? Miseria dell'Europa, che risponde al declino demografico e alla sua marginalità globale con le espulsioni e i Cpt. E miseria di un pensiero politico che non sa inventare nulla, al di là di ordinanze, manganelli e sbarre alle finestre. E che apertamente incita a «sparare», all'«alzo zero».
E per difendere che cosa, poi? L'estetica dei centri storici, l'attenzione degli automobilisti ai semafori, il delicato olfatto dei cittadini a passeggio. Se si pensa che queste sono dopotutto le preoccupazioni di amministratori, sociologi e cultori della sicurezza urbana, non si può che provare nostalgia per il maestro taoista che ammoniva, più di due millenni fa, che il saggio governante diminuisce le leggi, se vuole diminuire i delitti.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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