Sugli anniversari, compleanni compresi, ironizzava Giacomo Leopardi nei suoi Pensieri: come se essi ci rendessero più vicini agli eventi, e non fossero il risultato di un umano bisogno di simmetrie e superstiziose credenze. Ma il calendario umano delle commemorazioni è un rituale che in sé merita rispetto, forse pietas. Il fatto che i giornali rincorrano opinioni e testimonianze su colui che del testimoniare è stato così potentemente alfiere ed eroe da non cessare di esserlo nemmeno da morto - Pier Paolo Pasolini – non dovrebbe far dimenticare alcune verità semplici. Che la sua (di Pasolini) vocazione, il farsi parte civile delle ingiustizie e delle alienazioni, fare cioè della testimonianza una disperata e vitalissima letteratura civile, è cosa irriducibile al tenore di non-verità, ipocrisia e commercio di fatti cose e persone proprie ai mass media. Così, mentre mi accingevo a lasciare la mia testimonianza ideale su Pasolini, fatta di domande sullo strano vuoto che, a parere di troppi, la sua assenza avrebbe lasciato (detto dagli stessi che ignorano, in presentia, altri scrittori civili), ricevo dalla radio della Svizzera italiana una notizia ANSA di cui non trovo eco sulla stampa italiana. Non riguarda la morte di Pasolini, ma le indagini su un famoso per caso, l’anonimo Henri Paul, di cui pure la stampa italiana si è occupata a caratteri cubitali al momento della morte sua e di altri ben più potenti, parenti dei Windsor e degli Al Fayed. Quell’«autista di Lady Diana», formula impropria di un dipendente dell’Hotel Ritz di Parigi, che guidava la Mercedes al momento dell’incidente il 30 agosto del 1997, e designato colpevole, alcolizzato, irresponsabile. Ora, la notizia è che il campione di sangue che ne permise il giudizio sommario fu il frutto di una manomissione ad opera dei servizi segreti francesi: quel sangue apparteneva a un suicida col gas. Fatti del genere, figuriamoci, accadono di continuo, e i giornali pubblicano la notizia della presunta colpevolezza di qualcuno con caratteri ben più eclatanti della sua assoluzione. Giornali e tv decretarono la colpevolezza di un uomo qualunque, con una famiglia costernata alle spalle, la cui ordinarietà e innocenza riguardava, riguarda, ognuno di noi. Come mi disse un anno fa il fratello di Henri Paul, la sua morte il trattamento subito sono una questione di democrazia. Il figlio di una maestra e di un operaio in pensione che rivaleggiano con la famiglia reale di Inghilterra e un miliardario egiziano, sembra una favola assurda. Invece è cronaca, o forse già storia. Testimoniarne, farsi parte civile, è il riscatto di tutti.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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