Seduto davanti a una tenda in un piccolo villaggio di frontiera, il signor Owais Aziz fa considerazioni amare sul terremoto che ha colpito il Kashmir quasi un mese fa. Parla di aiuti, risarcimenti, linee telefoniche interrotte, dell'inverno incombente, poi conclude: ‟Se almeno aprissero un po' la frontiera. Ho dei parenti morti nel sisma, a Muzaffarabad, ma non mi hanno dato il permesso di andare”. Siamo nei dintorni di Uri, nello stato indiano di Jammu e Kashmir, a 100 chilometri dalla capitale statale Srinagar. È l'ultimo grande villaggio in territorio indiano prima della Linea di Controllo, la frontiera di fatto che divide questa regione alle pendici dell'Himalaya. Da questa parte siamo a tutti gli effetti dell'Unione indiana. Di là c'è il Kashmir sotto amministrazione pakistana - la capitale, Muzaffarabad, ora devastata dal terremoto, dista appena 70 chilometri. I governi dell'India e del Pakistan, dice il signor Aziz, ‟dovrebbero prendere il terremoto come occasione e aprire la frontiera. Ma non solo per l'emergenza. Dovrebbero lasciarci andare in pace da una parte all'altra, con le nostre automobili. O almeno per i matrimoni e i funerali, almeno ora dopo il terremoto”. India e Pakistan in effetti hanno annunciato che apriranno qualche varco in quella frontiera, forse il confine più militarizzato dell'Asia meridionale. Dal 7 di novembre, lunedì, i cittadini dei due Kashmir potranno passare attraverso 5 punti prestabiliti (uno è vicino a Uri), secondo modalità che però non sono ancora state annunciate. Ammorbidire quella frontiera che taglia villaggi e famiglie è un passo avanti importante, un vero segno di distensione in questo territorio grande metà della Svizzera, con 6 milioni di abitanti sul lato indiano e appena un milione su quello pakistano, conteso tra India e Pakistan (che vi hanno combattuto parecchie guerre dichiarate e non) e teatro, dal 1989, di una rivolta separatista che ha fatto decine di migliaia di morti (40mila, 60mila, a seconda delle fonti) lasciando una scia di violenza e repressione. I segni di distensione però cozzano con la cronaca quotidiana. Ieri a Srinagar un'auto-bomba ha fatto sei morti: l'attentatore suicida, un poliziotto, e dei passanti. L'attentato è avvenuto intorno alle 11 del mattino a Nawgaon, quartiere alle porte della città dove risiede tra l'altro il capo del governo (chief minister) uscente dello stato di Jammu e Kashmir, Mufti Mohammad Sayeed: secondo la polizia indiana l'auto-bomba era diretta contro di lui. Un paio d'ore dopo, con una telefonata alla redazione di un quotidiano locale, un uomo ha rivendicato l'attacco a nome di Jaish-e-Mohammad (‟esercito di Mohammad”), gruppo armato che ha base in Pakistan. Jaish-e-Mohammad è considerato responsabile, con Lashkar-e-Taiba, di numerosi attentati in India ed è protagonista di un incarognimento della guerriglia in Kashmir, dove da tempo ormai la rivolta separatista è diventata una guerra sporca in cui sono prese di mira anche le voci indipendenti, i sindacati, i gruppi per i diritti civili.
‟È il nostro primo regalo al nuovo chief minister”, ha detto la voce al telefono. Ieri in effetti si è insediato a Srinagar un nuovo capo del governo in questo piccolo stato, per un accordo di avvicendamento tra i due partiti che coalizzati avevano vinto le elezioni nel 2002, le prime elezioni vagamente rappresentative in Kashmir da quasi vent'anni. Ieri dunque Gulam Nabi Azad, del partito del Congresso (lo stesso che guida il governo centrale a New Delhi), è succeduto a Sayeed del Partito democratico popolare (Pdp).
L'auto-bomba di Srinagar la dice lunga sulle difficoltà del processo di distensione avviato due anni fa tra le due potenze nucleari dell'Asia meridionale. Parte delle difficoltà sono emerse proprio con il terremoto dell'8 ottobre. Il sisma ha provocato grande distruzione soprattutto sul lato pakistano, e proprio ieri il governo di Islamabad ha rivisto la stima delle vittime: ora parla di 78mila morti. Nei soccorsi, sul lato pakistano, nel caos degli interventi ufficiali si sono distinte alcune organizzazioni della destra religiosa, e in particolare gruppi come la Jamaat ud-Dawa (un altro nome per Lashkar-e-Taiba) o la fondazione al-Rashid, che così hanno guadagnato una nuova legittimità tra i kashmiri. Questi gruppi vorranno subito capitalizzare: molti commentatori qui hanno visto le bombe di sabato scorso a New Delhi, che hanno fatto una settantina di morti, come un segno. Quanto al Kashmir indiano, il terremoto non ha portato tregua negli scontri tra le forze di sicurezza indiane e i ‟militants”, combattenti islamici o terroristi a seconda dei punti di vista: due settimane fa attentatori suicidi hanno ucciso un ministro del governo locale (ma pare che l'obiettivo fosse un suo vicino di casa, noto deputato comunista al parlamento locale), ieri l'auto-bomba.
L'avvio del dialogo tra i governo di New Delhi e Islamabad, nei primi mesi del 2004, aveva portato una drastica diminuzione della violenza politica in Kashmir. Erano cominciati i contatti ‟people to people”: c'erano stati scambi di visite tra delegazioni di giornalisti e di dirigenti politici, per la prima volta autorizzati da India e Pakistan a varcare la frontiera comune. Ma il processo di distensione tra India e Pakistan va a rilento. Anche il dialogo ‟interno” avviato da New Delhi con le forze politiche separatiste del Kashmir indiano è sul punto di fermarsi, tanto più che la ‟Conferenza Hurriyet”, il forum delle forze politiche, sociali e religiose del Kashmir, si è spaccata tra una fazione moderata, favorevole al dialogo, e una ‟oltranzista” guidata da tale Sayed Ali Shah Gilani, della Jamaat-e-Islami, sezione kashmira del più antico partito fondamentalista del subcontinante indiano. Hizb-ul-mojaheddin, un altro dei più noti gruppi armati in Kashmir (con retrovie in Pakistan), ora promuove la fazione di Gilani come suo ‟braccio politico”.
Visto dai villaggi sulla frontiera di fatto che taglia il Kashmir, la sfida è immensa. Ma si misura in termini molto pratici. Il primo risultato del dialogo qui è che sono finite le scaramucce tra l'esercito indiano e pakistano lungo la Linea di Controllo: spesso i colpi cadevano sui casolari. Aprire le frontiere sarebbe un altro passo concreto. Ma la strada per una soluzione del conflitto è ancora lunga, e ancora disseminata di auto-bomba.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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